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Federazione europea subito o disgregazione

, di Sergio Pistone

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  • Direzione Nazionale del Movimento Federalista Europeo - Docente presso l’Università di Torino

E’ ormai per tutti evidente che l’euro può crollare – cominciando dal fallimento della Grecia - a seguito degli attacchi da parte dei mercati ai debiti sovrani dei paesi europei. Il costo a cui gli Stati più indebitati e in crisi economica devono finanziarsi sui mercati è insostenibile e vanifica le politiche di risanamento aprendo la strada all’insolvenza e alla recessione. Deve d’altra parte essere ben chiaro che, se cade l’euro, il processo di unificazione europea è destinato a disgregarsi. Il ritorno alle monete nazionali (e va sottolineato che gli irresponsabili progetti di un euro dei paesi forti e di un euro dei paesi deboli o di introduzione di margini di oscillazione fra gli euro utilizzati dai vari paesi equivarrebbero alla dissoluzione dell’Eurozona) non solo avrebbe costi finanziari enormi, ma farebbe saltare il mercato comune in conseguenza del ritorno alle svalutazioni competitive e a varie forme di protezionismo e, conseguentemente, di nazionalismo. In sostanza sarebbe la fine di un ciclo storico di sessant’anni che ha garantito ai cittadini europei una situazione di pace e un progresso politico ed economico-sociale mai raggiunti in passato. Sarebbe una catastrofe di immani proporzioni per gli europei, ma con conseguenze gravissime per il mondo intero, data l’esemplarità del processo di pacificazione europea e il ruolo decisivo che l’Europa unita è chiamata a svolgere per la costruzione di un mondo più giusto, più pacifico ed ecologicamente sostenibile.

Il problema cruciale è che fare per salvare l’euro e l’unificazione europea. Per quanto utili nell’immediato, le decisioni sul fondo salvastati, sul Fiscal Compact, sul ruolo più attivo della Banca Centrale Europea, sull’aiuto alla Spagna e così via, sono solo misure tampone. Esse non affrontano la radice dell’attuale debolezza europea che deriva dal fatto di avere un’unione monetaria senza un governo economico europeo. Un governo economico europeo significa la realizzazione fra i paesi dell’Eurozona di un’unione fiscale, con una connessa agenzia del debito, la quale deve assumere quanto meno una quota importante del debito pubblico così da garantire per i rinnovi condizioni di mercato e tassi di interesse normali. Significa un bilancio sopranazionale che possa adottare a livello europeo misure (che solo a tale livello possono essere efficaci) per una ripresa di crescita sostenibile. Il che significa tasse europee ed eurobond che permettano di almeno triplicare le risorse comuni che attualmente non raggiungono nemmeno l’1% del PIL europeo. Significa un Fondo monetario europeo che possa agire come prestatore in ultima istanza e una forte vigilanza europea sulle grandi banche. Significa in definitiva la capacità di imporre un rigore inflessibile accompagnato però da un’efficace solidarietà.

Se ciò è chiaro è evidente che un vero governo economico europeo comporta un sostanziale trasferimento di sovranità dagli Stati all’Europa sul terreno macroeconomico e fiscale e, di conseguenza, un sistema istituzionale sopranazionale più efficiente e democraticamente legittimo. In altre parole ci vuole un esecutivo fondato sul voto dei cittadini europei, un legislativo in cui ci sia la piena codecisione fra Parlamento europeo e Consiglio, l’eliminazione di ogni forma di veto nazionale. Al riguardo va sottolineato che ha pienamente ragione il governo tedesco quando afferma che, senza un’unione politica che governi con con rigore ed efficacia l’economia europea, non si può introdurre una strutturale solidarietà fra i paesi forti e quelli deboli dell’Europa. E va anche detto che, se il problema immediato, data la crisi dell’euro, è la creazione di una sovranità fiscale e macroeconomica europea, non è possibile affrontare questo problema senza un contemporaneo sostanziale avanzamento verso la federalizzazione della politica estera, di sicurezza e di difesa. A parte i risparmi che ciò comporterebbe (di evidente importanza nel contesto della crisi economico-finanziaria), una considerazione decisiva al riguardo è che non si realizza in modo organico la solidarietà economico-finanziaria e quindi fiscale sul piano sopranazionale senza una solidarietà nel campo della sicurezza. Il che significa fondamentalmente esercito europeo, politica estera e diplomazia uniche, unificazione dell’aiuto allo sviluppo.

E’ dunque tempo di fare un salto qualitativo nell’affrontare la crisi. E’ pertanto necessario inquadrare subito in un patto politico sia il patto sul necessario risanamento dei conti degli Stati (ricordando che l’era dello sviluppo a debito,sulle spalle del resto del mondo, è definitivamente tramontata per gli europei), sia il lancio di un improcrastinabile patto per lo sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile, sia l’avvio del processo costituente della federazione europea.

La condizione imprescindibile perché si realizzi un processo costituente che porti effettivamente alla federazione europea è il supermento del principio dell’unanimità. Ciò significa tre scelte:

- la decisione da parte degli Stati disponibili e che hanno una esigenza vitale della federazione (i membri dell’eurogruppo e gli Stati che vogliono entrare nell’euro) di attuare questo processo fra di loro e, quindi, di dar vita ad una federazione nella confederazione (l’UE che comprende tutti gli stati membri), garantendo ovviamente i diritti acquisiti e la possibilità di una successiva adesione al nucleo federale;

- il voto a maggioranza e non per consenso nella Convenzione costituzionale;

- il passaggio alla ratifica del progetto costituzionale senza che venga modificato da una conferenza intergovernativa e la ratifica a maggioranza attraverso un referendum europeo.

Per spingere i governi ad avviare un processo costituente della federazione europea nei termini sopraindicati, è decisiva l’iniziativa del Parlamento europeo. Esso dovrà impegnarsi a fondo per l’attivazione di un Piano europeo di sviluppo economico ecologicamente e socialmente sostenibile basato su investimenti in infrastrutture, la riconversione in senso ecologico dell’economia, l’uso di energie rinnovabili, la ricerca e l’innovazione – un piano da finanziarsi con imposte europee (come quella sulle transazioni finanziarie e quella sull’emissione di CO2) e con l’emissione di euro-obbligazioni per investimenti (euro project bonds). Nello stesso tempo il Pe dovrà presentare una proposta organica di cambiamento dei Trattati che equivalga all’introduzione di una Costituzione federale europea, ottenere, tramite l’organizzazione di assise interparlamentari, il sostegno dei parlamenti nazionali a tale proposta, fare sì che le elezioni europee del 2014 si trasformino in una legittimazione popolare della proposta costituzionale. Subito dopo dovrà essere convocata una Convenzione costituzionale che approvi e sottoponga alla ratifica il progetto di costituzione.

Per favorire questi sviluppi, l’azione federalista dovrà mobilitare in modo sistematico gli orientamenti favorevoli alla federazione europea presenti nelle rappresentanze parlamentari, nelle forze politiche, in quelle economico-sociali, nella società civile, nelle amministrazioni locali, nel mondo della scuola e della cultura. Questa mobilitazione si sta attuando con una vasta Campagna per la federazione europea che ha come strumenti fondamentali una petizione al Parlamento europeo, un appello ai governi e un’Iniziativa dei Cittadini Europei a favore di un New Deal europeo per uno sviluppo ecologicamente e socialmente sostenibile, che dovrà raccogliere entro un anno un milione di firme in almento sette paesi dell’UE.

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