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Tempo di declassamenti

, di Simone Vannuccini

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  • Redattore capo di Eurobull.it, è ricercatore di Economia dell’Innovazione alla Friedrich Schiller University, Jena, Germania. Insieme a Michele Ballerin gestisce il blog «Euroscopio» sul quotidiano on line «pagina99».

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Non c’é dubbio: è tempo di declassamenti. C’è chi, come la Francia, perde la tanto agognata tripla A, e c’è chi, come l’operosa Italia di Mario Monti, addirittura scivola ad un BBB degno dei migliori paesi del Centroamerica. C’è poi l’eurozona nel suo complesso, messa sotto stretta osservazione da Standard & Poor’s; infine, c’è il declassamento del fondo europeo di stabilità finanziaria, l’EFSF, che dovrebbe – a giudizio dei capi di stato e di governo riuniti nei frequenti Consigli europei – rappresentare il passo intermedio (prima del Meccanismo Europeo di Stabilità, ESM) per risolvere definitivamente la crisi, garantendo una solvibilità dell’Eurozona e gli strumenti per il sostegno alle economie comunitarie in difficoltà. Peccato che a loro volta solvibilità e risorse (il c.d. Big bazooka con capacità di fuoco nell’ordine dei 440 miliardi di euro) dipendano dalle garanzie offerte degli stessi Paesi che vengono declassati.

C’è qualcosa di ironico nell’evoluzione del dibattito pubblico sul declassamento delle nazioni europee: le agenzie di rating non sono controllate, si dice, e sono soltanto americane o britanniche; per usare le parole di Foucault, questi tre oggetti non identificati della politica e dell’economia internazionale disporrebbero di un grande “potere incarnato”: nessuna forza formale, ma una impressionante capacità di determinare le convinzioni e le aspettative di investitori, speculatori e risparmiatori. Ancora più grave l’ipotesi del gigantesco complotto del Grande Capitale Finanziario, secondo cui poche famiglie desiderose di amministrare un governo mondiale delle banche attaccherebbero i poveri e buoni governi nazionali, disperati nel tentativo di salvare i loro cittadini.

Non è necessario invocare ogni volta il Rasoio di Occam, soprattutto in un mondo complesso e caleidoscopico come quello globalizzato, ma spesso bisogna evitare che la comprensione della complessità scada in interpretazione complicata: basta la logica per capire che, anche in assenza di qualunque agenzia di rating, esiste uno specifico “rischio paese”, un premio che i meno virtuosi devono pagare rispetto ai rendimenti dei titoli dei migliori della classe per essere in grado di attirare capitali. Perché investire nell’inaffidabile paese immaginario “I” quando posso assicurarmi un rendimento piccolo ma senza rischi investendo nel suo vicino coi conti in ordine “G”? L’investimento in I deve essere remunerativo almeno quanto serve per modificare gli incentivi, spostando le mie preferenze da una confortevole sicurezza alla ricerca del rischio ad alto ritorno economico.

È innegabile che le agenzie di rating possiedano un “potere incarnato”, ma è altrettanto vero che i loro declassamenti rendono palesi delle situazioni di fatto: non è vero che un’Eurozona litigiosa e inconcludente è più rischiosa degli Stati Uniti? E non è realistico pensare che la Germania, in termini di stabilità politica e risultati economici, possa verosimilmente far fronte ai propri debiti in modo migliore rispetto ad una Francia erosa dall’incertezza politica e dal ciclo elettorale, o da un’Italia rovinata dagli interessi corporativi e da quasi vent’anni di malgoverno?

Gli USA vivono la stagnazione più grave dal ’29, eppure nessuno mette in discussione la loro capacità di esercizio del potere sovrano; più in piccolo, lo stesso discorso vale per l’economia (disastrata) della Gran Bretagna; ma chi, al posto di S&P, Moody’s o Fitch non metterebbe sotto osservazione l’area euro, vincolata dalla moneta e dalle volontà deboli ma non dall’esistenza di un unico governo federale? Chi non alzerebbe la guardia di fronte a continue marce indietro, tentennamenti ed esempi di “veduta corta”? Il buon funzionamento dell’economia mondiale e, in ultima istanza, le possibilità di espansione del benessere e delle opportunità per tutti i cittadini del mondo richiede certezza, ma in questo momento l’Europa agisce come un elemento di disturbo sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta: crisi del welfare dovuta all’austerity, impoverimento e disoccupazione (salita al 10.4 percento nella zona euro), conflitto sociale da un lato e dall’altro l’assenza di investimenti di scala continentale e di una politica industriale sovranazionale risaltano a livello mondiale per la loro pericolosità sistemica.

Facciamo un esperimento mentale: che valutazione si può dare ad un Fondo europeo di stabilità costruito solamente sulle garanzie dei paesi membri, o ad un bilancio comunitario già striminzito e continuamente eroso da battaglie di retroguardia nazionali? Io li declasserei. Che considerazioni possiamo fare su di un Parlamento sovranazionale che invece di essere “l’assemblea costituente permanente” nella visione di Willy Brandt si scopre passivo e pavido? Io lo declasserei. E che dire dei governanti europei che per salvaguardare il loro interesse elettorale di brevissimo periodo mettono a repentaglio il futuro di milioni di cittadini? Io li declasserei. Cosa pensare di quegli stessi cittadini, avvolti nel tepore del loro sguardo nazionale, nell’irresponsabilità dei comportamenti generalisti, non ponderati e nel consapevole adagiarsi sulle scelte meno difficili e più populiste? Io declasserei anche loro. Infine, cosa fare di un’informazione e di un dibattito pubblico europeo che – quando esiste – si concentra sulle futilità e distoglie lo sguardo sia dai pericoli, come il rigurgito nazionalista dell’Ungheria di “Viktator” o i dubbi sull’europeismo finlandese, che dalle opportunità, tra cui la positiva situazione della Croazia, in questi giorni decisa ad entrare nell’Unione come ventottesimo membro? Senza pensarci due volte li declasserei.

Il giudizio espresso finora non cambierebbe nemmeno a seguito di una attenta valutazione dei risultati dell’ultimo consiglio europeo, dove il c.d. Fiscal Compact è stato approvato a 25; possono addirittura aver ragione gli epigoni di Angela Merkel, sostenendo che l’approccio rigorista della cancelliera non è soltanto improntato a rassicurare l’opinione pubblica tedesca, ma anche a raggiungere veramente gli Stati Uniti d’Europa passo dopo passo, con serietà e senza mettere nuovamente il “carro davanti ai buoi” come accadde per la moneta unica, ma l’assenza di una concreta visione per la crescita e l’accantonamento dei problemi strutturali appare ancora una volta come un rattoppo temporaneo ad una rottura ormai troppo grande. Se la Grecia ha bisogno disperato di risorse fresche per rimborsare circa 130 miliardi di debiti, mentre a lato dei vertici dell’eurogruppo i paesi che mantengono la tripla A (Germania, Olanda, Lussemburgo, Finlandia) decidono di incontrarsi da soli informalmente, qualcosa continua a non quadrare.

Nonostante le enormi problematiche che l’esistenza ed il funzionamento delle Agenzie di Rating sollevano (e che hanno dato il la a numerose proposte di riforma, sia in terra europea che asiatica), i problemi dell’Europa vanno ben oltre i rating, sono dilemmi profondi che chiedono di essere risolti, per il bene delle presenti e delle future generazioni. I problemi dell’Europa sono problemi politici, che necessitano la creazione di un potere nuovo, un potere federale sovranazionale. C’è ancora modo di salvare la situazione, senza appellarsi – come ha fatto recentemente Ciampi – ai sentieri profondi della Storia – o ad un qualche determinismo positivo, ma soltanto alla forza della Ragione, della volontà e della Politica. La finestra di opportunità per curare l’Europa non si è ancora chiusa, ma va sfruttata il prima possibile; fino a quel momento, sarà sempre e solo tempo di declassamenti.

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