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Brexit: la fine di un alibi

, di Alberto Majocchi

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  • Professore di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia Membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi sul Federalismo

Negli ultimi 40 anni l’opposizione del governo britannico ha rappresentato l’alibi dei governi del continente per non portare a una conclusione politica il processo di unificazione europea, avviato con il «Manifesto per un’Europa libera e unita», redatto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nell’isola di Ventotene. Con la vittoria del Brexit nel referendum del 23 giugno questo alibi è finalmente caduto. I governi europei dovranno assumersi le loro responsabilità per non aver saputo affrontare il problema della crescita e della disoccupazione, e della gestione del drammatico problema delle migrazioni nel quadro di una politica estera e della sicurezza comune, garantendo all’Unione europea, e in particolare all’Eurozona, un’effettiva capacità di governo.

Dopo quasi un decennio dallo scoppio della crisi la crescita dell’economia è fragile e l’unico strumento che nell’Eurozona può essere utilizzato per sostenerla – evitando che si accrescano le divergenze fra i paesi più ricchi e quelli economicamente più arretrati e per garantire uno sbocco a giovani e meno giovani in cerca di un’occupazione – è costituito dalla politica monetaria. E non a caso, perché la Banca Centrale Europea è l‘unica istituzione di governo federale che esista in Europa. In un’istituzione federale si possono prendere decisioni anche contro la volontà degli Stati più forti, come è avvenuto quando Draghi ha deciso di promuovere il Quantitative Easing nonostante il parere contrario della Bundesbank. Ma per la politica fiscale le decisioni devono essere prese all’unanimità, con il consenso di tutti i paesi, e in particolare degli Stati più forti, che temono il default degli Stati più deboli. Per questa ragione è stato approvato il Fiscal Compact, ma le misure per sostenere la crescita si sono limitate al varo del piano Juncker, che ha dimensioni limitate e i cui effetti positivi si manifesteranno lentamente nel tempo.

Occorre un cambio di passo, rafforzando le dimensioni finanziarie di un piano di sviluppo europeo fondato sulla crescita degli investimenti, in particolare degli investimenti pubblici destinati a promuovere le reti infrastrutturali e a sostenere la ricerca – con le sue ricadute sulla produzione – e l’innovazione tecnologica, con la formazione di imprese federali europee nei settori più dinamici e più aperti al mercato mondiale. Ma l’Europa dovrà promuovere altresì un rafforzamento del sistema di istruzione superiore, lo sviluppo di nuove tecnologie per le energie rinnovabili, la tutela dei beni ambientali e del patrimonio culturale. Tutte queste misure avranno un effetto positivo sull’occupazione e favoriranno una riduzione delle disuguaglianze nella distribuzione del reddito fra redditi di lavoro e di capitale, che si sono fortemente accentuate durante il decennio della crisi. Ma per attuare questo piano occorre che ci sia un’effettiva capacità di decisione a livello europeo, che è ancora del tutto assente con le istituzioni attuali definite dal Trattato di Lisbona.

A sua volta, la gestione del problema delle migrazioni richiede l’avvio di una politica efficace per garantire il controllo delle frontiere, sostenuta da una politica estera in grado di promuovere la stabilità politica nell’area del Mediterraneo e il superamento dei conflitti in atto, in particolare nel Medio Oriente. Ma per affrontare alla radice il problema di un controllo dei flussi migratori occorre che l’Europa sappia mettere in atto un «piano Marshall per l’Africa», capace di favorire lo sviluppo economico di questi paesi attraverso un flusso di finanziamenti per promuovere gli investimenti – in particolare nel settore energetico e delle risorse idriche – e per sostenere i consumi delle famiglie nei paesi più poveri. Lo sviluppo dei paesi mediterranei e dell’Africa sub-sahariana contribuirà nel tempo a frenare i flussi migratori, oltre a favorire una riduzione delle disuguaglianze fra i paesi a nord e a sud del Mediterraneo. Il controllo delle migrazioni si realizza con politiche positive di sostegno alla crescita, e non soltanto attraverso misure coercitive per impedire che i migranti, siano essi rifugiati politici o persone che fuggono per sfuggire alle guerre e alla fame, possano garantirsi un futuro sul territorio europeo.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario che l’Europa si rafforzi politicamente, sfruttando le possibilità già offerte dal Trattato di Lisbona e, in prospettiva, promuovendo una riforma costituzionale che garantisca alla Commissione un’effettiva capacità di governo, controllata dal Parlamento eletto e da un Consiglio dei Ministri trasformato in una Seconda Camera che rappresenti gli Stati al livello dell’Unione. Hic Rhodus, hic salta. Se i governi saranno capaci di offrire questa risposta positiva con misure capaci di promuovere in tempi brevi passi in avanti verso una vera Unione politica, il referendum britannico sarà stato il viatico per uno sviluppo di un’Europa più democratica e più efficace, ma anche più giusta e più solidale. Nel caso contrario, sui governi dei 27 paesi membri dell’Unione ricadrà la colpa storica di aver avviato l’Europa sulla strada di un declino storico inarrestabile, aprendo la strada al successo del populismo e, in ultima istanza, a una drammatica rinascita del nazionalismo.

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P.S.

1. Articolo originariamente pubblicato come Commento del Centro Studi sul Federalismo

2. Fonte immagine Pixabay

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