Dove ci troviamo
Il 2025 è partito in qualche modo con il grande botto, con il grande cambiamento rispetto al quadriennio precedente, di una presidenza americana di nuovo in salde mani, quelle del tycoon, imperatore wannabe, Donald Trump. Chi aveva guardato alla prima presidenza Trump l’aveva trovato, in alcuni casi, meno traumatica di quello che sarebbe potuta potenzialmente essere. Per la presidenza tra il ’16 e il ’20 ci si aspettava qualcosa di molto, molto peggio, Eppure, si era sopravvissuto in qualche modo, si era arrivati all’alba del temuto COVID-19 e in un mondo che già mostrava le prime fratture nel suo ordine unipolare in maniera chiara, ma non ancora così evidente.
La seconda presidenza di Trump è arrivata per qualcuno inaspettata, per qualcuno molto meno. Ma sicuramente è arrivata in maniera maggiormente traumatica rispetto la prima. È arrivata portando con sé qualcosa che non è rabbia, ma è più un tentativo di recuperare un ego futuro attraverso gli atti, se non folli, follemente rappresentanti, di una volontà di potenza che – come sempre – si esprime in simboli e rappresaglie contro i nemici e spesso contro le parti di popolazione più deboli.
Se guardiamo agli Stati Uniti, quello che viene fuori, almeno ad un occhio esterno, è uno stato che cerca di riprendere in mano la gestione di sé stesso attraverso la negazione dell’Altro: che sia l’Europa (nell’ultima strategia definita come “nemico”), che sia dell’Ucraina (mero asset sulle scacchiere della Casa Bianca), o della sua stessa popolazione (basti vedere come l’ICE tratti anche cittadini americani ma dalla pelle di una tonalità più scura di quella ariana). Le mosse di Trump, differentemente da quello che si può pensare, non sono semplicemente quelle di un “pazzo”, sarebbe troppo facile. È invece il lavoro, suo e di un gruppo di autocrati-tecnocrati con fame di potere e carenze probabilmente sociali, alla ricerca di una essenza di stato e di potere che, anacronisticamente, appartiene a un passato ben più remoto dello Stato-nazione come lo conosciamo. Buttare giù mezza ala della Casa Bianca per farne una enorme sala da ballo ha più quella cosa da stile da faraone che da capo di uno stato moderno, quella sensazione della necessità di lasciare il proprio segno nella storia e, come direbbe Shelly, lasciare che si disperi il futuro a guardare i segni del passato.
Trump è un ego che vorrebbe diventare potenza in un mondo che si è fatto sempre più complesso, in cui gli USA delle opportunità infinite, del potere senza limiti, del controllo, dell’autonomia totale a discapito delle istituzioni internazionali, non trova più spazio d’essere nel momento in cui ha rivali – come la Cina, l’India, la Russia – che si muovono in un mondo che vorrebbero essere loro. Non solo stati già consolidati, ma anche “paesi minori” come quelli africani iniziano a far sentire la propria voce, lo stesso succede poi nel Sud-Est asiatico e in America Latina. C’è un mondo che si muove, che comunque guarda al cosiddetto primo mondo come se avesse ancora le chiavi, in qualche modo, d’accesso alla ricchezza e al potere. Nazioni che ovviamente cercano il loro posto nel mondo mentre anche altre nazioni, che sono quelle che fino a poco fa lo conoscevano bene il loro ruolo, lo vanno a riformulare e riformare in maniera diversa dal passato.
In questo mondo, oggettivamente caotico nel senso che l’ordine che un tempo si dava per scontato si va riformulando, diventa chiaro che personalità come Trump – non un unicum, ma quello con le mani sui bottoni migliori e più potenti – diventano abbastanza un richiamo alla popolazione, diventano un grande traino ma anche una ancora dove fermarsi, dove farsi fermare. Trump richiama ad un’epoca di ricchezza e benessere, a quella dei film patinati anni ’90 e primi duemila, dove gli Stati Uniti erano gli eroi contro gli alieni, i terroristi cattivi, dell’amore e del successo dove “bastava crederci”. È un chiaro rimando ad un’età dell’oro che non è un’età dell’oro e forse nemmeno dell’argento.
Diventa ovviamente abbastanza chiaro che i richiami di Trump, e chi per lui, a quell’età dell’oro sono un forte rimando e un potente sistema attrattivo per i giovani e i meno giovani, per chi si è sentito spodestato dal suo “potere” in qualche modo, e ne reagisce con violenza contro i più deboli, contro chi in qualche modo vengono letti come coloro che stanno minando le radici del potere stesso: altri giovani, donne, immigrati, minoranze.
Questo si proietta sulla scena internazionale, al di là di quella locale-nazionale. Si proietta con lo spettro delle armi contro le nazioni giudicate “narcostati” quali il Venezuela, ma anche al contempo contro i vecchi alleati, quelli della NATO e gli Stati membro dell’Unione Europea. Sono diventati tutti, se non nemici, potenziali ostili. Questo non vuol dire che Trump vede tutti come nemici puri e semplici, ma come potenziali opportunità di profitto, più che altro. Dopotutto, è un tycoon e ragiona come tycoon. Le risorse ucraine, i soldi da spellare all’Unione Europea e ai suoi membri, ma anche gli accordi da tagliare con la Russia – possibilmente in una posizione di forza -, per non parlare poi della Cina stessa, con cui gioca la partita di Taiwan e del Pacifico stesso.
E l’Europa?
Trump ci offre il fianco per mettere in risalto una serie di problematiche che si legano alla cara, vecchia, casa Europea. Sarebbe facile semplicemente dire “Ce lo chiedono gli americani” proprio come per molti attori politici nazionali ogni scusa è stata “Ce lo chiede l’Europa”, come se questo fosse in qualche modo una perenne scusa, un perenne fianco per qualsiasi tipo di pensiero e di azione in maniera quasi a-concettuale.
Non è una scusa, la presidenza Trump. È un evento, che ci tocca, ci è toccato nel 2025 e ci toccherà come minimo almeno fino al 2028. È una presidenza che, come detto prima in istanza nel paragrafo precedente, ha un connotato fortemente nazionalista, a tratti razzista. Quel tipo di presidenza ovviamente finisce per esprimersi, nelle relazioni estere, in maniera aggressiva. Non solo contro il “nemico” ufficiale, contro quello che si paventa ai bambini la notte. Ma anche contro quelli che rappresentano il “nemico ideologico”, nel senso di un ostile, di un nemico che è in qualche modo la rappresentazione del sé, ma diverso sa sé. L’Europa, partiamo dalle cose positive, è il nemico di Trump perché rappresenta l’alternativa al proprio sistema. L’Europa, ad oggi, rappresenta uno dei pochi baluardi a un sistema in cui avere la pelle scura sia una colpa, sia rappresentativo di essere un nemico, in cui la donna non è quella destinata soltanto a figli e cucina. L’Unione, in qualche modo, si pone come rappresentativo di una grande, sistemica, differenza, rispetto al mondo americano che Trump e i suoi soci disegnano, immaginano, sognano. In un mondo di odiatori, una istituzione che nella sua imperfezione mira al superamento delle differenze di 27 stati dalla lunga e travagliata storia va esattamente nella direzione inversa del loro etno-nazionalismo.
L’Unione Europea, con tutti i suoi errori, rimane una base di lancio per una progettualità che possa davvero superare le differenze e i confini nazionali, un piano federale reale – che copra tutti i settori della cosa pubblica, dalla difesa alla sanità – e non solo i settori su cui gli stati hanno voglia di perdere potere, anche solo per giustificare il loro disinteresse. In questo scenario, l’UE ha quindi un ruolo che deve far suo. Un ruolo che non è di mero regolatore, ma che è anche di guida e di governance. Si intende, in tal senso, il ruolo di guida in senso stretto, quello di un faro in un mare di incertezze.
Non è più pensabile che l’UE sia semplicemente una bella scusa per dirsi “Ce lo ha chiesto Bruxelles”, quando alla fine l’espressione di Bruxelles non è che quella degli stati. La retorica che riesce così bene alle destre – e anche alle sinistre particolarmente creative – non può più reggere. Non può essere sempre merito delle nazioni, e colpa dell’Europa. Smontare quel tipo di retorica è il primo passo per rendersi conto di quale sia davvero il processo che porta in alcuni casi avanti le politiche e le discussioni in chiave europea.
Smontare quella retorica è il primo passo per accorgersi che, per superare sia impasse che le problematiche che spesso affliggono i cittadini europei, c’è necessità di superare i limiti degli Stati europei. I limiti e le contraddizioni delle loro relazioni, del loro essere un tentativo mero di potenza in un mondo che di potenze ne ha di ben superiori. Anche, di superare i confini nazionali perché le sfide e le opportunità si colgono su scacchiere che hanno un carattere, una natura, del tutto intra-nazionale, supra-nazionale.
Al contempo, l’UE non deve rinunciare a quel ruolo di regolatore, che in qualche modo ha inspirato un sistema di soft power che si fa sentire per esempio con strumenti come il GDPR. Sono in rotta di contrasto con chi dice che alcune cose, come l’IA, non andrebbero regolamentate. L’intelligenza artificiale, come molte altre cose, è uno strumento. Non bisogna chiaramente creare delle regole così stringenti da rendere impossibile innovare ed agire in un mercato in sempre rapido cambiamento, ma al contempo, nemmeno lasciar crescere un Far West che rende contenti solo i tecnocrati che, casualmente, sono proprio al comando della nazione ad oggi a noi ostile.
Cosa fare?
Sul che cosa fare c’è sempre qualcosa che si può dire. Il mondo non manca di opportunità, anche quando quello che ci attende sembra in qualche modo sovrastare ogni possibile azione e scelta. C’è da tenere, innanzitutto, da tenere dritta la barca della politica europea. Serve tenere alta l’attenzione sui temi cardini dei diritti sociali e umani dell’Unione, uno dei baluardi che si va via erodendo e che, eppure, sono un dato fondamentale per la costruzione europea: lavoro, diritto alla libertà di stampa, di parola, di azione. Sono tutti elementi cardine della struttura europea che, seppur con tutti i suoi limiti e i suoi problemi, rimane una delle poche garanzie di democrazia in un mondo che si va votando, con sempre più decisione, all’autoritarismo.
Il 2026 sarà un anno dedito sicuramente al tenere alta l’attenzione. I rischi che si celano dietro le rotture e le storture della democrazia sono enormi. Quello che è successo con i gruppi filopalestinesi lo dimostra. Se le loro battaglie non sono in nessun dubbio, i modi in cui li hanno condotti potrebbe essere oggetto di dibattito democratico. Sicuramente, però, non a quello delle forze di sicurezza pubbliche, come quanto successo in Gran Bretagna. Sono questi elementi quelli che lentamente mettono in crisi, un pezzo alla volta, la resa democratica della nostra società. Si possono non condividere temi, battaglie, anche modi di combatterlo, ma la reazione deve sempre essere all’interno delle strutture, del framework, della liberal-democrazia. Infrangere, anche una sola volta, questo framework, porta su strade oscure.
Al contempo, per l’Unione si apre una stagione complicata. Una fatta di battaglie che aprono a molte discussioni sul presente e sul futuro dell’Europa stessa. La questione della difesa comune è una, così come il supporto da dare ai paesi sotto attacco da parte della Russia in maniera ibrida o fisica (ad esempio Georgia, nel primo caso; Ucraina, nel secondo). Al contempo, vi saranno profonde e lunghe discussioni sull’apparato legislativo europeo, sul tema per esempio dell’intelligenza artificiale, privacy virtuale, così come le profonde discussioni sugli strumenti legislativi quali il Green Deal o il Critical Material Act. Ancora, l’Unione dovrà sicuramente discutere al suo interno delle relazioni tra gli Stati membri e le istituzioni europee – sul diritto ad esempio del voto maggioritario, e non invece di quello all’unanimità sulle questioni di radicale importanza per il futuro dell’Unione,
L’Unione dovrà prendere delle decisioni cardinali sul proprio futuro. La retromarcia che la Commissione ha preso per esempio sull’ambito delle politiche verdi fanno comprendere bene il tipo di rapporti che esistono tra le diverse lobby di interesse che si muovono a Bruxelles, la Commissione e gli Stati membri. Per l’esattezza, la mancanza forse di una visione organica del futuro, la mancanza di una strategia a medio e lungo termine sul settore industriale – inutilmente lasciato a sé stesso. La mancanza di questa tipologia di azioni sul piano comunitario sono i veri tasselli che vanno delimitando i limiti dell’azione europea, e che potranno essere superati solo da un approccio di tipo federale. È quello il prossimo passo di cui non si sente il bisogno, ma la necessità. In un mondo sempre più multipolare, quello di cui c’è bisogno è un nuovo polo europeo, europeo e non multinazionale.
Servono politiche comuni per l’industria e per l’ambiente. Servono soprattutto politiche per i cittadini, al servizio dei cittadini e dei loro bisogni. Si è parlato molto di difesa comune. Forse non è la sola cosa comune di cui c’è bisogno oggi. C’è bisogno di sanità comune, di scuole comuni, di una gestione programmatica e generale che possa mettere in coordinazione i bisogni essenziali dei cittadini e creare un vero frame comunitario in tutte quelle realtà di cui i cittadini hanno strettamente bisogno.
Per il 2026 vorrei
L’Europa, come sempre, si ritrova a un bivio. Personalità molto più grandi dello scrivente, come Mario Draghi, hanno lanciato continui appelli fin dal post-COVID perché l’Unione si sia una leggera svegliata riguardo il suo futuro. Il business as usual non può più funzionare. L’Europa delle visioni a breve termine è l’Europa dei nazionalismi, della Meloni, dell’AFD, dell’Orban di turno. Non è una Europa sostenibile sotto nessun punto di vista, almeno per chi ci tiene davvero al futuro del continente e dei suoi cittadini.
Nel 2026, quello che si vuole e quello che si dovrebbe fare, è soprattutto la continuazione di un’opera federalista organica che però sia radicata all’interno di azioni continue, puntuali, precise, di un pressing che veda al centro dell’Europa industria, sviluppo tecnologico, sostenibilità, e soprattutto coerenza con le azioni passate. Non è pensabile costruire il futuro europeo mantenendo un approccio che cambia, perennemente, sulla base dell’indirizzo momentaneo vincente. L’Europa non è un follower, deve diventare una guida almeno per sé stessa. Poi, chissà, potrà divenirlo anche per i suoi vicini.
C’è bisogno di essere più forti anche in politica estera. Ucraina e Medio Oriente sono i primi due ambiti dove l’UE deve muoversi in maniera sinergica e decisa. Più supporto a Kiev, più supporto alla creazione di due stati, reali e separati (almeno ad ora, fino anche li ad un futuro federale), in Palestina. Israele ha tanto bisogno di esistere quanto uno stato palestinese indipendente e libero sia da Hamas che dal giogo sionista. Ma questi due scenari non devono far dimenticare il quadro generale: Artico, Africa, Pacifico. Sono tutti fronti che non possono essere dimenticati, e la partita locale si gioca sempre su una scacchiera che ha il sapore globale. Non è pensabile trattare con la Russia e parlare del futuro dell’Ucraina senza considerare gli interessi di Putin – e quelli cinesi – sull’Artico e sulle sue risorse. Non si può giocare con Pechino senza pensare a Taiwan, all’Indocina e all’Africa, tutte aree – specialmente l’ultima – in cui la Cina sta giocando da anni una partita in vantaggio e in cui l’Europa ha perso tempo, spazio e risorse essenziali.
Questa visione globale è possibile solo quando alla guida dell’UE vi è un governo reale, federale, e soprattutto che abbia una strategia a medio e lungo termine in mente. Non è pensabile altrimenti. Guardare al futuro, e guardarlo soprattutto con in mente degli strumenti precisi, delle azioni da compiere, degli obiettivi da raggiungere, è quello di cui c’è bisogno nel 2026. Non andare alla cieca, comtinuando a lasciare inascoltati gli appelli di Letta, Draghi e chi per loro. Ma un 2026 di decisioni – a volte impopolari, a volte popolari, a volte giuste, a volte sbagliate – ma pur sempre decisioni di tipo politico.
C’è bisogno, nel 2026, che l’Europa torni politica. Che non sia solo sociale, economica o/e militare. Ma che sia un ente politico, che prenda scelte politiche, che vengano discusse in sedi politiche. Che sia il frutto di un ragionamento, che, come gli USA, possano strutturare la loro strategia documentando passo passo le loro intenzioni, così possa anche l’UE. Ci avviciniamo alla fine del pluriennale finanziamento 2021-2027, introducendo un nuovo settennio. La fine del vecchio piano e l’inizio del nuovo rappresentano forti opportunità di dare all’UE quella spinta di cui si sente una necessità impellente. Che sia colta, almeno nei primi approcci, fin dall’anno nuovo venturo.

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