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In Siria si muore e l’Europa dov’è?

, di Simone Fissolo

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  • Presidente della Gioventù Federalista Europea - Piemonte

La complessità della situazione siriana può essere affrontata iniziando a motivarne le ragioni. Qualsiasi situazione di conflitto locale genera ripercussioni a livello internazionale e il caso siriano sembra non trovare soluzioni diplomatiche diverse da un intervento armato. Due delle ragioni fondanti la complessità del caso sono individuate, in primo luogo, nella difficile comprensione della composizione delle parti in gioco, oltre al fatto che gli aiuti economici, materiali ed umani, ufficiali e non, forniti da nazioni altre nel corso della guerra civile, hanno ulteriormente inciso sull’importanza di una vittoria o una sconfitta dei ribelli. In secondo luogo, la regione è parte di una storia di conflitti religiosi ancora irrisolti, che agli occhi dei non esperti possono risultare il solo motivo scatenante la rivolta al regime siriano e allo stesso modo generano un alone di incertezza sulle conseguenze politiche di un intervento esterno.

La guerra civile, iniziata nel 2011, ha provocato un’innumerevole quantità di vittime e continua a provocare danni ai civili e all’ambiente, compromettendo inevitabilmente la stabilità politica di una regione delicata e instabile, appunto per la presenza di conflitti politici e religiosi che durano da anni. Inoltre, la presenza di diversi attori tra i “ribelli” siriani (un riassunto delle fazioni componenti la cerchia degli oppositori al regime di al-Assad si può trovare su Internazionale), gli aiuti non ufficiali, forniti dalle nazioni altre ai “ribelli”, la vivacità dei gruppi islamici estremisti e la presenza di conflitti interni alle stesse famiglie politiche-religiose della regione rendono comunque ardua la decisione di un intervento militare da parte delle forze occidentali. Come manca una ferma presa di posizione a favore delle forze ribelli. Tuttavia, non è questa la sede per argomentare la giusta o sbagliata entrata in guerra del proprio Paese a fianco di una od un’altra fazione.

Personalmente non mi definisco pacifista integralista, ma non me la sento neanche di esser pacifista solo quando le conseguenze di un possibile intervento militare non appaiono così favorevoli o necessarie da giustificarlo. Sono contro la guerra per educazione e per costituzione, oltre che per formazione politica, ma ciò non significa ovviamente che azioni di guerra non siano funzionali al confino di conflitti locali o regionali, che possono protrarsi per anni causando una maggiore distruzione, o che possono espandersi coinvolgendo altre nazioni.

Quello di cui m’interessa trattare è la modalità con la quale si deve oggi decidere se intervenire o no in un conflitto locale. Il diritto internazionale ha fatto numerosi passi in avanti dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi e sarebbe controproducente, oltre che irrispettoso, continuare a far finta che il diritto internazionale debba essere richiamato solo al fine di legittimare un’azione militare dei willings. La storia delle Nazioni Unite è una storia di fallimenti ed inefficienze, senza che ciò sorprenda i più ingenui, ma esse sono anche il principale (storicamente il secondo), e solo, tentativo politico in grado, oggi, di proteggere i cittadini del mondo da eventuali altre guerre mondiali (Papa Francesco e il Ministro Emma Bonino hanno paventato in due momenti differenti il rischio di una nuova guerra mondiale).

Che l’Organizzazione delle Nazioni Unite necessiti di essere riformata e che debba permettere alle nuove potenze emergenti di essere rappresentate nel contesto del Consiglio di sicurezza, dove di fatto vengono prese le decisioni, sembra avere ormai molti sostenitori, in particolar modo dopo il fallito tentativo di riforma di Kofi Annan nel 2005. Riforma per la quale i federalisti spingono da molti anni, con l’obiettivo specifico di istituire una Camera delle rappresentanze macro-regionali, tra le quali ovviamente annoverare l’Unione europea. Tuttavia, oggi, quello che manca più di qualsiasi altra cosa alle Nazioni Unite non è, forse, la legittimità democratica dei suoi organi o l’efficienza delle sue azioni militari, ma è l’autorevolezza necessaria a pretendere di essere il primo interlocutore ufficiale nella gestione dei conflitti.

È, infatti, corretto, secondo il principio di sussidiarietà, che l’Onu lasci la gestione del conflitto locale all’organizzazione regionale competente (la Lega Araba in questo caso) o, in mancanza di quest’ultima, a una coalition of willings, ma deve’essere altrettanto chiaro che nessuna delle cinque super potenze del Consiglio di sicurezza può permettersi di agire senza il consenso delle corrispettive parti. Un’azione unilaterale degli Stati Uniti d’America non credo possa essere più tollerata, poiché essa sarebbe l’ennesima dimostrazione dell’inefficacia della Carta delle Nazioni Unite. Il rispetto dell’azione dei funzionari Onu chiamati sul campo a dimostrare l’utilizzo di armi chimiche in territorio siriano da parte di uno dei due attori principali del conflitto non deve venir meno. Così come solo una decisione presa in concerto con le altre nazioni può avere la pretesa di assumere legittimità internazionale (Ban Ki-moon: «senza l’ok del Consiglio di sicurezza l’interevento sarebbe illegale»).

Nel caso della crisi siriana, e per la prima volta dopo la caduta dell’Unione Sovietica e la fine della guerra fredda, l’indiscussa leadership mondiale americana è sotto forte attacco da parte dell’opinione pubblica internazionale. Dopo i recenti conflitti in Afghanistan e Iraq e le manifestazioni della società civile contro la preventive war di Bush junior, gli interventi in Libia e in Mali avevano già dimostrato un atteggiamento della Casa Bianca meno autoritario. La recente decisione del Parlamento inglese di non intervenire nel conflitto siriano dimostra che le due potenze, storicamente alleate e sempre pronte a difendere i valori e gli interessi del mondo euro-atlantico, stiano aspettando di trovare un consenso quanto più allargato per agire in una zona facilmente incendiabile. In questo quadro, l’Italia, affossata dal debito pubblico, sembra aver ritrovato la propria strada di Paese promotore del diritto internazionale, oltre che sostenitore di una maggiore coordinazione europea in materia di politica estera. Dopo l’appoggio incondizionato alla guerra in Iraq e il libero accesso alle basi militari italiane durante la guerra in Libia, l’attuale Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino, di tradizione politica radicale e di pensiero federalista, ci regala una consapevolezza nuova. Nelle diverse interviste il Ministro sembra essere a conoscenza degli strumenti giuridici e diplomatici previsti del diritto internazionale per evitare un intervento militare, cita il Tribunale Penale Internazionale, la Convenzione sulle armi chimiche del 1993, l’Alto Rappresentante dell’Unione europea e dichiara che l’Italia rispetterà le decisioni prese dal Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Tutto ciò appare - nella speranza che il futuro più prossimo non mi smentisca - come l’inizio di una nuova era per la diplomazia italiana post-berlusconiana e potrebbe anche essere un auspicio per una maggiore integrazione europea in materia di sicurezza. Augurandoci che la strada della maggior integrazione non sarà ostacolata dai nazionalismi e dalle forze interventiste, lascio il lettore con una dichiarazione dell’ex Ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, rilasciata al Corriere della Sera e pubblicata il 4 Settembre u.s.: «forse l’Europa capirà che è il caso di smetterla di continuare ad avanzare sulla strada dell’autosmantellamento»!.

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P.S.

1. Il link all’ultimo comunicato dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Unione Europea sulla Siria.

2. Fonte immagine Wikipedia

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