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L’Europa che dorme e il mondo che corre

, di Michele Ballerin

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Dal 1945 al 2014 sono settant’anni, e settant’anni sono parecchi. Per tutto questo tempo gli stati europei hanno rinunciato a qualsiasi iniziativa, limitandosi a seguire gli americani ogni volta che restare a guardare si rivelava impossibile.

Ucraina, Palestina, Iraq, Siria, Libia. Chi ha allenato il proprio sguardo a collocare i problemi europei nel loro contesto naturale – quello geopolitico – sta accumulando in questi giorni inquietudine su inquietudine. Una cintura di instabilità abbraccia l’Europa e ci obbliga a domandarci che cosa succederà nei prossimi mesi, e nei prossimi anni. Perché non solo l’instabilità va aumentando, ma le cause che la producono sembrano destinate ad approfondirsi.

Dopo l’Anschluss della Crimea nella primavera scorsa la Russia sta tornando a violare i confini dell’Ucraina sotto la maschera di un non meglio identificato “intervento umanitario”. Siccome a iniziative del genere è necessario dare una risposta energica, la NATO sembra intenzionata a rispondere con il Readiness Action Plan, un piano di rafforzamento dei confini orientali che prevede la creazione di basi atlantiche per stanziarvi truppe pronte a intervenire in caso di aggressione. “Per muovere truppe e mezzi in poche ore occorrono strutture in grado di accoglierle nei paesi alleati”, ha spiegato il segretario dell’Alleanza Rasmussen. Dopo di che ha invitato gli europei a potenziare le spese militari.

Se qualcuno si stava chiedendo come celebrare degnamente il centenario della Grande Guerra, l’apertura di un fronte orientale in Europa è l’ultima cosa a cui avrebbe saputo pensare. E invece...

Siamo preoccupati. E abbiamo tutte le ragioni di esserlo.

Mentre questo scenario si andava apparecchiando molti commentatori hanno lamentato l’assenza di una politica estera e di difesa europea. Ma è un lamento che abbiamo sentito fin troppe volte. Sappiamo bene che un’unica politica estera europea non è mai esistita. Ci interessa di più capirne le ragioni. E non basta chiedersi perché l’UE non riesca a esprimerla. A questo è facilissimo rispondere: nessuno vedrà niente di simile a una politica estera comune in Europa finché l’Europa non si doterà di istituzioni che permettano di farla. Per quanto riguarda la difesa, allo stato attuale delle cose abbiamo solo la Babele di 28 eserciti distinti che rispondono ad altrettanti governi indipendenti, i quali si riuniscono di tanto in tanto per deliberare – o meglio per non deliberare – all’unanimità su questioni che mettono in gioco gli interessi vitali delle rispettive nazioni. Se qualcuno vuole spiegarci come potrebbe venirne fuori una politica estera e di difesa comune si faccia avanti: questa pagina è a sua disposizione.

No. È chiaro che dai rami di un’Europa intergovernativa non coglieremo mai il frutto di una politica federale, in questo come in qualsiasi altro campo. Vale però la pena di scavare un po’ più a fondo nei motivi, riformulando l’interrogativo in maniera più intelligente. Perché l’Europa non si è ancora dotata di istituzioni che le consentano di agire sullo scacchiere internazionale come un unico governo? La risposta è che credeva di non averne bisogno, perché dal 1945 ha delegato la politica estera agli USA. Non resta che chiedersi se le implicazioni di questo fatto enorme siano chiare a tutti.

Dal 1945 al 2014 sono settant’anni, e settant’anni sono parecchi. Per tutto questo tempo gli stati europei hanno rinunciato a qualsiasi iniziativa, limitandosi a seguire gli americani ogni volta che restare a guardare si rivelava impossibile. Che ne è di un muscolo che giace inerte per decenni? Così non possiamo stupirci se il muscolo della politica estera in Europa ha finito per atrofizzarsi. Una delle conseguenze più preoccupanti è che gli europei si sono completamente assuefatti a questa situazione, e quando si guardano intorno (posto che lo facciano) una specie di nebbia sembra velare e deformare il loro sguardo sul mondo. Adagiata su una completa delega di responsabilità come su un materasso di piume l’Europa sembra oggi narcotizzata, e muove i suoi passi nel mondo come un sonnambulo che cammini su un cornicione.

C’è solo da augurarsi che il risveglio non giunga troppo improvviso. Perché intorno a noi, da Mosca a Washington passando per Pechino, sono tutti piuttosto svegli e le cose procedono con passo spedito. La novità più grossa di questo scorcio di inizio millennio è che lo zio Sam dà segni evidenti di stanchezza. Le finanze pubbliche americane sono sull’orlo del collasso, e quanto al vecchio sistema di stampare dollari, è difficile pensare che l’acceleratore possa essere schiacciato più di così. Ciò è talmente vero che gli USA, per la prima volta da che si ha memoria, stanno procedendo a ridurre le loro spese militari: un atto unilaterale (in un mondo non certo più pacifico di dieci o vent’anni fa) che dovrebbe indurci a una profonda riflessione.

A questo dato è utilissimo affiancarne un altro: nel 2014 le spese militari della Cina sono aumentate del 12%. Chi lavora alacremente per farsi un bel paio di muscoli cederà presto o tardi alla tentazione di mostrarli in giro, e, quando se ne offrirà l’occasione in questo mondo litigioso, di usarli. E allora, che strada prenderà la sonnambula Europa? In quale postura verrà sorpresa: mentre si domanda se serve o no un quantitative easing, o se l’afflusso incontenibile di milioni di africani attraverso il Mediterraneo sia cosa di cui merita occuparsi? La sveglia arriverà così, mentre Hollande si interroga sul significato del termine “socialdemocratico” e gli italiani decidono come non spendere 80 euro?

E, continuando a giocare il gioco dell’immaginazione, proviamo a immaginare che piega prenderebbero le relazioni internazionali se il potere degli USA si volatilizzasse da un giorno all’altro. Sembra eccessivo? Ma nella storia un paio di decenni sono meno di un giorno. Ad ogni modo, facciamo questo sforzo e immaginiamo un mondo in completa balia delle ambizioni russe e cinesi, includendo in questo scenario fantastico le reazioni dei loro vicini e senza dimenticare il mondo islamico – l’ISIS, l’Iran con le sue velleità nucleari – e Israele, che l’atomica ce l’ha già.

Ora abbandoniamo i territori dell’immaginazione ed entriamo in quello delle ipotesi. Ipotizziamo che il graduale e forzato ritiro degli Stati Uniti dal ruolo di gendarme planetario sia già la chiave per decifrare la deriva geopolitica a cui stiamo assistendo. Può darsi che l’integralismo islamico stia prendendo coraggio dalla constatazione che difficilmente gli americani, dopo i fallimenti clamorosi dell’Afghanistan e dell’Iraq e con un debito pubblico sempre a un centimetro dal limite legale, abbiano la forza di promuovere e capitanare una crociata in grande stile nel Medio Oriente. Considerato anche che l’economia del loro potenziale alleato, l’Europa dei 28 governi in stato perennemente confusionale, è talmente agli sgoccioli da imporre anche qui tagli alle spese militari per salvare il salvabile.

La stessa ipotesi si può formulare riguardo a Putin, il quale sembra semplicemente avere capito che il re occidentale è nudo e non fa più paura a nessuno. Ma chi legge sarà forse stanco di immaginare, perciò possiamo chiudere qui il nostro piccolo esperimento psicologico.

Siamo preoccupati, e ne abbiamo tutte le ragioni. Ma c’è pur sempre un barlume di speranza in tanta oscurità, una fiammella che brilla tenace nella sfera del possibile. Negli anni Trenta Ortega y Gasset seppe prefigurare l’unificazione politica degli stati europei. Sempre a proposito di immaginazione, chiunque sarà disposto ad ammettere che a quell’epoca si trattava di un esercizio piuttosto acrobatico. Ma la cosa più notevole è che Ortega gettò lì, con fare svagato, un accenno alle cause che avrebbero potuto determinare un’accelerazione improvvisa del processo. Cito a braccio: “Uno scossone del gran magma islamico, o un codino che appare dietro gli Urali”. Ecco.

Può darsi che un passo indietro dei nostri cugini americani sia l’unico modo per obbligare noi europei a farci carico delle nostre responsabilità. Se è così, questo non ci autorizza a gioire per la piega che stanno prendendo le cose tutt’intorno a noi, ma ci dà almeno uno spunto per pensare alla possibilità di uno sbocco costruttivo, con un’Europa tornata protagonista della politica mondiale e disposta a insegnare agli altri quello che ha così ben imparato da se stessa: come si stia meglio in pace che in guerra, e come l’unico modo di costruire una pace effettiva e durevole (e con la pace la democrazia e il benessere) sia di raccogliersi sotto istituzioni comuni, e farle funzionare.

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P.S.

Articolo originariamente pubblicato su Euroscopio - Pagina99

Tuoi commenti

  • su 16 settembre 2014 a 09:37, di Giorgio Pagano In risposta a: L’Europa che dorme e il mondo che corre

    Un articolo curioso. Dove si scrive di Europa che finora ha seguito gli Usa, e poi con la Russia si invita l’Europa a vederla come gli Usa. Insomma finora siamo stati colonia ma con le loro armi, ora dovremmo essere sempre colonia ma con le armi nostre e pagate da noi. Francamente meglio la prima Europa. Altro discorso sarebbe stato scrivere di una Europa indipendente con un proprio esercito e, ovviamente, indipendente in tutto, ergo fuori dalla Nato che, dopo la fine del Patto di Varsavia, non ha alcuna ragione di esistere, se non colonialmente.

  • su 17 settembre 2014 a 15:47, di Michele Ballerin In risposta a: L’Europa che dorme e il mondo che corre

    Caro Giorgio, il fatto che l’Europa debba emanciparsi dall’egemonia statunitense non toglie che gli USA restino nostri «cugini». Né la Russia né la Cina possono definirsi democrazie liberali. Un’alleanza politico-culturale su un piano paritario fra USA e Europa per bilanciare il peso geopolitico degli altri giganti mi sembra scritta nella storia per i prossimi decenni. L’importante è che sia alleanza e non sudditanza; che l’Europa freni gli USA nelle loro tendenze egemoniche mentre fa lo stesso con la Russia (adoperandosi, ad esempio, per togliere l’osso ucraino dai denti dei cani russo e americano); e che, soprattutto, cerchi di ricondurre entrambi, insieme alla Cina e a tutte le altre potenze emergenti, sotto l’ombrello delle istituzioni internazionali (ONU in primis) per costruire insieme, con tutto il tempo che ci vorrà, un quadro di diritto sovranazionale che renda sempre più improbabile il ricorso alla forza militare per la risoluzione dei conflitti. Questo voleva essere l’assunto, esplicito e implicito, dell’articolo. Non di parteggiare per questo o quello.

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