
La Lega è l’unico vero partito che ancora esiste in Italia, partito nel senso etimologico del termine: una parte che difende democraticamente alcune idee più o meno popolari, ancorata territorialmente, che ha programmi, progetti ed una visione, o ideologia, pragmaticamente politici. A differenza dei partiti classici è sostanzialmente interclassista. Le ultime elezioni hanno determinato una vittoria della Lega rispetto ad altri partiti più piccoli, ma anche all’interno della sua coalizione visto che l’incremento del PDL non è stato così ampio come per i nordisti di Bossi.
Ma è veramente una questione di Nord contro Sud? Decisamente no; se si analizza a fondo il voto, molti, tanti, troppi, voti sono venuti dal Sud dell’Italia, persino da Lampedusa; e Lampedusa è forse la metafora più esplicativa per capire il voto di alcuni italiani. Un’isola “invasa” dagli stranieri, questa percezione genera un complesso comune a molte isole: sentirsi assediati e lontani da tutto, e questo poi permette a concezioni economiche, ma non solo economiche, quali il protezionismo di andare per la maggiore.
quello alla Lega è stato un voto di pancia, che descrive un’Italia depauperata di una visione costruttiva del futuro
Quello alla Lega è stato un voto di pancia, gli esponenti del partito hanno fatto appello alle paure degli elettori, spingendo verso gli stimoli più bassi, come il razzismo. La recessione economica internazionale, la crisi culturale e sociale dell’Italia assieme alle contraddizioni della politica hanno fatto da accelerante per questo exploit elettorale. La Lega non è solo Bossi, Calderoli, Maroni o Borghezio, sono le persone comuni, cittadini che non si riconoscono più nelle loro città, vittime di una globalizzazione che non riescono ad interpretare. Gli onorevoli di cui sopra, invece di fornire gli strumenti necessari per farlo, si rifugiano in uno pseudo localismo, alzando i ponti levatoi e costruendo muri di cinta.
Questo rifugio nelle paure descrive un’Italia depauperata di una visione costruttiva del futuro. Il coraggio, ha detto qualcuno, non significa non avere paura ma riuscire a superarla. Non si può stigmatizzare la volontà politica di una parte della nazione; pur se non condivisibile è allo stesso tempo comprensibile avere paura delle conseguenze politiche e soprattutto sociali di questa volontà di voto. Il problema, tra i tanti, è che non c’è stata in campagna elettorale una reale alternativa a chi cavalcava l’ansia degli italiani, è mancato chi sapesse spegnere i focolai di intolleranza. E’ mancata una scelta ideologica forte a chi nel buio della notte si spaventa e corre a rinchiudersi in casa, rifiutando il dialogo e incoraggiando la chiusura e l’autarchia.
inconcepibili, oltre che inammissibili, azioni e dichiarazioni a cui ci hanno abituato alcuni esponenti della Lega
Non si può cedere a questi istinti, neanche nei confronti della stessa Lega Nord: si può giudicare il voto ma non averne paura, si deve commentare senza offendere chi per una ragione o l’altra crede in quel voto, rispettarne la volontà. Il rispetto però, come la fiducia, ha bisogno di due poli: è un meccanismo attivo di interdipendenza tra due soggetti; così è lecito aspettarsi da parte di un partito politico cresciuto in maniera considerevole delle responsabilità maggiori, nei confronti dei propri elettori come del resto degli italiani. Sono assolutamente inconcepibili, oltre che inammissibili, azioni e dichiarazioni a cui ci hanno abituato alcuni esponenti del verde partito, poi difesi da altri come slogan coloriti. Inammissibili perché vanno contro alcune leggi dello Stato che dovrebbero governare, inconcepibili perché prive di responsabilità politica: su tutti, come si possa usare la bandiera della Repubblica verso cui si presta giuramento anche come carta igienica è una bella contraddizione.
I punti della campagna elettorale della Lega sono stati sostanzialmente due: federalismo fiscale e una legge contro gli immigrati, in virtù di ciò ha saputo capitalizzare il disagio di un ampio strato di cittadini. Più che un caso la Lega ha messo in campo un progetto politico, non un’idea di federalismo ma piuttosto quella di separatismo, o secessionismo che dir si voglia, visto che non si vuole riconoscere alcun centro o altro potere al di fuori dei propri confini inventati. Questa è una delle peggiori risposte che si possano dare alla glocalizzazione, e se a metterle in pratica sono regioni che dell’export hanno fatto negli ultimi anni il loro modello di benessere, come la Lombardia, oppure il Friuli (Venezia-Giulia) che il multiculturalismo lo ha nel dna sociale, data la sua storia di territorio di confine e di porto levantino, è chiaro che non possa resistere a lungo.
il federalismo è qualcos’altro che costruire recinti intorno al proprio orticello, ma piuttosto è allargarlo condividendo risorse, intelligenze e anche rischi con i vicini
Il buio passerà presto se qualcuno con il coraggio della ragione accenderà un lume, spiegando ad esempio che gli immigrati non sono un pericolo ma una risorsa, o che il mondo è cambiato e che non si può fermarlo per scenderne. Dire che il federalismo è qualcos’altro che costruire recinti intorno al proprio orticello, ma piuttosto è allargarlo condividendo risorse, intelligenze e anche rischi con i vicini. Essere preoccupati è un diritto ma aver paura della Lega è uno sbaglio, si può correre il rischio di una eccessiva chiusura e della fine di qualsiasi dialogo futuro con quegli elettori che non si sentiranno ascoltati da altri se non dal partito padano, e ciò non potrà che rendere ancora più forte quelle ansie e quei timori che ne hanno favorito la crescita.
Dal mare non vengono i saraceni solo per conquistare ma anche per condividere conoscenze e scambiare merci: dal mare si può partire per conquistare e scambiare merci, e se non si aspetta tremanti cercando all’orizzonte di scorgere una vela nera si possono condividere saperi e idee diverse.




