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L’Europa che c’è e quella che sarà! Qualche considerazione sull’era Barroso

, di Salvatore Sinagra

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  • Nato a Palermo nel 1984. Laureato in Economia e legislazione per l’impresa all’Università Bocconi. Analista finanziario.

Recentemente Eurobull ha pubblicato un articolo di Pier Virgilio Dastoli, federalista, già assistente di Altiero Spinelli e grande conoscitore per la sua attività lavorativa ed intellettuale dei meccanismi e dei limiti dell’Unione europea.

Dastoli afferma che le prossime elezioni europee sono significative perché per la prima volta i cittadini avranno la possibilità, seppur mediata dalla buona volontà dei partiti, di scegliere con il loro voto il presidente della Commissione europea, inoltre sottolinea come l’attuale presidente della Commissione, che salvo sorprese non dovrebbe essere riconfermato, sia troppo generoso nel valutare l’attuale Unione Europea e il lavoro fatto dalla sua Commissione.

Ha ragione Dastoli a criticare Barroso che tende a liquidare i problemi dell’Unione europea e dei diversi paesi dell’area euro, tra cui il suo Portogallo, come gli effetti di una crisi che viene da lontano. Le dichiarazioni di Barroso ricordano vagamente quelle di qualche governo europeo collassato a causa della crisi, i cui ministri, nonostante si marciasse verso sempre più marcate difficoltà economiche e verso il collasso della politica, continuavano a negare l’esistenza di palesi problemi, a parlare di crisi che arriva da lontano o ad affermare che il Paese era uscito dalla crisi prima e meglio degli altri (come si fa ad affermare contemporaneamente che la crisi non esiste e che l’abbiamo superata prima e meglio degli altri?).

Non sbaglia Barroso quando enfatizza che l’Unione europea, soprattutto con l’esordio dell’Unione Bancaria, ha fatto importanti passi avanti, tuttavia i toni, a tratti trionfalisti, del Presidente appaiono fuori luogo.

I tassi pagati sul debito da importanti Paesi, la Spagna e l’Italia (e uso il termine importanti perché le difficoltà di uno di questi Paesi avrebbero potuto far collassare l’Unione) si sono stabilizzati su livelli accettabili e in nessuna capitale (con la parziale eccezione di Amsterdam) si è parlato tanto di regolamentazione delle banche e del mondo della finanza come nei palazzi dell’Unione a Bruxelles e qualcosa è stato anche fatto. Ci sono poi segnali che spingono ad un moderato ottimismo: il fatto che i tassi pagati sul debito tedesco stiano lentamente crescendo convergendo su valori che somigliano all’inflazione attesa dimostra che sempre meno investitori puntano sui beni rifugio perché percepiscono come sempre più improbabile il tracollo dell’euro e finalmente dalla pur disastrata Grecia, arrivano i primi segnali (economici ma non sociali purtroppo) positivi.

Barroso dice cose vere, eppure le sue analisi sono fuorvianti perché tralasciano aspetti macroscopici della crisi economica e politica. È convinto di aver salvato l’Europa e l’Euro, non è così. Senza le politiche della BCE oggi l’euro non esisterebbe più. È stato lasciato troppo spazio agli speculatori che potevano essere battuti con una risposta politica. Certo la casa della politica a Bruxelles non è la Commissione, troppo spesso il pallino del gioco è nelle mani dei governi nazionali, tuttavia dal collettivo di Barroso era lecito aspettarsi di più, almeno sotto il profilo della regolamentazione della finanza.

L’ex premier portoghese sottovaluta poi segnali fortemente negativi: la crescita di movimenti euroscettici in molti Paesi europei (Dastoli dice giustamente trent’anni fa gli euroscettici erano confinati al di là della Manica), il fatto che la contrapposizione Nord Sud stia diventando sempre più simile a una strana forma di xenofobia ove i nordici accusano i mediterranei di vivere di spesa pubblica e i mediterranei arrivano addirittura ad equiparare ad un crimine la produttività delle imprese tedesche. Barroso non può solo ragionare solo in termini di mercati e pil, che intendiamoci sono variabili importanti, ma deve anche chiedersi perché la gente è sempre più distante dall’UE. Barroso sembra quasi senza memoria: come fa il presidente dalle Commissione a non fare autocritica sulle brucianti sconfitte dell’UE in politica estera? Come fa Barroso a dimenticare che per le strade di Ungheria e Grecia sono tornate le camicie nere? Come fa a dimenticare che l’Unione ha avuto una linea molto moderata con l’autocrate ungherese Orban in cambio dei qualche firma?

Per la prima volta alle elezioni europee del 2014 i partiti indicheranno un proprio candidato alla guida della Commissione, è un’occasione unica: il nuovo presidente, forte di un mandato popolare, potrà cercare di preparare il terreno ad una “nuova unione”, ove la Commissione sarà finalmente il governo e gli esecutivi nazionali, con qualche potere di veto in meno, saranno costretti a collaborare. Per far questo i partiti che da sempre affermano di spendersi per la casa comune europea, liberali, popolari e socialisti, e quelli che da qualche anno si sono portati su posizioni europeiste, i verdi, devono scrivere un programma vero e devono scegliere una faccia, che deve essere il volto del cambiamento rispetto all’era Barroso, che si è conclusa con la fondamentale unione bancaria ma è stata l’epoca del “tirare a campare” laddove le piazze di tutta l’Europa volevano risposte, è stata l’epoca del temporeggiare laddove alla speculazione e alla crescente povertà si doveva rispondere velocemente; è stata l’epoca dei compromessi laddove serviva una rivoluzione.

Se i partiti ed i governi saranno nuovamente timidi nel 2014 si sprecherà un’occasione unica e il prossimo presidente della Commissione sarà un burocrate che si dovrà confrontare con il parlamento europeo più euroscettico di sempre ed eletto dal 20% degli aventi diritto.

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P.S.

Fonte immagine Wikipedia

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