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Con il nuovo bilancio finisce la vecchia Europa

, di Michele Ballerin

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Mi ero ripromesso di mettermi alla tastiera solo quando mi si fosse presentato un caso clamoroso, quella che si dice un’“enormità”. E adesso, eccola qui.

L’enormità non è, a differenza di quanto molti sembrano credere, il gran rifiuto di Benedetto XVI. L’enormità è il bilancio pluriennale dell’Unione che il Consiglio europeo ha approvato la scorsa settimana. Le dimissioni di Ratzinger non avranno un impatto decisivo sulle nostre vite – e neppure sui nostri nervi, se avremo l’accortezza di tenere spenti per un po’ i televisori e leggere il meno possibile le prime pagine dei giornali. L’approvazione del bilancio europeo per il periodo 2014-2020 rappresenta invece una grossa pietra posta a sigillare, per un tempo indefinito, le nostre migliori speranze.

Sono almeno vent’anni che l’Europa avverte la necessità di una riscossa, di ritrovare slancio e fiducia in un mondo che si è messo a correre senza badare a chi resta indietro. Nel 1993 la Commissione Delors redasse un grandioso piano di sviluppo europeo che prese il nome del suo presidente: una strategia di investimenti per rimettere in moto la spompata macchina dell’economia europea e creare occupazione. Nel 1993: ossia quindici anni prima della grande recessione. Il piano fu snobbato dai governi dell’Unione, ma poiché il mondo continuava a correre, e l’Unione europea ad arrancare, tornò in auge nei primi anni Duemila sotto forma di Agenda di Lisbona. Altro fallimento intergovernativo – altro tentativo di rilancio con la cosiddetta Strategia Europa 2020. Tra i settori su cui l’Europa è invitata a scommettere fin dagli anni Novanta primeggiano infrastrutture, innovazione e ricerca: esattamente i settori in cui il Consiglio europeo ha appena deciso, al colmo della peggiore crisi economica dal ’29 e con una disoccupazione complessiva al 12%, di sottrarre quasi 39 miliardi di investimenti rispetto alla proposta iniziale della Commissione, per un bilancio che rimane inchiodato all’1% del reddito nazionale lordo dell’UE, anzi si riduce allo 0,95% quanto a copertura effettiva degli impegni di spesa e dunque diminuisce, per la prima volta nella storia dell’integrazione europea, rispetto all’esercizio precedente. Proprio nel momento in cui l’Europa dovrebbe compiere lo scatto decisivo abbandona la pista e si siede in panchina, esausta senza averne alcun motivo.

Chi legge tragga da sé le sue conclusioni. E poi provi a spingere lo sguardo nel futuro – se ne ha ancora il coraggio.

La soddisfazione che Mario Monti (premier uscente con ambizioni di premier rientrante) ha manifestato per il raggiunto accordo di Bruxelles è un utile indizio per aiutarci a sapere meglio che cosa pensare di questa figura, la cui appartenenza al Gruppo Spinelli sembra avere la stessa casualità dell’appartenenza di tanti di noi a questo o quel circolo cittadino, alle cui riunioni ci guardiamo bene dal partecipare e in cui non riusciamo a ricordare quando e perché siamo entrati: in un momento di eccessiva convivialità, probabilmente, complici il proverbiale bicchiere di troppo e la malafede del nostro vicino di tavolo, che ci ha rifilato l’irrilevante tessera mentre pensavamo a tutt’altro.

David Cameron, l’uomo che sta manovrando per portare l’Inghilterra fuori dall’Unione europea e che ha le maggiori responsabilità per il ridimensionamento del bilancio, si è detto anche lui contento dell’accordo. E noi siamo contenti per David Cameron. Però è chiaro che ora si apre una fase completamente nuova. L’esperienza dell’Unione europea – di questa Unione europea – è giunta a un capolinea. Che il carrozzone europeo (dove gli euroscettici tirano il freno a mano mentre gli euroentusiasti schiacciano l’acceleratore e nessuno regge il volante) possa trovare e percorrere la sua strada nel mondo globalizzato è ormai definitivamente al di là di ogni ragionevole aspettativa. Quello su cui ora bisogna lavorare è un’Europa seria, un’Europa che si possa menzionare a cena, tra amici, senza suscitare sorrisini e battute: un’Europa federale. E l’unica materia prima che abbiamo a disposizione per accingerci a questo degno lavoro è l’Eurozona.

Siccome è assurdo che un Paese esterno all’eurozona possa porre il veto sulle decisioni politico economiche dell’eurozona, faremo a meno dell’Inghilterra, e le decisioni in campo economico le prenderemo in diciassette. Dal momento che l’Unione non sa mettersi d’accordo su un bilancio che possa essere impugnato come antidoto alla recessione, costituiremo un bilancio dell’eurozona sufficientemente corposo e finanziato con risorse proprie. Qui troverà asilo ciò che fa di un bilancio un bilancio utile: il conto capitale, la possibilità di indebitarsi per investire. Poiché non si possono prendere decisioni vitali con la regola dell’unanimità, istituiremo il voto a maggioranza in ogni ambito, tra cui la politica economica e la politica estera. E poiché un bilancio comune e investimenti comuni richiedono un governo e un parlamento comuni dotati di tutta la sovranità necessaria, si provvederà anche a questo, con un governo dei Paesi dell’euro e decisioni riservate, nel Parlamento europeo, ai loro rappresentanti.

Stiamo sognando? Forse. Il tempo – quel poco che resta – ce lo dirà.

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P.S.

1. L’articolo è inizialmente apparso su Euroscopio - Linkiesta

2. Fonte dell’immagine: Flickr

Tuoi commenti

  • su 20 febbraio 2013 a 09:26, di Carlo Pelizzo In risposta a: Con il nuovo bilancio finisce la vecchia Europa

    E’ da molto tempo che vado sostenendo che l’Inghilterra andrebbe emarginata visto che si sente europea solo quando si tratta di attingere ai fondi. Non può continuare a veleggiare sottocosta solo per sparare bordate contro una possibile ed auspicabile vera unione europea , facendo ogni possibile ostruzionismo nella creazione o perfezionamento della casa comune. Purtroppo bisognerebbe avere il coraggio di metterla alle strette davanti ad una definitiva scelta di campo, perchè la sua presenza è utile sì, ma non indispensabile.

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