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Come far pagare le tasse alle multinazionali? Pane per “denti federalisti”

, di Luca Alfieri

autori

  • Membro della Sezione GFE di Parma. Membro del gruppo giovani 66 di Amnesty International di Parma. Membro fondatore dell’associazione studentesca universitaria Economisti senza frontiere.

Parole chiave

“[…] tax avoidance is a big, global problem. It’s not unique to other countries because, frankly, there are folks here in America who are taking advantage of the same stuff. A lot of it is legal, but that’s exactly the problem. It’s not that they’re breaking the laws, it’s that the laws are so poorly designed that they allow people, if they’ve got enough lawyers and enough accountants, to wiggle out of responsibilities that ordinary citizens are having to abide by” (Barack Obama 5 aprile 2016) [1]

È quantomeno straordinario che proprio oggi 9 maggio, festa dell’Europa, siano usciti i dati di 200.000 società offshore relativi ai cosidetti Panama papers. Questa “felice” coincidenza ci permette di illustrare come la possibilità di tassare le multinazionali, restando ancorati allo stato nazionale, siano pari a zero.

In questo momento possiamo immaginare siano già emersi due tipi di interventi sulle vostre pagine facebook, sui giornali e sui TG: la prima tipologia di intervento è quella “indignata”. Gli accoliti di questa maggioranza si stanno in questo momento strappando le vesti per l’avidità delle multinazionali cattive e si lamentano dell’aumento delle disuguaglianze economiche a cui le multinazionali sarebbero insensibili.

L’altra opinione, più minoritaria, ma piuttosto capace di farsi sentire, è quella che vi dirà che l’esistenza dei paradisi fiscali è colpa degli “inferni fiscali”, che le aziende devono subire in alcuni paesi, per cui, se c’è la possibilità, le aziende fanno “bene” a fare tutto ciò che possono per non pagare tasse “inique”.

Una critica ai due atteggiamenti maggioritari

Il primo modo è limitante perché pone la “questione morale” come elemento centrale nella risoluzione del problema. Aspettarsi un mondo morale fatto di esseri angelici a poco a che fare con la risoluzione di un problema simile. Sembra quasi un atto di fede che si fonda sul principio che tutti abbiano uno stesso concetto di come una società equa dovrebbe essere. Il problema è che non è così. Inoltre, esempi passati e presenti che fanno coincidere la morale “comune”, qualsiasi cosa voglia dire, con la legge, non hanno avuto molto successo.

Il secondo invece, non solo ha un’impostazione deontologica alquanto claudicante, ma rischia di avere effetti molto negativi sia sulle istituzioni, che devono garantire il funzionamento di un libero mercato, sia sulle piccole imprese, che non hanno le possibilità di sfruttare risorse come quelle delle grandi multinazionali per trovare scappatoie legali per pagare meno tasse. Inoltre sembra che, se si osserva la lista delle persone implicate finora nello scandalo Panama papers, non ci sia alcuna correlazione tra maggiore pressione fiscale e tentativi di elusione fiscale. Tant’è che lo studio Fonseca gestiva (e gestisce) dati riguardanti persone provenienti da 200 paesi e territori nel mondo.

Il documento dell’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation

Un interessante documento dell’Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation (Trad: Commissione indipendente per la riforma della tassazione internazionale delle imprese) cerca di proporre alcune modifiche all’attuale sistema di tassazione internazionale riguardante le imprese multinazionali.

Qui citereremo solo alcune delle proposte che paiono più interessanti dal punto di vista federalista. [2]

- le imprese multinazionali dovrebbero essere considerate come entità singole, che agiscono oltre i confini nazionali, e non come realtà distinte;
- una maggiore cooperazione internazionale è essenziale per combattere la tax avoidance (elusione fiscale);
- si dovrebbe andare oltre la BEPS initiative dell’OCSE e stabilire regole internazionali sulla ripartizione dei profitti tra paesi e sulla determinazione della base imponibile;
- gli stati dovrebbero trattare una società collegata ad un’impresa multinazionale, che porta avanti un’attività economica in una giurisdizione, come stabilimento permamente presunto, sottomesso alla legislazione fiscale in quella giurisdizione;
- le nazioni dell’OCSE dovrebbero essere le prime a mettere un freno alla corsa al ribasso per quanto riguarda la tassazione alle imprese, mettendosi d’accordo su un tasso d’imposta minimo per le imprese;
- gli stati dovrebbero considerare gli effetti di spillover (ricaduta) delle agevolazioni fiscali per le società multinazionali e eliminare quelle che facilitano l’elusione fiscale in altri paesi;
- grande enfasi, con speranza di proseguire oltre i progetti già in essere, è posta alle attività della Comunità dell’Africa Orientale e dell’Unione Europea. In particolare la “Common Consolidated Corporate Tax Base” è una proposta della Commissione Europea, che prevede la creazione di un comune schema di regole di tassazione per le imprese europee che operano in diversi stati membri, ciò non significa che ci sarà un’unica tassa sulle imprese, ma che ad esempio il calcolo della base imponibile si farà su regole simili all’interno dell’UE;
- una parte intera del documento è dedicata all’importanza alle organizzazioni multilaterali per far rispettare (enforcing) le regole;
- si chiede di trasformare l’attuale Comitato di esperti delle Nazioni Unite sulla cooperazione internazionale in campo fiscale (alzi la mano chi sapeva dell’esistenza di questo comitato!) in una commissione intergovernativa con adeguate risorse.

Osservazioni federaliste

Come si può notare tutte queste proposte sottolineano la necessità assoluta di accordi multilaterali, regole comuni, istituzioni sovranazionali e capacità di enforcing da parte di quest’ultime.

I limiti di queste, comunque interessanti proposte da cui partire, sono:

a) non affrontano la questione del superamento della sovranità nazionale; b) non affrontano il tema della legittimità.

Per poter attuare nella pratica queste raccomandazioni è chiaro infatti, che la sovranità in materia fiscale degli stati dovrebbe essere rivista a favore di organi sovranazionali e questi, considerando il principio di no taxation without representation, dovrebbero essere legittimati democraticamente. Insomma non si può ragionevolmente pensare di conservare la sovranità assoluta in materia fiscale, la democrazia e allo stesso tempo riuscire a far pagare le tasse alle multinazionali. Questo trilemma di natura fiscale e politica deve essere risolto, per evitare che l’unico risultato dei Panama Papers non sia l’aver aumentato il guadagno degli indignati di professione.

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Note

[2Il documento espone molte proposte di riforma, tutte ovviamente dibattibili, qui, per evitare di scrivere un saggio, ci limitiamo all’osservazione critica di quegli aspetti interessanti per i federalisti. Inivitiamo comunque alla lettura completa del documento che è una buona base di partenza per una discussione seria sull’argomento.

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