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Democrazia e Sviluppo per l’Europa

, di Antonio Longo

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Non c’è alcun dubbio che le elezioni europee del 25 Maggio 2014 rappresentino un punto di svolta nella storia del processo di unificazione europea, a seguito della decisione dei principali raggruppamenti politici di presentare un proprio candidato alla guida della Commissione europea.

Una decisione che era già stata sollecitata dai movimenti federalisti in occasione delle elezioni del 2009, con una specifica ‘campagna’ di pressione (Who’s your candidate?). Allora sottovalutata, ma ora presa in seria considerazione, questa decisione ha immediatamente scatenato una battaglia politica, prima e subito dopo le elezioni, tra chi voleva che il Presidente della Commissione fosse il candidato dello schieramento vittorioso (nonchè espressione di un accordo politico nato in Parlamento) e chi invece preferiva mantenere la scelta nelle mani del Consiglio europeo, cioè nel quadro del compromesso intergovernativo tra gli Stati-Nazione.

Questa volta la legittimazione democratica derivante dalla elezione europea ha fatto premio su tutto il resto ed ha costretto molti leader nazionali ad accettare, anche ‘obtorto collo’, il risultato elettorale e a nominare Jean-Claude Junker alla Presidenza della Commissione, mettendo in minoranza il governo inglese.

Come spesso accade, la portata di una ‘svolta storica’ difficilmente viene subito riconosciuta. Ma dietro la battaglia procedurale che si è verificata per la nomina del presidente della Commissione noi dobbiamo, invece, intravvedere il bozzolo dal quale ha cominciato a prendere il volo la farfalla della democrazia europea.

Prima con il vincolo derivante dall’impegno assunto davanti all’elettorato europeo da parte dei candidati-premier, poi con il rispetto di questo vincolo da parte del Consiglio europeo ed infine con il voto del Parlamento che ha eletto Juncker, possiamo ora affermare che l’Unione europea ha iniziato il percorso verso una piena democrazia parlamentare.

Le conseguenze di un simile mutamento - sottovalutato da molti commentatori – saranno profonde. A nostro avviso, è possibile stabilire, a questo proposito, un nesso tra democrazia e sviluppo in Europa, nel senso che una vittoria sul tema della democrazia europea potrà, ad esempio, aprire la via ad una battaglia su quale sviluppo è necessario all’Europa per uscire dalla recessione. Ma è vero anche l’inverso, e cioè che una battaglia sul tema dello sviluppo rafforzerà, a sua volta, la nascente democrazia europea.

Da una parte, una democrazia parlamentare europea costituisce una precondizione politica per avere un Piano elaborato dalla Commissione, poi discusso e approvato dal Parlamento. E’ di tutta evidenza, infatti, che un Piano economico volto a superare le politiche di austerità dell’Unione europea richiede una Commissione dotata di una legittimazione elettorale e di una solida maggioranza parlamentare. All’opposto, una Commissione succube della volontà del Consiglio europeo, nonchè priva della legittimazione democratica, non avrebbe la forza di presentare un Piano economico corrispondente alle attese dei cittadini e sarebbe destinata a rimanere una specie di ‘segretariato’ del Consiglio europeo, come è stata finora.

Se prendiamo, ad esempio, il Piano economico più concreto, quello “per uno sviluppo sostenibile e l’occupazione”, individuato dalla Iniziativa dei Cittadini Europei New Deal 4 Europe, constatiamo che esso dovrebbe essere necessariamente basato su una serie di investimenti pubblici nelle aree strategiche della “società della conoscenza”, e finanziato da risorse proprie aggiuntive dell’Unione. È di un Piano ambizioso del genere che l’Europa ha bisogno, per poter fronteggiare le sfide globali in un mondo governato da nuove e vecchie potenze globali. Ci riferiamo alla sfida rappresentata dalla drammatica perdita di competitività in diversi settori dell’industria nella maggior parte dei paesi europei; alla pericolosa dipendenza dell’Europa dalle fondi energetiche esterne, quali la Russia, il Nord-Africa ed il Medio-oriente; al rischio molto serio che settori strategici della ricerca scientifica e dello sviluppo tecnologico possano definitivamente migrare verso l’America e l’Asia; al bisogno impellente di proteggere l’ambiente e di mantenere e salvaguardare il nostro straordinario patrimonio culturale.

E non c’è alcun dubbio che l’insieme di questi temi possa e debba costituire il contenuto di un programma economico di un “governo europeo’, pianificato e messo in atto dalla nuova Commissione, che ha le competenze, il potere ed ora anche la legittimazione per poterlo fare. E che questo programma possa successivamente essere discusso e approvato dal nuovo Parlamento (in codecisione con il Consiglio), che ha, a sua volta, le competenze, il potere e la legittimazione per deliberarlo. Se, dunque, ora è possibile chiedere, con più forza di prima, un Piano europeo per lo sviluppo e l’occupazione, è proprio perchè abbiamo compiuto, con queste elezioni, un passo importante verso una vera democrazia europea: se è il Parlamento (e non più il Consiglio europeo) che ha scelto, di fatto, Juncker, bene questo stesso Parlamento ha la forza per chiedere alla Commissione un Piano europeo. A sua volta la Commissione è legittimata dal voto popolare e può autorevolmente presentare un Piano del genere, a maggior ragione se 1 milione di cittadini europei lo chiederanno.

Ma, dall’altra parte, possiamo anche aggiungere che il dibattito che si scatenerà sul Piano di sviluppo, metterà inevitabilmente in luce la questione cruciale di quante e di quali ‘risorse proprie’ l’Europa ha bisogno per mettere in atto un simile Piano. Ciò significa concretamente che la battaglia per il controllo e la destinazione delle risorse europee sta per cominciare.

Emergeranno così i differenti punti di vista attorno alle scelte che le diverse forze politiche dovranno assumere circa il Piano europeo. E l’opinione pubblica europea sarà pienamente consapevole dei diversi interessi in gioco e potrà essere coinvolta nel processo decisionale.

Si compirà così un passo ulteriore verso la democrazia e la trasparenza tra le Istituzioni e I cittadini europei.

Possiamo dunque concludere che la predisposizione di un simile Piano economico e la battaglia attorno alla sua messa in opera faranno aumentare il livello della democrazia europea.

Sotto questo aspetto possiamo allora affermare che il New Deal 4 Europe costituisce lo strumento più coerente ed efficace per rivendicare non solo uno sviluppo per l’Europa, ma, nello stesso tempo, per far compiere un decisivo passo in avanti alla democrazia europea.

Avanti, dunque, verso 1 milione di firme entro marzo 2015!

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P.S.

Fonte immagine New Deal 4 Europe

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