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American Sniper: la guerra è una follia?

, di Michele Ballerin

A dispetto delle polemiche che ne hanno accompagnato l’uscita, l’ultimo film di Clint Eastwood non è solo ben fatto, ma contiene anche una riflessione non banale sulla guerra.

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Ho visto American Sniper, l’ultimo film di Clint Eastwood, e mi è piaciuto. L’ho guardato perché volevo verificare il fondamento delle critiche che gli sono piovute addosso: accuse di sciovinismo, di militarismo e via andando. La mia impressione è che sia ben fatto; e questo è tutto quello che si può chiedere a un film. Pulito, realistico, equilibrato, con minime sbavature retoriche (un carico così leggero da risultare più che sopportabile). Il film meno didascalico del regista più didascalico di Hollywood. Inoltre, un utile documento sulla guerra in Iraq vista con gli occhi di un soldato che l’ha combattuta.

Ma c’è di più. Oltre a essere ben fatto, contiene una delle riflessioni più intelligenti sulla guerra in cui mi sia imbattuto da parecchio tempo. Non so se era nelle intenzioni del regista, e in fondo non me ne preoccupo. Se, come talvolta capita, l’opera è stata più intelligente dell’autore, quest’ultimo ne ha tutto il merito, per un paradosso niente affatto paradossale che potrebbe anche racchiudere l’essenza stessa dell’arte.

Il protagonista del film è Chris Kyle, un tiratore scelto del corpo speciale dei Navy SEALs che in Iraq si fa una reputazione come cecchino infallibile, arrivando a collezionare 160 vittime accertate; la tesi è che non si tratta di un killer professionista, ma di un bravo soldato. In una delle scene chiave, quando il cecchino tornato alla vita civile si confronta con uno psichiatra, afferma di non provare rimorsi perché ha fatto soltanto il suo dovere. “Sono pronto a incontrare il Creatore”, dice, “e a rendergli conto di ogni colpo sparato”.

Si vorrebbe, ma non si riesce a dargli torto. Il mestiere di un soldato è sparare per uccidere. La guerra in Iraq è una guerra sbagliata? Chris Kyle è convinto che sia giusta, che gli USA siano sotto minaccia e che sia suo dovere, in quanto americano, battersi per difenderli. Che la nostra opinione differisca dalla sua ha poca importanza, soprattutto perché il film è la faccenda come la vede lui, Kyle, e non come la vediamo noi. Né possiamo pretendere da un bravo cow boy texano, più ferrato in caccia e pesca che in scienze sociali, complicate analisi geopolitiche e una lucida ripartizione delle responsabilità storiche.

Kyle è dunque un personaggio positivo, abbastanza tormentato, ma non quanto forse piacerebbe a un pacifista di professione. È questa sua serenità di fondo, questa certezza di essere nel giusto a irritare una parte del pubblico; ma è anche l’elemento che ci obbliga a pensare la guerra in termini meno scontati di quanto siamo soliti fare.

Fosse o no nelle intenzioni del regista, la morale del film è che la guerra è una brutta cosa, e che si dovrebbe fare tutto il possibile per evitarla. Non è brutta perché in essa l’uomo diventa una belva, non è brutta in quanto aberrazione o “follia”, come così banalmente amiamo ripetere nei salotti fisici e in quelli virtuali – o più semplicemente nel salotto della nostra coscienza. Au contraire: è brutta perché costringe l’uomo in una logica che trasforma l’assassinio in un dovere morale. Chiaro che, diversamente, tutto sarebbe più semplice, e tutti saremmo pacifisti. Invece, il dovere di un soldato è uccidere. Può anche sottrarsi, naturalmente, e può avere le sue ragioni per farlo. Ma qualcun altro lo farà al suo posto, finché la guerra esiste. Il problema, cioè, è nella guerra, non nel soldato.

Questo lo sapeva bene il padre di tutti i pacifismi, Gandhi, che in occasione della guerra con i Boeri rifiutò di imbracciare il fucile ma si sentì in obbligo di supportare comunque l’esercito britannico prestandovi servizio come barelliere. Riteneva infatti che chiamarsi semplicemente fuori fosse ipocrita e immorale. I soldati avrebbero continuato a sparare, la guerra avrebbe continuato a svolgersi e il fenomeno storico della guerra a esistere.

Qual è allora il problema della guerra? Il film si arresta sulla soglia di questa domanda inespressa. Ma a chi ha una certa dimestichezza con il pensiero federalista la visione di American Sniper può suggerire (forse per una sorta di deformazione professionale) una risposta kantiana: il problema della guerra è che non è un fenomeno irrazionale, ma ha invece le sue ragioni, e la ragione più profonda è nella divisione del mondo in nazioni sovrane. Dal momento che ogni nazione ha i propri interessi, che questi sono spesso in conflitto reciproco e non esiste un tribunale supremo in grado di imporre soluzioni pacifiche, la guerra è una conseguenza logica e talvolta inevitabile. Un Paese può anche non volerla, ma se la vuole il suo vicino dovrà volerla anche lui. E una volta che la guerra è stata dichiarata, o sei con il tuo Paese o sei contro di lui.

Essendo il mondo uno spazio finito – essendo impossibile aggiungere anche un solo centimetro ai 40.000 chilometri che cingono il pianeta alla latitudine 0 – è impossibile allargarsi senza obbligare qualcun altro a restringersi, e nessuno è disposto a farsi piccolo per accontentare le smanie di un altro. L’unica soluzione sarebbe che nessun Paese, nessun popolo, nessuna etnia volesse più di quello che ha. Ma la volontà di un soggetto sovrano dipende soltanto da lui; ed ecco perché il nostro pacifismo è – disarmato, a priori e a prescindere.

Ergo, il problema della guerra è il problema della sovranità. Finché non esisterà una sovranità condivisa a livello sovranazionale, con istituzioni democratiche comuni dotate della forza di imporre una legge superiore a quella delle nazioni, vedremo la guerra sempre riprodotta dalla stessa aritmetica inesorabile, e nessuno riuscirà a toglierle la sua fetta di ragione: quella “ragion di Stato” che obbliga un governo ad anteporre a ogni altra considerazione gli interessi del proprio Paese, e i suoi elettori a punirlo se agisce diversamente.

Naturalmente non penso che Clint Eastwood abbia letto Per la pace perpetua prima di girare American Sniper... Però credo che il film sia soprattutto questo: una provocazione, una sfida, giocata con finezza, alla banalità con cui troppo spesso pensiamo la guerra e giudichiamo l’uomo che la combatte. Può infastidire, ma se lo fa è perché ci obbliga ad ammettere che la guerra ha una sua logica: e questa è l’unica via per sconfiggerla, anche se forse non è la più comoda.

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P.S.

Fonte immagine Wikimedia

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