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La politica estera della Cina in Africa e nel resto del mondo

Gli insegnamenti del passato applicati alla politica di potenza nel XXI secolo.

, di Luca Alfieri

Per capire l’attuale politica in Africa e nel resto del mondo bisognerebbe leggersi il trattato dell’antica Cina di Sun Tzu: “L’arte della guerra” [1]. Da quest’opera, studiata nelle accademie militari di tutto il mondo, si può comprendere il pensiero strategico cinese o comunque cercare di interpretarlo.

autori

  • Membro della Sezione GFE di Parma. Membro del gruppo giovani 66 di Amnesty International di Parma. Membro fondatore dell’associazione studentesca universitaria Economisti senza frontiere.

Parole chiave

L’autore de “L’arte della guerra”, contrariamente ad altri scrittori di strategia militare, ritiene che […]ottenere cento vittorie in cento battaglie non è dimostrazione di grandissima abilità. Soggiogare il nemico senza combattere rappresenta la vera vetta dell’arte militare (Sun Tzu, L’arte della guerra, cap.3 Programmare un’offensiva) .

Inoltre, pur essendo un trattato militare, “L’arte della guerra” non sottovaluta la possibilità di un conflitto, ma anzi la sconsiglia fortemente. La guerra è il compito più importante che uno stato possa intraprendere. La base sulla quale si decide la vita o la morte del paese, il Tao [2]che può determinare la sua sopravvivenza o la sua estinzione. Per questa ragione si tratta di una attività che dev’essere ponderata e analizzata (Sun Tzu, L’arte della guerra, cap.1 Valutazioni iniziali).

...La politica cinese, in Africa e non solo, si rifà a questi insegnamenti ...

La Cina, presentandosi come “il più grande paese in via di sviluppo del mondo” come enunciato nel documento del 2006 del Ministero degli Esteri cinese sulle relazioni tra Cina e Africa [3], intende, tramite accordi molto più vantaggiosi rispetto a quelli occidentali, accaparrarsi le immense ricchezze del continente dimenticato.

Di solito, tali accordi prevedono una compartecipazione alle attività produttive e soprattutto ai ricavi; collaborazioni per la costruzioni di infrastrutture a prezzi ragionevoli e in tempi brevi. Tali accordi non prevedono alcuna discriminante per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani o il supporto in attività anti-terrorismo. L’unica condizione posta dalle autorità cinesi per instaurare rapporti di affari è il non riconoscimento di Taiwan [4]. Ovviamente questi accordi sono stati salutati con molto entusiasmo dalle istituzioni africane anche in considerazione dei decenni di sfruttamento delle multinazionali degli ex colonizzatori e delle politiche perpetrate dagli ideatori del “Washington consensus”.

E l’Europa che cosa fa? A quanto pare poco. La mancanza di un governo unico europeo e soprattutto di una politica estera comune non permette agli stati europei di reagire nel migliore dei modi a questa situazione. Molti di essi non destinano ancora la percentuale di Pil promessa nella Dichiarazione del millennio agli aiuti allo sviluppo [5]. Come se ciò non bastasse, alcuni stati europei vedono ancora l’Africa nella sua totalità come quella di vent’anni fa, ma l’Africa è cambiata molto negli ultimi anni.

Molti paesi africani hanno ritmi di sviluppo molto elevati, anche tenendo conto della crisi economica attuale. Paesi come l’Angola hanno avuto un tasso di crescita annuo del Pil intorno al 13% [6] . Certo, esistono ancora alcuni paesi in gravissime condizioni, (es. lo Zimbabwe), ma è sciocco continuare a vedere l’Africa come un unicum uniforme e a ragionare solo in termini di aiuti allo sviluppo e non di investimenti diretti basati su una vera cooperazione internazionale, che dovrebbe fondarsi su una “nuova e armoniosa convivenza” tra Africa e Europa. J.P. Pougala [7], federalista africano ed europeo, ha recentemente scritto una lettera aperta al ministro degli esteri italiano Franco Frattini lamentando una visione anacronistica dell’Africa.

Pougala denuncia come i “falchi” africani si stiano servendo di questa visione errata dell’Africa per mascherare la loro corruzione e incapacità, fomentando e indirizzando la rabbia dei loro concittadini verso “l’uomo bianco”e i governanti cinesi ne stanno approfittando e sfruttano anche l’inesistenza di una voce unica dell’Europa. Ma questa voce unica non può esistere se non con la creazione di un governo unico di un’Europa federale che dialoghi con l’Unione Africana da pari a pari.

Non sono una sorpresa, quindi, le recenti dichiarazioni del Presidente del Senegal Wade: “in meno di 10 anni di cooperazione con la Cina, l’Africa ha ottenuto 1000 volte più di quanto ha avuto in 400 anni di relazioni, di chiacchiere e dolori con l’Europa.” L’Europa rischia di perdere l’Africa e non solo da un punto di vista materiale. Pougala ritiene che l’UE debba riconciliarsi definitivamente con l’Africa convocando una conferenza internazionale che metta la parola fine agli odi del passato. Come osservato dal Presidente della commissione dell’Unione Africana Jean Ping ,“l’Europa e l’Africa sono divisi solo dai 15 km dello stretto di Gibilterra e dal Mar Mediterraneo, che ormai è un grande lago [8]”. Considerando gli oltre cinque secoli di rapporti tra Africa ed Europa, non sembrerebbe un’impresa impossibile riuscire a ricucire i rapporti tra europei e africani e avviare una collaborazione proficua per entrambi. La Cina lo sa e per questo sta cercando di approfittare della nostra incapacità di dialogo per separarci da potenziali amici ed alleati (la compromissione delle alleanze del nemico è raccomandata da Sun Tzu nel cap.3 dell’arte della guerra, Programmare un’offensiva).

L’unico neo della politica cinese, che sta emergendo negli ultimi tempi, è il fatto che la Cina non utilizzi manodopera locale ma cinese e, come se non bastasse, per i pochi dipendenti africani l’avanzamento di carriera è proibito perché riservato ai dipendenti cinesi [9]

Questa falla nel sistema sino-africano, che dovrebbe fondarsi su reciproci vantaggi, ha già avuto gravi conseguenze nei rapporti tra i lavoratori cinesi in Africa e la popolazione locale, per cui si sono verificati episodi di violenza [10].

... a questo punto ci si dovrebbe chiedere perché la Cina insiste nell’impiegare manodopera cinese? ...

La risposta potrebbe risiedere nei problemi di instabilità sociale interna che rischiano di frenare la crescita del paese. Il ragionamento delle autorità è probabilmente il seguente: incentiviamo una parte dei lavoratori cinesi a lavorare all’estero per un periodo abbastanza lungo (i contratti prevedono solitamente una permanenza in Africa per un lungo periodo), così avremo meno persone di cui occuparci almeno nel medio termine, permettendoci di condurre con maggiore tranquillità politiche economiche di ampio respiro. A ciò si deve aggiungere la considerazione che i soldi delle rimesse dei

... il rischio di instabilità sociale interna che rischia di frenare il paese...

migranti vanno comunque alle famiglie rimaste in patria aumentandone la capacità di acquisto. Per quanto riguarda gli accordi con i paesi extra africani l’obiettivo e il metodo sono gli stessi: avere a disposizione più risorse possibili e magari contemporaneamente toglierle ai concorrenti europei e americani. Si pensi agli accordi con il Pakistan riguardanti il porto di Gwadar che sarà la base per la futura penetrazione del golfo persico [11] e alla costruzione di nuovi oleodotti in accordo con le ex repubbliche sovietiche (con il beneplacito russo si intende [12]) che diventeranno importantissimi nel caso di un blocco dello stretto della Malacca da dove passa più del 70% delle materie prime dirette in Cina [13].

Anche le rivendicazioni cinesi per il controllo degli atolli nel Mar Cinese meridionale, che si dice siano attorniati da grossi giacimenti petroliferi, si inseriscono in questa politica di accaparramento delle materie prime [14].

La Cina si sta, quindi, preparando in anticipo rispetto alle altre potenze, soprattutto Usa e Europa, alla corsa alle materie prime che sarà inevitabile se si continuerà

... vincere senza combattere ...

a perseguire la strada della politica di potenza tra gli stati e non si sposerà una maggiore redistribuzione concordata delle risorse attraverso un’autorità super partes e con ampi poteri decisionali. La Cina però applica da sempre i principi dell’arte della guerra e sa che è sconsigliabile iniziare una guerra dato che essa, come insegnava Sun Tzu, mette in pericolo la sopravvivenza stessa dello stato (a maggior ragione se si tratta di una guerra atomica ndr).

Per questo motivo la Cina intende accaparrarsi la maggior parte delle risorse possibili preparandosi a sostituire gli Usa come potenza egemone nel futuro senza sparare neanche un colpo.

Vincere senza combattere. Gli insegnamenti di Sun tzu applicati alla politica di potenza nel XXI secolo.

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P.S.

Fonte dell’immagine: World Wide Web

Note

[1I riferimenti a “L’arte della Guerra” di Sun Tzu provengono dal testo di Sawyer, R. D., (1999). L’arte della guerra di Sun Tzu, I metodi militari di Sun Pin. 5° ed. Vicenza: Neri Pozzi.

[2Il Tao è un elemento molto importante nella cultura orientale e nella religione Taoista, in questo contesto è inteso come via o sentiero.

[4Si veda Caracciolo, L., (2006). Appuntamento a Timbuktu e Panozzo, I., (2006). La Cina Invade l’Africa. Limes n° 3, 2006.

[9Il documentario di Current tv “Chinatown Africa” che metteva in risalto questi problemi è ora difficilmente rintracciabile sul web, consiglio di provare a cercarlo con programmi peer to peer Questo link mostra il trailer del documentario e sotto il video si trova un riassunto del servizio..

[14Si veda Caracciolo, L., (2006) L’America contro se stessa e soprattutto Mastrolia, N., (2006). Limes n°4, 2006

Tuoi commenti

  • su 4 novembre 2009 a 14:51, di Francesco Pigozzo In risposta a: La politica estera della Cina in Africa e nel resto del mondo

    A complemento del bell’articolo di Luca Alfieri, segnalo l’articolo di commento uscito oggi 4 novembre sul THE NEW YORK TIMES a firma di BEN SIMPFENDORFER: «Beijing’s ’Marshall Plan’. China’s foreign policy is about to change, and not entirely by choice».

    Come dire, può darsi che il riassetto del potere mondiale in corso spinga la Cina ad aggiustare anche i difetti segnalati da Alfieri nella sua politica africana. Ricordo a tutti che di Piano Marshall per l’Africa parlò Altiero Spinelli già trent’anni fa: solo che il soggetto e co-beneficiario avrebbe dovuto essere l’Europa federale! Francesco.

  • su 5 febbraio 2012 a 10:45, di Francesco In risposta a: La politica estera della Cina in Africa e nel resto del mondo

    Finalmente un articolo in cui si evidenzia che la Cina persegue una guerra economica contro tutto il resto del mondo e rischia di vincerla semplicemente perché il resto del mondo non sa nemmeno di essere in guerra contro la Cina. L’Europa ha il problema di sempre ovvero è divisa. Gli USA sanno almeno dal 2001 di essere sulla strada di un inevitabile declino e si vendono alla Cina illudendosi di salvarsi !

    Buona Cina a tutti !

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