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Che cosa insegna la missione Hollande-Merkel per la crisi ucraina

, di Alfonso Sabatino

Dopo gli ambigui accordi di Minsk del 12 febbraio (Minsk 2), rimane da giudicare l’efficacia dell’iniziativa Hollande-Merkel per risolvere la crisi ucraina. La valutazione si impone soprattutto dopo l’esperienza dei precedenti accordi del 4 settembre 2014 (Minsk 1), ampiamente violati da tutte le parti in causa, e la resa delle truppe ucraine a Debaltsevo, dove sono continuati i combattimenti ben oltre l’avvio della tregua stabilita per il 15 febbraio.

In verità il giudizio non è semplice, e per esperienza occorre riconoscere che non si può ottenere tutto e subito, da un lato, e che occorre del tempo per verificare i risultati conseguiti, dall’altro lato. La verifica dei risultati può però iniziare dal punto di partenza della crisi recente segnato dall’orientamento di numerosi parlamentari e di alcuni settori del Pentagono e del Segretariato di Stato statunitensi di fornire armi all’esercito ucraino per fermare l’avanzata dei separatisti filorussi nelle province ucraine del Donbass. Va aggiunto che il 23 dicembre scorso il parlamento ucraino ha votato l’abolizione dello status di paese neutrale che aveva adottato al momento dello scioglimento dell’URSS e questa decisione è stata letta da molti osservatori come il primo passo verso l’adesione alla NATO [1], certamente favorita dagli Stati Uniti ma vista come fumo negli occhi da parte del Presidente russo. Inoltre, Putin ha sempre contrastato l’accordo di associazione esclusiva dell’Ucraina all’Unione Europea (UE) [2] da lui considerato come un tentativo per sabotare il suo progetto di raccogliere in un’Unione Economica Euroasiatica (UEE) [3] gli Stati nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Non va trascurato, infine, che il tentativo di estensione della NATO ad alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica ha sempre fatto parte di una strategia d’indebolimento di Mosca condotta dagli Stati Uniti dopo il crollo del muro di Berlino. Sembra, inoltre, per capire le posizioni odierne di Mosca, che a quel tempo gli Stati Uniti si fossero impegnati verbalmente con Gorbaciov a non estendere la NATO ai paesi dell’ex Patto di Varsavia, cosa che poi è puntualmente avvenuta. Va aggiunto, infine, che storicamente la crisi è stata provocata dagli stessi comportamenti occidentali che, dopo il crollo del Muro di Berlino, non hanno voluto intervenire sui nodi della transizione alla democrazia e all’economia di mercato dei paesi ex URSS. L’Ucraina è oggi uno Stato fallito, Russia, Bielorussia, Kazakistan e altri sono tutti Stati autocratici, in mano a oligarchi provenienti dalle file dell’ex PCUS, ovviamente schierati a difesa dei propri privilegi piuttosto che a sostegno dello sviluppo.

Date tali premesse, la Cancelliera Merkel è stata mobilitata dagli allarmi lanciati a Berlino dai suoi ministri della difesa e per gli affari esteri, entrambi preoccupati per la possibile e disastrosa estensione del conflitto nel cuore dell’Europa. Alle loro preoccupazioni si sono aggiunte le resistenze dell’industria tedesca, già penalizzata dalla riduzione dell’interscambio, al varo di nuove sanzioni nei confronti della Russia. Su quest’ultimo punto, inoltre, da tempo la Germania ha recepito la crescente insofferenza dei settori produttivi di altri paesi europei (Austria, Italia e Francia, soprattutto) anch’essi penalizzati dalle sanzioni erogate alla Russia dopo l’occupazione della Crimea.

La Cancelliera, tuttavia, non poteva agire da sola, né parlare sempre da sola in nome dell’Europa e doveva intervenire subito. Non poteva delegare il compito di buttare acqua sul fuoco al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, ex premier polacco e uno dei promotori dell’accordo di associazione dell’Ucraina; né poteva mobilitare la presidenza di turno dell’Unione esercitata dalla Lettonia, Stato baltico e antirusso; né poteva affidare il compito all’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza UE, Federica Mogherini, che sarebbe rimasta paralizzata nella sua azione dai veti dei paesi baltici, della Polonia e della Svezia, tutti schierati a favore dell’Ucraina contro la Russia. Pertanto, la scelta di affrontare Putin con l’assistenza del Presidente Hollande è stata una scelta obbligata dato l’attuale assetto intergovernativo dell’Unione europea. Francia e Germania hanno, quindi, espresso l’asse europeo storicamente trainante e sono gli unici Stati europei che dispongono di una modesta libertà di azione internazionale e di una sempre modesta autorevolezza per parlare con Putin e con Obama.

Certamente avrebbe potuto avere un ruolo anche l’Italia, soprattutto sollevando durante il semestre di presidenza del Consiglio UE l’attenzione sui nodi della politica estera e di sicurezza europea, ma l’attuale governo ha dimostrato di avere la vista corta e si è solo limitato ad alzare la voce per rivendicare la posizione dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nell’ambito della nuova Commissione Junker.

Va quindi dato atto alla coppia Hollande-Merkel di avere affrontato nel loro primo difficile contatto con Putin a Mosca del 6 febbraio, dopo avere fatto tappa a Kiev per consultazioni con il Presidente Poroshenko, alcuni punti cruciali come la cessazione delle ostilità, l’apertura del trattato di associazione dell’Ucraina ai rapporti con la Russia, la non estensione della NATO all’Ucraina. Posizioni che la Cancelliera ha sostenuto anche nell’incontro di Washington con il presidente Obama e che hanno fatto parte della piattaforma negoziale aperta a Minsk il 12 febbraio per ottenere un cessate il fuoco e la ricerca di compromessi nel contenzioso tra Russia e Ucraina. A questo punto, dopo l’accordo Minsk 2, il nodo da sciogliere è soprattutto nelle mani di Kiev. Infatti, la lettura dei tredici punti dell’accordo pone più oneri sulle spalle del governo ucraino di quanti ne possa porre su quelle dei separatisti delle province orientali e della Russia. Tra l’altro, un nuovo pacchetto di sanzioni verso Mosca è già stato impostato ma è stato contemporaneamente sospeso in attesa della piena applicazione dell’accordo.

Il Presidente Petro Poroshenko, da parte sua, è impegnato a introdurre riforme istituzionali rivolte a garantire l’autonomia delle regioni orientali, a indire elezioni locali, ad amnistiare i responsabili della rivolta senza che sia messa in discussione l’appropriazione della Crimea da parte della Russia e il disarmo delle milizie separatiste. Inoltre, non va tralasciato che la situazione interna del paese è al collasso, le riforme chieste dal FMI per l’erogazione di un piano di aiuti di 15 miliardi di dollari non sono state avviate, il paese rimane in mano a un gruppo di oligarchi pronti a fare il doppio gioco con Mosca, la corruzione rimane dilagante, l’esercito è male armato e demoralizzato ed è affiancato da milizie di estrema destra che si richiamano ai collaborazionisti nazisti antisovietici della seconda guerra mondiale, il governo conta diversi ministri che sono espressione diretta della lobby statunitense.

Pertanto, dopo la resa a Debaltseve del contingente ucraino accerchiato dalle milizie delle province orientali ribelli di Lugansk e di Donetsk, sono apparsi subito evidenti i limiti dell’iniziativa Hollande-Merkel per la cessazione delle ostilità nel bacino del Donbass. È prevedibile che i separatisti filo russi, con l’appoggio di Mosca, non si faranno scrupolo di violare ulteriormente la tregua per ampliare la loro area di controllo e porre in difficoltà Kiev. In realtà è questo il vero obiettivo della partita giocata cinicamente da Vladimir Putin che punta al collasso e al rovesciamento dell’attuale governo ucraino per recuperare la partecipazione del paese al suo disegno di UEE. Disegno oggi fortemente compromesso dalle sanzioni occidentali, dalla svalutazione del rublo, dal calo del prezzo del petrolio, tutti fattori che hanno decisamente indebolito l’economia russa e la sua stessa capacità trainante dell’UEE agli occhi dei suoi partner bielorussi, kazaki e armeni.

Si può anche dire, però, che l’obiettivo di Berlino e Parigi probabilmente non era poi così immediato e circoscritto avendo invece altre finalità, più ampie, quali il tentativo di riannodare con Mosca un dialogo sui rapporti tra UE e Russia incrinato dal trattato di associazione all’UE dell’Ucraina. Trattato promosso, come già sottolineato, dal blocco dei paesi baltici e dalla Polonia, con un forte avallo degli Stati Uniti, proprio per contrastare il tentativo moscovita di ricreare l’unità di mercato e le sinergie consolidate storicamente dall’Impero zarista e, soprattutto in seguito, dall’URSS. Occorre dire, a tale proposito, che l’UE non ha compreso l’importanza del progetto UEE, né la propria capacità di condizionarlo dall’esterno attraverso il negoziato politico e commerciale, la fornitura di assistenza tecnologica e l’esempio influente del proprio modello sociale, come è avvenuto negli anni settanta-ottanta con un rilancio del processo di unificazione (Processo di Helsinki, elezione diretta del Parlamento europeo, iniziativa costituente europea di Altiero Spinelli, Atto unico europeo) che affermava un modello europeo non aggressivo e cooperativo. Pertanto l’errore compiuto dall’UE è stato quello, sottolineato dall’ex Cancelliere Helmut Schmidt, di aprire un negoziato di associazione con l’Ucraina penalizzante nei confronti della Russia che, in realtà, costituisce l’interlocutore necessario per avere una frontiera orientale sicura per l’Europa (vedi il Rapporto Solana del 2003).

La posta in gioco per la sicurezza europea e del mondo è la stabilizzazione economica della Russia e dell’area euroasiatica, la promozione dei processi di democratizzazione dell’area grazie allo sviluppo di una economia aperta e alla affermazione di una società pluralista. In altre parole, l’”orso russo” può essere addomesticato con l’aiuto esterno, mentre le condizioni di estrema debolezza interna nei confronti di un contesto internazionale conflittuale hanno sempre determinato reazioni feroci di autodifesa da parte sua. Non a caso Henri Kissinger ha affermato: demonizzare Putin significa avere nessuna politica.

Se allora effettivamente la posta in palio è quella di recuperare un rapporto organico ed evolutivo dei paesi europei con la Russia e l’area eurasiatica, in modo che l’Ucraina possa diventare un ponte essenziale della cooperazione tra due aree continentali di importanza strategica internazionale, non si può fare a meno di considerare la portata titanica dell’iniziativa franco-tedesca se essa vuole essere perseguita fino in fondo. Parigi e Berlino debbono riaprire il processo costituente europeo per consolidare l’unione monetaria con l’unione fiscale e di bilancio, per dare all’Unione capacità democratica di decisione e di azione in politica estera e di sicurezza rivolta alla creazione e al rafforzamento delle istituzioni globali di governo mondiale parziale. Debbono impegnarsi nel rafforzamento dell’OSCE, figlia del processo di Helsinki, e struttura di sicurezza e cooperazione necessaria per garantire relazioni aperte tra UE e UEE attualmente ostacolate dalle paure storiche dei paesi UE dell’Europa centro orientale nei confronti della Russia. In assenza di una struttura di sicurezza europea, tali paesi sono indotti a cercare protezione sotto l’ombrello degli Stati Uniti d’America con le conseguenze che vediamo. L’iniziativa franco tedesca richiede poi che l’UE riveda i propri rapporti di dipendenza strategica dagli Stati Uniti in ambito NATO e stabilisca una necessaria equal partnership tra le due sponde dell’Atlantico, oggi necessaria anche agli Stati Uniti, per governare i nuovi processi accesi dalla globalizzazione e dall’equilibrio multipolare mondiale.

A Washington resiste ancora una maggioranza di influenti osservatori e rappresentanti politici che continua a interpretare la politica internazionale in termini egemonici, teme la costituzione e il consolidamento di posizioni di potere nel mondo che possano minacciare la leadership mondiale statunitense. Ciò spiega il tentativo di contenere l’influenza cinese in Asia, di contrastare le aspirazioni di consolidamento internazionale della Russia, di costituire alleanze commerciali transatlantiche (TTIP) e transpacifiche (TTP) guidate da Washington, di limitare il processo europeo, di puntare sulla sconfitta dell’euro. Tutti temi questi ai quali gli europei devono dare risposta, se vogliono superare l’ordine della pace di Westfalia e assicurare il governo mondiale dell’interdipendenza e della fine delle egemonie.

Ecco dunque il nodo da sciogliere nelle mani di Hollande e Merkel se vogliono essere coerenti con le loro aspirazioni alla pace e alla sicurezza in Europa e nel mondo. Occorre che essi traggano dalla lezione ucraina l’insegnamento del rilancio del processo europeo.

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P.S.

Fonte immagine Wikipedia

Note

[1Il Presidente dell’Ucraina Petro Poroshenko ha subito annunciato dopo il voto che il governo organizzerà un referendum popolare sul tema dell’adesione alla NATO.

[2L’Accordo di associazione all’UE dell’Ucraina, della Moldova e della Georgia, firmato a Bruxelles il 27 giugno 2014, prevede rapporti esclusivi di tali paesi con l’Unione Europea e una sostanziale chiusura delle frontiere con la Russia.

[3L’Unione Economica Eurasiatica (UEE) è un’unione economica nata il 29 maggio 2014 tra Bielorussia, Kazakistan, Russia, alla quale ha aderito da ottobre 2014 anche l’Armenia. L’UEE ha come modello l’Unione Europea.

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