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L’importanza delle lingue regionali per unire l’Europa

, di Alexandre Marin, Chris Powers , tradotto da Cecilia Gialdini

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Uno dei più comuni argomenti utilizzati dai nazionalisti per persuadere l’opinione pubblica dell’impossibilità di costruire un’Europa unita è la lingua: come ci si può unire se non ci capiamo quando parliamo?

Uniti nella diversità?

È risaputo che alcuni stati-nazione si sono sviluppati sradicando tutte le idiosincrasie regionali e locali, in primo luogo la lingua. Non era certo possibile l’esistenza di una cultura bretone, piccarda o corsa ma solo della cultura francese. Nell’ottica nazionalista, l’omogeneizzazione è necessaria per l’unità quando non tutti gli elementi sono uguali. Così può sembrare che per essere uniti le differenze debbano essere stigmatizzate.

Eppure l’Unione europea parte da presupposti esattamente opposti. Il suo motto in varietate concordia o “uniti nelle diversità” significa non che siamo tutti uniti nonostante le differenze ma che siamo uniti proprio a causa le nostre differenze, in virtù delle nostre differenze e grazie alle nostre differenze.

Lo studio delle lingue regionali e dei dialetti è parte di questa filosofia. Il loro insegnamento e l’istruzione bilingue, utilizzando l’idioma regionale e nazionale, possono essere importanti strumenti per ricordarci come le nostre culture siano tante e il multilinguismo non sia un ostacolo al vivere uniti.

Perché non preferire piuttosto un insegnamento bilingue dove la seconda lingua sia il francese o lo spagnolo o il tedesco? Queste lingue hanno una prospettiva Europea e globale che le rende molto più spendibili del bretone, del vallone o dell’occitano. In ogni caso, l’insegnamento bilingue è ancora svolto solo dove esse siano due lingue nazionali, ad eccezione di stati con più idiomi ufficiali dove uno di questi è considerato il “proprio” e gli altri “stranieri”, anche se dal paese accanto.

L’insegnamento delle lingue regionali e l’istruzione bilingue, quindi, è l’insegnamento di due lingue “proprie” che costituiscono “la propria nazione” e che rimangono ancorate all’idea che per essere uniti è necessario condividere una lingua unica che sia la stessa per tutti.

Lingue regionali come tradizione storica e culturale

Le lingue regionali sono una fonte di immensa ricchezza per tutta l’umanità. La bellezza del provenzale ha portato l’autore francese Frédéric Mistral alla vittoria del Premio Nobel per la Letteratura nel 1904 con la sua opera Mirèiò. Questo grande scrittore aveva il sogno di rivivere la lingua dei Trovatori, la prima lingua letteraria in Europa –ad eccezione del latino- risalente al XI e al XII secolo. I Trovatori di lingua d’oc hanno ispirato i Trovatori di lingua d’oïl tra i quali ritroviamo il famoso Chrétien de Troyes e i Minnesängers (cantori di Minnesang) al di là del Reno. Il prestigio dei Trovatori è arrivato fino al Sud Italia dove l’Accademia Siciliana fu fondata, sotto la protezione dell’imperatore germanico Federico II, re di Sicilia. Questa corrente letteraria, le cui opere erano scritte in siciliano, ha dato origine al sonetto, forma stilistica utilizzata da Petrarca, Ronsard, Shakespeare e successivamente da molti altri autori Romantici.

Questo è il motivo per cui l’UNESCO ha dato via a programmi di censimento e di tutela di queste lingue che rischiano di scomparire, e il Consiglio d’Europa ha formulato la Carta Europea delle Lingue Regionali, la cui ratifica costituisce un requisito d’ammissione all’Unione Europea; tale carta però non è ancora stata ratificata dalla Francia, nonostante gli annunci fatti dal governo.

Inoltre, le lingue raramente si evolvono in solitaria, molto più spesso sono influenzate da altri idiomi che sono geograficamente vicini o storicamente e culturalmente correlati. Questo è lo stesso per le lingue regionali, con un’eccezione degna di nota, il basco. Le lingue regionali condividono parole, espressioni idiomatiche e regole grammaticali con lingue di altri paesi d’Europa. Possono costituire un ponte tra le lingue di diversi paesi, come ad esempio il normanno, un incrocio tra francese e inglese.

Questo è il motivo per cui apprendere, conoscere e parlare lingue regionali è un grande vantaggio non solo nella comprensione di lingue straniere ma anche per capire l’origine della loro morfologia, dei proverbi e della sintassi.

I confini linguistici non esistono

Questo è il motivo per cui le lingue cambiano la nostra percezione dei confini nazionali. In un’Europa ancora governata da una logica nazionalista, l’attraversamento della semplice linea, sia essa una catena montuosa o un fiume, corrisponde a un cambiamento nella lingua e nella cultura che è tanto brutale quanto artificiale. Le lingue regionali ci aiutano a rendercene conto.

Quando attraversiamo regioni e stati del nostro continente, il passaggio da una lingua all’altra avviene in maniera graduale ed è difficile delineare una lingua con dei precisi contorni. La lingua di una regione penetra in quella delle province vicine, la sua influenza diventa sempre più significativa, fino al punto in cui alcuni dialetti si considerano transazioni da un idioma a un altro, come il roiasco, che sta a metà strada tra il provenzale e il ligure. Quindi, se le lingue si potessero trasformare in colori, una Europa delle regioni sarebbe riempita con gradazioni di diversi colori che interagiscono e si mescolano tra loro. In quest’ottica, l’apprendimento e la pratica delle lingue regionali non dovrebbe essere svolto con una visione nostalgica del passato ma come una finestra verso il futuro.

Una lingua, un modo di pensare

La sfida non è soltanto culturale, ma tocca anche le libertà fondamentali, includendo la libertà di espressione e di opinione. Se una parola esprime un pensiero, il lavoro del linguista Ferdinand de Saussure dimostra che, in prima istanza, le parole danno la forma ai pensieri: senza di esse, non ci sono idee! Il principio di Orwell della Neolingua consiste nel rimuovere progressivamente le parole in modo da cancellare le opinioni contrarie.

Il requisito giuridico per cui solo il francese dovesse essere utilizzato nella vita di tutti i giorni dalle pubbliche autorità durante la Terza Repubblica non ha soltanto un fine nazionalistico. Alla base vi era la concezione che il francese fosse la lingua dell’Illuminismo e della libertà, in contrasto con altre lingue Europee che erano ancora imprigionate dalle ideologie dell’Ancien Regime. Il volere dello stato era di imporre un singolo idioma per definire e regolare linea di pensiero omogenea, in modo che quietare domande sui meriti e le conquiste della Rivoluzione che ha dato vita della nuova Repubblica creata nel 1870. Questo metodo fu poi adottato dall’URSS che impose il russo come la unica lingua utilizzata nella vita pubblica.

Promuovere, imparare e utilizzare le lingue regionali favorisce la pluralità di opinioni, la loro libera espressione e l’incontro tra differenti rappresentazioni del mondo incarnate da queste lingue, contribuendo ad un arricchimento culturale per tutti e quindi a una maggiore unità.

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Fonte immagine Wikipedia

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