
Robert Kagan è uno degli esponenti di spicco dei «neocon» ispiratori della dottrina Bush e si attesta tra i più critici nei confronti del ruolo internazionale dell’Unione europea. Joseph Nye insegna negli Stati Uniti ed ha alle spalle numerose collaborazioni con le amministrazioni di Washington, dove le sue teorie sono tenute ben presenti. Jeremy Rifkin si distingue per essere il più entusiasta dell’esperimento europeo, è un personaggio eclettico e noto in diversi ambienti, avendo spaziato con i suoi studi dal pacifismo all’ambientalismo, dallo sviluppo sostenibile sino alle ultime passioni europeiste.
Tutti questi autori sono consapevoli dell’ingombrante ruolo internazionale che spetta agli Stati Uniti nel post guerra fredda. Oltre a questo, sono anche ben consapevoli che bisognerà fare i conti con l’Unione europea, già grande potenza economica, che a più riprese manifesta la volontà di diventarlo anche sul piano militare e politico. Vediamo come.
Kagan e le distanze interplanetarie, ovvero gli Americani provengono da Marte e gli Europei da Venere.
La metafora invocata dall’autore è subito diventata molto nota, grazie soprattutto alla sua semplicità. Questa diversità, in realtà, è così netta? Le differenze tra USA ed UE esistono, specialmente nei rispettivi approcci in politica estera, e non sono causate dall’ultima amministrazione Bush. Secondo Kagan, esse sono destinate a durare perchè, mentre l’Unione europea si ispira all’idea kantiana di pace e di relativa prosperità, gli Stati Uniti sono costretti ad esercitare il loro potere in una situazione di anarchia internazionale come nella visione di Hobbes, in cui solo chi detiene ed impone la sua forza militare può difendere e promuovere un ordine liberale. Come dire: Venusiani, ringraziate Marte, che se fosse per voi, il mondo sarebbe un caos ingovernabile.
Kagan non lascia dubbi, l’ipotesi di un’UE come contrappeso agli USA è assolutamente infondata
Insomma, gli Americani non sarebbero i nuovi tiranni del mondo, ma sono coloro che si sono trovati il peso del mondo sulle spalle. Ne emerge, però, una fosca descrizione dell’Occidente contemporaneo in cui il più forte vince e comanda. La potenza spirituale, politica e militare degli Stati Uniti si contrappone alla “Vecchia Europa”, impotente ed imbelle, idealisticamente devota al diritto internazionale: un’Europa incapace di usare la forza e che si sottrae in questo modo a quella responsabilità primaria che è la lotta al terrorismo. Quello che lascia perplessi è il ricorso da parte di Kagan ad un dualismo tra potere e debolezza dedotto solo dalla forza militare di ognuno, che liquida l’atteggiamento dell’Europa verso gli Stati Uniti a quello di potenza decaduta ed invidiosa. Egli stesso sembra incappare in quegli stereotipi che tanto proclamava di voler superare nella sua introduzione.
Possono allora gli USA governare il mondo senza l’aiuto europeo? In un certo senso è quello che stanno già facendo. In Afghanistan e in Iraq, mentre gli Americani «preparavano la cena», gli Europei «facevano i piatti». Allora, come potrebbero mai essere utili agli Stati Uniti? Per l’Europa e per il mondo è importante che gli Stati europei restino in pace tra loro e che, finalmente, accettino la necessità vitale di avere un’America forte. Kagan non lascia dubbi, l’ipotesi di un’UE come contrappeso agli USA è assolutamente infondata.
Nye: persuasione versus coercizione. Gli Stati Uniti dovrebbero imparare le buone maniere.
Anche per Nye l’approccio europeo e quello americano sono differenti, ma, a differenza di Kagan, sono visti come complementari e utili l’uno all’altro. Joseph Nye ha fatto fortuna coniando il termine di soft power. Quest’ultimo si distingue dall’hard power, ovvero il ricorso alla coercizione, che consiste nell’abilità di far piegare gli altri al proprio volere, utilizzando la minaccia o l’induzione dei mezzi economici e militari. Il soft power, invece, fa ricorso ad altri strumenti quali la cultura, la formulazione delle politiche, i valori che insieme contribuiscono a indurre gli altri a volere ciò che tu vuoi.
A differenza di Kagan, Nye si preoccupa del progressivo declino della credibilità americana all’estero. Egli è fermamente convinto che gli Stati Uniti siano la prima potenza al mondo, ma esorta a riflettere sullo scarso ricorso al soft power da parte della politica estera americana. Le relazioni internazionali sono da lui paragonate ad un gioco di scacchi in tre dimensioni: al vertice ci sono le questioni militari, in cui gli USA sono l’unica superpotenza che gioca secondo le regole dell’egemonia e dell’unipolarismo; nel mezzo si trovano le questioni economiche e, infine, le questioni transnazionali come il terrorismo, l’ambiente, o le risorse naturali. In queste ultime due dimensioni ci si deve riferire ad un sistema multipolare in cui gli Stati Uniti non possono agire incontrastati, perché hanno a che fare con altri attori, statali e non. E’ proprio in questi ambiti che serve un’Europa forte.
Nye esorta a riflettere sullo scarso ricorso al soft power da parte della politica estera americana
Secondo Nye, l’Europa non è impotente, ma è forte proprio di quel soft power che gli Stati Uniti trascurano. Nonostante le riflessioni sul ruolo dell’UE siano più propositive di quelle di Kagan, l’Unione europea nella visione dell’autore può solo ambire ad essere un attore a metà sulla scena internazionale, dove l’ultima parola spetterà sempre agli USA.
Rifkin, il sognatore. Il sogno americano è tramontato? Trasferiamoci in Europa.
Last but not least, troviamo Jeremy Rifkin. Egli è il più «europeista» dei tre politologi, essendosi meritato questa medaglia nel 2004, quando pubblica «Il sogno europeo». In alcune centinaia di pagine, il poliedrico intellettuale americano ha cercato di far sognare chi, come lui, ha perso fiducia nel progetto americano. Pur restando convinto che i valori della responsabilità personale e della libertà dell’individuo restino fondamentali, Rifkin guarda all’Europa come il «nuovo mondo» dove pace, prosperità ed un buon tenore di vita si stanno affermando secondo un nuovo modello.
Jeremy Rifkin…l’American Dream è ora fuori strada
Il sogno americano non è più attuale ma resta ancorato al passato, non riuscendo ad offrire delle valide risposte alle esigenze della società globale contemporanea. L’American Dream è ora fuori strada perchè intende il successo individuale principalmente come un successo economico, si focalizza troppo sul progresso materiale, mentre poco si preoccupa per il benessere generale dell’umanità. L’Europa si trova in mano il testimone. Proprio qui, infatti, ci viene offerta una nuova e coraggiosa visione del futuro, che comprende l’integrazione sociale, la pace, la garanzia dei diritti umani e la volontà di preservare l’ambiente. Quello che per Kagan costituisce una debolezza per Rifkin è una grande risorsa, proprio perchè forte di un messaggio universale.
Come è ovvio, nemmeno l’Unione europea è immune da ipocrisie e debolezze, ma a Rifkin sembra più importante non fermarsi a questo. «Gli Americani sono soliti dire che per il Sogno americano valga la pena morire. Facciamo in modo che per il sogno europeo valga la pena vivere». Un’analisi o una speranza la sua? In un certo senso, l’entusiasmo dell’autore sorvola sulle questioni ancora aperte della riforma istituzionale dell’Unione europea, che è attualmente sempre più urgente in un’Europa a 27. Il successo del sogno europeo dipende anche da un rafforzamento dell’integrazione già esistente.
Tutti e tre gli autori contribuiscono a dare l’immagine dell’integrazione europea come di un esperimento unico nella storia. C’è poi chi, come Kagan, sottolinea maggiormente le debolezze che si celano dietro a questo apparente successo. Nye, invece, parla dell’importanza di un’Europa forte che agisca al fianco degli Stati Uniti sulle questioni economiche e per fronteggiare le minacce globali. Dal canto suo, Rifkin elogia l’esempio europeo, eleggendolo a nuovo modello di riferimento, raccontando i benefici di cui gli Europei hanno goduto dall’inizio del processo di integrazione ad oggi, cosa che mai in tanti anni erano riuscite a fare né le istituzioni dell’UE né tanto meno i leader europei.





