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Il Dilemma Turco

, di Edoardo Di Paolo

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  • Studente di Giurisprudenza presso l’Università di Pisa, attivista GFE Pescara.

Il parco Gezi è un importante parco di Istanbul, una delle ultime aree verdi della metropoli turca sopravvissute alle ruspe del “progresso” che hanno sospinto la Turchia dalle turbolenze politiche degli anni ’80 fino all’ingresso nel G20 degli ultimi anni. Proprio questo parco, cuore della parte europea della città, sta vivendo in queste ore una vicenda che ci offre uno spaccato di rara chiarezza della Turchia di oggi, sospesa più che mai nel limbo tra Asia ed Europa, in attesa di una collocazione e di un’identità definitive: potenza asiatica al confine con l’Europa o avamposto europeo in Asia? In ogni caso, le domande di fondo della questione del parco Gezi non erano queste. Almeno all’inizio.

Tutto ha avuto inizio il 28 maggio, quando centinaia di dimostranti hanno invaso pacificamente il parco Gezi per protestare contro la sua distruzione, decisa dalle autorità allo scopo di edificare nell’area un grande centro commerciale e una nuova moschea. Notoriamente poco inclini al dialogo, il Governo turco e le autorità locali non hanno cercato una mediazione con chi protestava, reagendo anzi in modo rabbioso attraverso l’utilizzo della polizia come ariete violento per allontanare i manifestanti dal parco. L’uso sproporzionato degli idranti e dei lacrimogeni, lanciati ad altezza d’uomo e dagli elicotteri da parte delle forze dell’ordine ha intossicato centinaia di persone, quattro delle quali hanno addirittura perso la vista.

Come spesso accade in questi casi, la reazione sproporzionata del Governo turco è servita solo a seminare la rabbia tra la gente e a far evolvere la protesta nei giorni successivi al 28 Maggio, rendendola quindi protesta antigovernativa endemica in tutto il Paese. Pur espulsi dal parco Gezi , migliaia di cittadini sono confluiti nella vicina piazza Taksim e nelle vie commerciali circostanti per manifestare assieme a numerosi cortei provenienti da ogni angolo della città, ma anche lì la reazione della polizia non si è fatta attendere: proiettili di gomma, getti d’acqua e lacrimogeni sono piovuti sulla folla, colpendo non solo i manifestanti ma anche passanti e turisti, che affollavano i negozi della zona, dando inizio a violenti scontri. Il gas lacrimogeno ha invaso addirittura la vicina stazione della metropolitana, provocando altri feriti e nuova tensione.

Nonostante il silenzio assordante dei media turchi, nelle ultime ore la protesta contro il Governo di Recep Tayyip Erdoğan sta dilagando in decine di altre città turche, a cominciare dalla capitale Ankara. I manifestanti chiedono con forza le dimissioni dell’uomo che tiene le redini del potere dal marzo 2003. Il bilancio di queste proteste è di migliaia di feriti e 939 arresti, mentre Amnesty International parla addirittura di 2 morti.

Il Primo Ministro Erdoğan, figura leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, movimento politico conservatore di ispirazione islamica, ha governato il Paese negli ultimi dieci anni con piglio assai deciso, tanto da essere frequentemente accusato di autoritarismo e neo-ottomanismo, l’ambiguo sogno di una parte dell’establishment turco di recuperare l’egemonia regionale persa ai tempi del crollo dell’Impero. La composizione dei manifestanti del parco Gezi e piazza Taksim è invece assai eterogenea: ambientalisti, laici, rappresentanti dei partiti d’opposizione, cittadini comuni protestano assieme contro un Governo sempre più autoritario e l’idea stessa di Turchia che esso rappresenta. Essi chiedono uno Stato realmente laico, una democrazia sana e una modernizzazione del Paese più attenta ai bisogni della gente e allo Stato di Diritto. Chiedono una democrazia vera, e forse da costoro anche chi si batte per la Democrazia e il Federalismo in Europa ha molto da imparare.

Questa vicenda ha dei tratti altamente simbolici: forse non è un caso che l’attrito tra la Vecchia Turchia e la Nuova Turchia sia emerso sulla sponda ovest del Bosforo. Forse a Parco Gezi, in Europa, è nata una faglia tra la Turchia del passato e quella del futuro. Erdoğan fatica ancora a riconoscerlo, ma lui e il popolo turco sono giunti a un bivio: da un lato il «leaderismo», la crescita economica senza regole e rimorsi e il sogno pericoloso di una difficile egemonia regionale; dall’altro la strada dello stato di diritto, della democrazia partecipativa, della normalizzazione dei rapporti con Cipro e dell’adesione all’Europa.

Il popolo turco, sempre più insofferente verso un modello di sviluppo economico e politico in crescente contrasto con ambiente, diritti e libertà di espressione, ha fatto la sua scelta. Anche l’Europa è di fronte a un bivio. Ma questa è un’altra storia.

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Fonte dell’immagine: Flickr

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  • su 16 giugno 2013 a 02:22, di Francesco Franco In risposta a: Il Dilemma Turco

    «Forse a Parco Gezi, in Europa, è nata una faglia tra la Turchia del passato e quella del futuro. Erdoğan fatica ancora a riconoscerlo, ma lui e il popolo turco sono giunti a un bivio: da un lato il «leaderismo», la crescita economica senza regole e rimorsi e il sogno pericoloso di una difficile egemonia regionale; dall’altro la strada dello stato di diritto, della democrazia partecipativa, della normalizzazione dei rapporti con Cipro e dell’adesione all’Europa.»

    Questo concetto di bivio mi pare si stia presentando anche ai Governi europei. Forse anche i governi dell`Unione Europea faticano ancora a riconoscerlo ma sono, come il Governo Turco, pure loro giunti ad un bivio: da un lato hanno fatto ricorso fino qui al funzionalismo tirandolo con l`euro al massimo delle sue potenzialità (creando, con l`euro una sorta di norma di unificazione europea, per la moneta, che è pur sempre un semplice strumento, ovvero un banale mezzo di pagamento) il funzionalismo è stato stressato fino al massimo delle sue possibilità, fino a trasferire quello che avrebbe dovuto conservare agli Stati e per conservare il quale era stato concepito: la sovranità.

    La sovranità, almeno quella monetaria è stata trasferita all` Unione il 31.12.2001. Purtroppo a quella data l`Unione non era e non è tuttora uno stato di diritto e neanche una democrazia partecipativa (l`Unione non possedeva, paradossalmente i requisiti democratico politici per aderire a sé stessa). La sovranità monetaria è stata così semplicemente ceduta, assai semplificando, ad una banca.

    Da qui i sentimenti antieuropei.

    Da qui l`urgenza di prendere un`iniziativa costituente per contenere l`insorgenza di quei movimenti politici che rappresentano una reazione a quanto inconsapevolmente è inevitabilmente accaduto quando in un quadro funzionalista, si è passati dalla politica agricola, doganale e commerciale comune alla moneta comune. Euroscettici, populisti, nazionalisti, ecc. sentono in modo indistinto che si è verificato un salto di qualità tale da avere determinato un cambio di sostanza.

    Occorre ora creare l`impianto costituzionale di cui dotare lo stato federale nato dieci anni fa! Per non vivere sotto la dittatura di una banca!

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