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Grecia, Migranti, Volkswagen: tre crisi per chiedere un governo europeo

, di Antonio Longo

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L’Europa avanza nella crisi. Una vecchia affermazione federalista che ha avuto tre riscontri in questo 2015, che non è ancora finito.

La crisi greca ha messo a dura prova la tenuta dell’Eurozona e dell’intera Unione. Mesi di trattative inconcludenti hanno prima trasmesso all’opinione pubblica l’immagine di un’Europa incapace di risolvere il problema della tenuta finanziaria di un piccolo Paese. E in una partita ‘venduta’ all’opinione pubblica come un derby Atene-Berlino, con le opposte tifoserie che narravano storie radicalmente diverse: l’austerità come nemica dello sviluppo; le regole come surrogato della democrazia. Poi, d’improvviso, quando è emerso il vero significato della partita – dentro o fuori dall’euro – la crisi si è dissolta come neve al sole. Ciò che era stato respinto con un NO referendario all’austerity è d’improvviso diventato un SÌ al piano europeo. Il governo Tsipras ha capito che il popolo greco - volendo rimanere nell’euro – riconosceva una auctoritas europea superiore alla democrazia nazionale e, di conseguenza, che era disposto ad accettare il piano europeo di riforme strutturali predisposto per rendere il debito sostenibile nel lungo termine. L’esito elettorale di pochi giorni fa ha confermato pienamente questa indicazione, relegando ai margini della storia chi pensava che la democrazia nazionale dovesse piegare le ragioni della condivisione di una moneta unica con altri Paesi, in altri termini dell’essere “Europa”. Si apre ora, ma su scala europea, la partita di come applicare le regole in coerenza con la democrazia: in altri termini, come gestire l’unione fiscale con la democrazia europea (da costruire). Dunque, dalla crisi si esce in avanti, non indietro, come fantasticano ancora i nostalgici delle monete nazionali.

La crisi ‘migranti’ sta squassando il vecchio ordine della sovranità nazionale applicata al diritto d’asilo e di immigrazione, fino a toccare quello della cittadinanza. Ha già mostrato che gli stati nazionali non sono più in grado di gestire questo fenomeno epocale, che affonda le proprie radici sia nel disordine politico ed economico che regna alle frontiere dell’Unione sia nel calo demografico che colpisce l’Unione stessa. Anche questa crisi ha mostrato che la sovranità e la democrazia nazionale non sono in grado di opporsi ai milioni di esseri umani che, costretti a scegliersi un’altra vita, hanno scelto l’Europa. Il voto di qualche giorno fa nel Consiglio (dei Ministri degli Interni) della UE ha sancito la sconfitta della sovranità nazionale assoluta sulla questione dei migranti. Con il Trattato di Lisbona anche la materia dell’immigrazione era entrata nella sfera della procedura legislativa ordinaria, con la co-decisione del Parlamento e del Consiglio, quindi era assoggettata al voto a maggioranza. Ma si preferiva non decidere o decidere ‘per consenso’ (cioè all’unanimità) per mantenere la finzione di una sovranità nazionale su un tema molto sensibile ai fini del consenso politico ed elettorale. Ora non è più così: dalla crisi è emersa una decisione europea, sancita dal voto che ha messo in minoranza quattro Paesi dell’Unione. Quindi, anche in questo secondo caso si è affermato un precedente, dal quale non si torna indietro: l’affermazione di una sovranità europea sulla materia dell’immigrazione. Ci saranno certamente tentativi di mascherare ciò che è successo, chiamando contributi volontari le ‘quote obbligatorie’ o frapponendo ostacoli operativi o amministrativi. Ora dunque la battaglia diventa quella di dare all’Europa gli strumenti per agire: risorse finanziarie ed umane, cioè polizia europea di frontiera, guardia nazionale europea, per far applicare le decisioni europee all’interno dell’Unione. Un obiettivo politico di valenza strategica.

Il Dieselgate non è soltanto uno scandalo enorme legato all’uso di un software per manomettere i dati delle emissioni inquinanti dei motori diesel di quella casa automobilistica che nella pubblicità era semplicemente definita come Das Auto. Oltre che colpire la casa di Wolfsburg, lo scandalo colpisce anche il mito degli standard produttivi e delle garanzie tecnologiche tedesche, elementi essenziali di quel modello incardinato nell’economia sociale di mercato e nella co-gestione impresa-sindacato: quello che un tempo era definito il ‘capitalismo renano’. Un sistema non solo economico, ma elemento costitutivo dell’ideologia delle principali famiglie politiche del Paese. La conseguenza politica dello scandalo è allora automatica: se le fabbriche tedesche hanno truccato i motori e inquinato l’ambiente, allora da oggi il governo tedesco è più debole. Una sorta di nemesi storica rispetto all’accusa volta alla Grecia di aver truccato i conti.

Ma l’incrinatura (non la fine) dell’egemonia tedesca sull’Europa apre due scenari nuovi. Sul fronte politico, all’indebolimento politico della Cancelliera corrisponderà un aumento dei poteri della Commissione europea, che potrà esprimere la posizione europea senza dover più troppo mediare con i Paesi più forti in occasione di due trattative molto importanti: la Conferenza mondiale sull’ambiente (Parigi, dicembre 2015) ed il negoziato del TTIP con gli USA.

Ma gli effetti più rilevanti del Dieselgate saranno quelli di lungo termine sul versante economico. Che non si limitano a quelli legati alle scelte produttive per l’auto del futuro (investimenti per le auto ibride ed elettriche), cosa di per sé importante comunque perché prelude ad una riconversione ecologica di un importantissimo settore produttivo, trainante per l’intera economia. Ma anche e soprattutto perché il Dieselgate segna la fine del ciclo economico imperante in questo decennio di crisi europea, tutto basato sull’esportazione nelle economie emergenti. Il rallentamento dell’economia cinese (con la conseguente svalutazione dello yuan) ha mostrato le prime avvisaglie della fine di quel ciclo, mentre la riconversione dell’industria automobilistica su scelte produttive ‘sostenibili’ accentuerà la fine del modello tedesco (ed europeo) di crescita basato prevalentemente sull’esportazione. Ne deriva che la crescita in Europa dovrà essere alimentata anche dallo sviluppo del mercato interno (finora sacrificato) con la necessità di forti investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali, pur sempre in un quadro di risanamento dei conti pubblici, condizione essenziale per una politica di investimenti.

È chiaro che tutto ciò comporta la necessità di poter disporre di un centro di decisione politico, legittimato democraticamente, come ha ricordato ancor recentemente Mario Draghi. In altri termini, un rafforzamento del ruolo della Commissione quale “governo” di un New Deal , che sarà tale solo se potrà disporre di risorse proprie di bilancio, nel quadro in cui questo è oggi possibile, quello dell’Eurozona.

È questa la lezione che queste tre crisi ci consegnano.

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Fonte immagine Flickr

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