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Avviare subito l’Unione europea di difesa e di sicurezza

, di Lucio Levi

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La decisione dei ministri degli esteri dell’Unione europea, che segue di alcuni giorni quella degli Stati Uniti, di intervenire in Iraq in soccorso delle minoranze religiose minacciate di sterminio da parte delle truppe dello Stato islamico (IS) che si sta formando ai confini tra Siria e Iraq, non può essere intesa come un episodio circoscritto e come la reazione a una situazione di emergenza. Deve diventare invece il tassello di una strategia complessiva di stabilizzazione del Medio Oriente e dell’Africa.

Gli interventi militari che hanno abbattuto le dittature di Saddam Hussein e di Gheddafi e la guerra civile che sta distruggendo la Siria hanno generato “Stati falliti”, che difettano di coesione e di legittimità a causa della frammentazione tra gruppi tribali che non accettano l’autorità del governo centrale. La loro fragilità offre un terreno favorevole alle attività illegali di gruppi criminali o terroristici e minaccia l’ordine internazionale. La mancata costituzione dello Stato palestinese, se messa in relazione con la divisione tra Hamas e Al Fatah e con la guerra strisciante con Israele, presenta caratteristiche simili ai casi precedenti. Infine l’IS, che aspira a diventare il Califfato e tende a unificare tutti i fedeli dell’Islam, e che nella sua avanzata sta compiendo stragi di una ferocia inaudita, rappresenta un fattore ancora più inquietante di destabilizzazione della regione. A tutto ciò occorre aggiungere che al confine orientale dell’UE la crisi ucraina rappresenta un rischio altrettanto grave: quello di uno scontro tra Est e Ovest, che ci può riportare al clima della guerra fredda.

Il modello adottato dall’UE per l’adesione dei paesi dell’Europa centro-orientale non si può applicare al Nord Africa e al Medio Oriente. La Lega araba è il quadro politico entro il quale si può sviluppare un processo di integrazione regionale che può giungere a includere anche Israele. Il fondamentalismo islamico è un movimento reazionario che si oppone ai processi di sviluppo economico, di modernizzazione sociale e di secolarizzazione che sono il motore della primavera araba.

I problemi sono molti, le difficoltà grandi e le incertezze infinite. Però, la principale responsabilità del crescente disordine in Medio Oriente e in Africa grava sull’UE, che si è dimostrata incapace di colmare il vuoto creato dall’arretramento del potere americano nel mondo e in particolare nel Mediterraneo. Il Trattato di Lisbona dispone che la politica estera e di sicurezza sia uno dei settori nei quali le decisioni devono essere prese all’unanimità. Tuttavia, esso permette a un gruppo di Stati anche piccolo di avviare una “cooperazione strutturata permanente” per la creazione di un’Unione europea di difesa e di sicurezza. Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo nel 2003, all’epoca dell’attacco degli Stati Uniti all’Iraq, avevano compiuto i primi passi in quella direzione, ma si fermarono subito. Ora il problema di un’Europa che parla con una sola voce nel mondo si pone con l’urgenza di un imperativo indilazionabile.

Strettamente intrecciata con questo obiettivo è l’Unione europea dell’energia annunciata da Juncker per sviluppare le energie rinnovabili, creare una rete europea per la distribuzione di energia e negoziare su basi unitarie con i paesi fornitori. Solo un’Europa capace di agire come un attore globale avrà l’autorità necessaria a convocare una conferenza di pace per l’Africa e il Medio Oriente, aperta alla partecipazione di tutti i paesi della regione oltre che agli Stati Uniti e alla Russia. È un’iniziativa che le permetterà di allontanarsi dalle logiche imperialistiche e colonialistiche del passato e di promuovere la pacificazione e la democratizzazione di questa area. In primo luogo, l’UE dovrà promuovere un piano di sviluppo per l’intera regione. Non è indifferente da chi verranno gli aiuti. Se l’iniziativa per lo sviluppo dei paesi del Mediterraneo verrà dall’UE, essa darà impulso alla democratizzazione di questi paesi. Se invece gli aiuti verranno dalla Cina o dall’Arabia Saudita, essi non avranno quel valore aggiunto. È da ricordare che Spinelli nel 1978, alla vigilia della prima elezione europea, aveva proposto un piano di questo genere. In questa prospettiva, diventerebbe possibile sottrarre i proventi della rendita petrolifera al circuito della finanza speculativa per orientarli verso investimenti nella regione per costruire grandi opere infrastrutturali, innanzi tutto il progetto per la produzione di energia solare nel deserto del Sahara. In secondo luogo, l’Europa può essere determinante nella costruzione della pace nel Mediterraneo, a cominciare dall’avvio a soluzione del conflitto israelo-palestinese, che ormai non ci possiamo più aspettare dagli Stati Uniti.

Su queste basi potrà risorgere il panarabismo all’insegna della solidarietà tra popoli che hanno scelto la libertà e la vogliono difendere costruendo istituzioni comuni e avviando un processo federativo in seno alla Lega araba. Il grande problema politico del nostro tempo è quello di portare i popoli e la democrazia là dove si decidono i destini degli uomini. In altre parole occorre costruire nuovi poteri democratici a livello internazionale.

Occorre in particolare riconoscere il ruolo che la Russia può svolgere nella ricostruzione dell’ordine internazionale in Medio Oriente, come suggerisce il contributo determinante che essa ha dato a scongiurare un disastroso intervento militare degli Stati Uniti in Siria e a smantellare l’arsenale delle armi chimiche di quest’ultima. Così, l’UE e gli Stati Uniti devono riconoscere il diritto della Russia e di almeno una parte degli Stati dell’ex-Unione Sovietica di darsi un’organizzazione regionale. In tal modo si potrà sviluppare un processo di integrazione che consenta di raggiungere le economie di scala e le dimensioni politiche necessarie ad assicurare sviluppo economico e indipendenza politica in un mondo nel quale i raggruppamenti regionali di Stati – accanto agli Stati che hanno già acquisito la dimensione macro-regionale – sono destinati ad affermarsi come attori della politica mondiale. Il contesto nel quale la crisi ucraina può essere avviata a soluzione è quello dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), un’organizzazione che include la Russia, tutti gli Stati membri dell’ex-Unione Sovietica, tutti i paesi europei, gli Stati Uniti e il Canada. Più specificamente, l’OSCE può essere promotrice di un accordo che mantenga l’unità dell’Ucraina assegnandole il ruolo di cerniera tra Europa e Russia, sviluppi nuove forme di cooperazione tra UE e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) e consenta l’associazione dell’Ucraina sia allo spazio economico europeo sia all’unione doganale centro-asiatica: una formula che permetterebbe di allontanare lo spettro della guerra civile e di salvaguardare l’integrità territoriale del paese.

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Fonte immagine Flickr

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