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A che cosa sono serviti gli ultimi vertici europei?

, di Franco Spoltore

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I vertici europei dei 27 paesi dell’Unione europea e dei 17 dell’Eurozona che si sono susseguiti negli ultimi giorni non hanno sciolto i nodi cruciali che stanno alla base della crisi del debito sovrano europeo. Questi nodi sono, per stessa ammissione dei principali responsabili della politica europea, vale a dire il Presidente della Repubblica francese Sarkozy, la Cancelliera tedesca Merkel, i Presidenti della BCE, della Commissione europea, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo: il rischio della propagazione del contagio della crisi di insolvenza tra i paesi più deboli economicamente dell’eurozona; l’assenza di politiche di crescita e sviluppo; la carenza di legittimità democratica europea nel controllo delle decisioni con determinano gli indirizzi di politica fiscale e di bilancio dei singoli Stati, dell’Eurozona e della stessa Unione.

Ebbene, le decisioni prese il 26-27 Ottobre a Bruxelles non solo non allontanano il rischio del contagio, ma non pongono neppure le basi per un New Deal europeo, né si pongono nell’ottica di affrontare e risolvere le questioni istituzionali europee. Si tratta di decisioni che, ancora una volta, hanno cercato soprattutto di tamponare la crisi e l’emergenza del momento. Innanzitutto l’emergenza costituita dalla crisi di liquidità in cui rischiavano di precipitare le maggiori banche europee, soprattutto nel momento in cui, nonostante le continue rassicurazioni in senso contrario, Francia e Germania si sono viste costrette ad accompagnare il default della Grecia, ottenendo – più o meno volontariamente a seguito delle pressioni esercitate dai governi di Parigi e di Berlino – che le maggiori banche in possesso del debito greco rinuncino al 50% dei propri crediti. Per questo il vertice sarebbe stato un disastro se non fosse giunto un segnale di messa in sicurezza del sistema bancario europeo, attraverso una loro ricapitalizzazione.

In secondo luogo l’emergenza costituita dalla crescente esposizione di paesi come la Spagna e l’Italia ai rischi della speculazione internazionale, imponeva un rafforzamento del fondo salva Stati, l’attuale Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf), per creare una rete di protezione credibile dei paesi debitori e di garanzia per quelli creditori. Ma a conferma delle difficoltà in cui si trovano oggi gli europei, anche questi atti sono stati presi ancora una volta non solo tardivamente, ma anche nel segno dell’incertezza e della divisione. Ha dell’incredibile il fatto che due vertici europei ravvicinati, tenutisi dopo mesi di negoziati ed annunci, non siano riusciti a sciogliere i dubbi sui dettagli tecnici, sulle procedure e perfino sugli effettivi impegni dei singoli Stati per la ricapitalizzazione delle banche. Né sono stati sciolti i dubbi sulla natura, sulla dotazione e sui rapporti del FESF con il FMI e con paesi come Cina, Russia e Brasile.

Come ha spiegato l’economista Rogoff, in Europa il rischio di contagio della crisi del debito sovrano dipende dal fatto che in un’unione monetaria senza Stato e con una Banca centrale che non può operare come prestatore in ultima istanza, l’Eurozona agisce inevitabilmente come “ultimate contagion machine”. E come ancor più efficacemente ha recentemente scritto Joschka Fischer, “The cause of the European crisis is not three decades of neo-liberalism. Nor is it the result of the collapse of a speculation-fueled asset bubble, the violation of the Maastricht criteria, ballooning debt, or greedy banks. As important as all of these factors are, Europe’s problem is not what happened, but what did not happen: the creation of a common European government.

The eurozone, a confederation of sovereign states with a common currency and common principles and mechanisms, is now failing that test. Unable to respond decisively to a crisis, the eurozone is losing the confidence that is any currency’s most important asset. Unless political power in Europe is Europeanized, with the current confederation evolving into a federation, the eurozone – and the EU as a whole – will disintegrate. The political, economic, and financial costs of renationalization would be enormous; an EU collapse is feared around the world for good reason” (http://www.project-syndicate.org/commentary/fischer67/English).

E’ quindi inutile che i capi di Stato e di governo dell’Eurozona continuino a sottolineare l’importanza di promuovere nei vari pesi le politiche di crescita e sviluppo per uscire dalla crisi, quando è evidente che queste politiche non possono più essere nazionali, persino per gli Stati più virtuosi ed efficienti. Infine, come hanno mostrato le ultime convulse ore che hanno preceduto i vertici del 26 Ottobre, è insostenibile sul piano della legittimità democratica il mantenimento di un sistema in cui il controllo popolare sulle decisioni dei governi per quanto riguarda la gestione della crisi venga de facto esercitato solo attraverso un Parlamento nazionale, il Bundestag, che, piaccia oppure no, essendo l’espressione della volontà popolare del paese europeo garante in ultima istanza della credibilità e affidabilità di qualsiasi impegno finanziario europeo comune, ha acquisito nei fatti uno status di legittimità e sovranità superiore a quelli degli altri parlamenti (nazionali ed europeo). Fino a quando potrà reggere questo pseudo governo europeo, sempre più caratterizzato da velleità e derive intergovernative, impotenza delle istituzioni europee, crescenti difficoltà da parte della Banca centrale europea a supplire all’assenza di un potere politico e democratico sovranazionale, tensioni sociali in diversi paesi?

La realtà sta già spingendo governi ed istituzioni verso una differenziazione del quadro decisionale dell’Unione da quello dell’Eurozona in materia di aiuti ai paesi in difficoltà per la crisi del debito (chi decide di mettere risorse e come impiegarle sono nei fatti i governi e, in misura diversa come abbiamo detto, i parlamenti nazionali dell’Eurozona). Si tratta di una tendenza che ha sempre più i connotati di un processo inarrestabile, ma il cui esito dipenderà, come sempre, dalla volontà e dall’azione politica di incanalarlo, dirigerlo verso una meta precisa, non farlo degenerare. Un processo che da un lato richiederà un ulteriore approfondimento dell’integrazione economica, fiscale e politica dell’eurozona (anche i paesi che non ne fanno parte la auspicano), ma che d’altro lato implicherà la definizione e la differenziazione dei livelli di governo e degli strumenti di controllo democratico tra Eurogruppo ed Unione europea. Non è casuale il fatto che su questi temi si stia riaprendo il dibattito sulla riforma dei Trattati e su un nuovo Trattato nelle cancellerie, tra i parlamentari, in alcuni partiti politici, dove ci si interroga sulla natura e sul ruolo delle istituzioni esistenti, in primo luogo del Parlamento europeo, per il quale si incomincia apertamente a parlare di un suo sdoppiamento o funzionamento a geometria variabile tra i parlamentari eletti nei paesi dell’Eurozona e in quelli eletti negli altri paesi.

Al di là degli indispensabili provvedimenti d’emergenza da prendere per salvare l’euro a livello sia di Unione europea, sia di Eurozona e sia di Stati nazionali, occorre innanzitutto prendere coscienza del fatto che bisogna passare da un quadro europeo pre-federale, ad uno federale perché questo è l’unico modo per realizzare una unione fiscale, politica ed economica. In secondo luogo bisogna chiarire gli obiettivi ed il quadro in cui è necessario e possibile agire oggi, indicando l’obiettivo della realizzazione di una federazione a partire dall’Eurogruppo nella più ampia confederazione dell’Unione, attraverso un processo democratico costituente. Infine, chi dice di volere più Europa, più sviluppo e più democrazia, deve incominciare ad impegnarsi concretamente a livello europeo sul terreno della mobilitazione dell’opinione pubblica per ottenere reali trasferimenti di potere dal livello nazionale al livello sovranazionale nei campi della fiscalità, del bilancio, della politica economica e della politica di sicurezza e degli esteri, altrimenti è destinato a rimanere prigioniero e vittima dei quadri nazionali.

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Fonte immagine: Flickr

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