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Il tempo delle scelte

, di Michele Ballerin

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Il voto britannico ha messo l’Europa davanti a sé stessa. Mai prima d’ora l’alternativa fra unirsi o disgregarsi era stata posta con altrettanta chiarezza. Mai l’Europa era stata obbligata a prendere coscienza in modo così pieno e drammatico della sua posizione perennemente in bilico tra essere e non essere. Mai la sveglia era suonata in modo così brutale.

L’esito del referendum ci ricorda una volta di più che nulla è scontato: non lo è la pace come non lo sono la solidarietà, il senso di appartenenza, la coscienza di un obiettivo comune e la determinazione a perseguirlo. Settant’anni di lavoro per costruire la casa europea possono evaporare in una sola, torrida estate. Il sogno europeo può andare in frantumi.

Ma il dato più significativo riguarda la composizione dei votanti per età. Questo è l’aspetto centrale, quello da cui possiamo trarre la lezione più preziosa. Secondo i dati raccolti dal governo britannico, i votanti favorevoli alla permanenza del Regno Unito nell’UE sono stati il 75% dei giovani compresi fra i 18 e i 24 anni, il 56% di quelli tra i 25 e i 49, per scendere al 44% tra i 50-64enni e al 39% fra gli over-65. Il quadro non poteva essere più definito.

Ne abbiamo la conferma: oggi il confronto sull’Europa è generazionale, perché è fra due mentalità – due mondi – che si incarnano in generazioni diverse e ormai in completo disaccordo sulla strada da seguire: da un lato l’europeismo, che è il cosmopolitismo applicato alla questione europea, la volontà di costruire un mondo integrato e inclusivo nel quale la linfa della democrazia possa tornare a scorrere con un vigore nuovo, e a cui la maggioranza dei giovani non intende rinunciare; dall’altro il nazionalismo, il sogno nostalgico di una chiusura al mondo, di un ritorno a un passato che non tornerà mai, e che tuttavia sta stregando le vecchie generazioni di europei come una specie di torbido incantesimo. Un cupio dissolvi indotto da un confronto troppo repentino con un mondo che non si riesce più a comprendere, e che spaventa.

Così, un’Europa vitale e proiettata verso il futuro, capace di credere fino in fondo in se stessa, e pronta a scommettere su mille anni di storia come su un capitale da investire per aprire una nuova epoca, si contrappone a un’Europa sonnambula che cammina sul cornicione della storia ascoltando sirene inesistenti, abbagliata da un sogno confuso che è, in realtà, solo una vaga reminiscenza. La nuova Europa senza frontiere interne contro la vecchia Europa delle dogane. L’Europa di Jo Cox contro l’Europa del suo assassino. A noi la scelta. Ma, per fortuna, i giovani europei hanno già scelto.

Nelle prossime ore ognuno dirà la sua. Sentiremo molti discorsi e ascolteremo molte musiche. Ma l’unica cosa che oggi vogliamo sentire da chi ci governa è la parola chiara e definitiva: se l’Europa non vuole naufragare, dovrà fare il passo decisivo verso l’unione politica. Subito, e non in un futuro imprecisato. “Federarsi o perire”: ecco il significato del 24 giugno. E il vostro parlare sia “sì, sì, no, no”: il resto viene dal maligno… Perché è il momento di decidere.

E quanto ai cittadini europei, questa presa di coscienza di trovarsi a un bivio non sarà ancora sufficiente. Manca ancora il passo successivo, che è l’impegno in prima persona a far sì che l’Europa imbocchi la strada della speranza e del progresso. Quello che qui si celebra è forse solo il funerale del vecchio, timido, fiacco europeismo di facciata. Il suo posto dovrà essere preso da una nuova forma di europeismo: quello militante, che non si fa scrupolo di indicare nella prospettiva federalista l’unica alternativa alla dissoluzione e al regresso, e che si batte per essa.

Se gli europei devono scegliere fra Altiero Spinelli e Nigel Farage, ben venga il tempo delle scelte. L’Europa è una cosa seria.

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P.S.

Articolo originariamente pubblicato sul blog European Circus

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