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Le elezioni britanniche e il futuro dell’Europa

, di Jacopo Barbati

Giovedì 7 maggio i cittadini britannici saranno chiamati alle urne per il rinnovo del Parlamento. I sondaggi preannunciano un sostanziale equilibrio tra il Conservative and Unionist Party (Partito Conservatore), guidato dal primo ministro uscente, David Cameron, e il Labor Party (Partito Laburista), guidato da Ed Miliband.

Consenso dei partiti britannici – Il grafico si riferisce all’andamento del consenso raccolto dai principali partiti britannici negli ultimi mesi. Versione modificata dell’originale [1]

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Entrambi i partiti vengono accreditati del 35% circa dei voti, mentre il terzo partito, l’ormai famoso UK Independence Party (“Partito per l’Indipendenza del Regno Unito”, UKIP) di Nigel Farage, si assesterebbe al 15%. Saranno quindi i conservatori e i laburisti a spartirsi il controllo della maggior parte dei 650 seggi (270 circa per il laburisti, una decina in più per i conservatori), ma nessuno dei due riuscirà a governare da solo. Si parlava di UKIP al 15%: saranno quindi gli euroscettici di Farage il boccone più appetitoso per chi cercherà di formare una coalizione di governo? Fortunatamente - per l’Europa e per gli stessi britannici - no, perché il sistema elettorale uninominale (chi vince in un collegio prende il seggio) penalizza chi ha un consenso totale non trascurabile ma non riesce a improsi nei singoli collegi, ed è proprio questo il caso di UKIP, che probabilmente otterrà circa 5 seggi e non di più. D’altro canto, il sistema favorisce chi può avere un consenso totale trascurabile o quasi ma una forte presenza in alcuni collegi: è il caso dei partiti regionali, il cui esempio più lampante è lo Scottish National Party (“Partito Nazionalista Scozzese”, SNP), il quale controllerà circa 50 seggi sui 59 destinati alla Scozia, sempre secondo i sondaggi [2]. Ecco quindi trovato il candidato ideale per formare una coalizione di governo: il partito di Nicola Sturgeon, che dopo il (fallito) referendum sull’indipendenza della Scozia del settembre del 2014, promosso proprio da SNP, ha visto quasi quintuplicare i propri iscritti, passati da 25’000 a 115’000. Gli indipendentisti scozzesi sono di centro-sinistra, così come i laburisti che quindi dovrebbero rappresentare i loro naturali alleati, ed entrambe le fazioni non sono poi troppo euroscettiche. Divergenze su alcune questioni di politica estera e di difesa dovrebbero però tenerli abbastanza lontani l’uno dall’altro, e a quel punto SNP sarebbe una specie di mina vagante.

A proposito di referendum: vi ricordate della proposta di David Cameron, datata 2013 (sic!) di indire entro il 2017 (sic!) un referendum sullo status del Regno Unito all’interno dell’UE, in caso di vittoria alle attuali elezioni, ossia quelle del 2015 (sic!)? [3] Una chiara manovra elettorale atta ad attirare i detrattori dell’UE (che nel Regno Unito di certo non scarseggiano) e spingerli a votare per i conservatori. L’unico effetto pratico sortito da quella promessa è stato l’indebolimento del ruolo strategico britannico all’interno dell’Unione e l’allontanamento dei partner europei storici del Regno Unito (Polonia, Repubbliche Baltiche, Svezia), che si sono via via stretti sempre più sotto l’ala tedesca, temendo la cosiddetta BrExit, ossia l’uscita del Regno Unito dall’UE. E proprio attorno a quest’ipotesi si è creato un vivace dibattito, fatto di brillanti osservazioni sulle implicazioni legali [4], su ciò che perderebbe l’UE con l’uscita del Regno Unito [5] e su ciò che perderebbero i britannici abbandonando l’Unione. E sì, i più danneggiati sarebbero comunque loro.

In ogni caso, questa ipotesi potrebbe rivelarsi meno verosimile del previsto: se venissero confermati i sondaggi, in caso di vittoria dei conservatori, per governare di nuovo e rispettare l’impegno sul referendum Cameron avrà bisogno di alleati. Tra gli altri partiti, solo UKIP appoggerebbe l’idea; ma, come detto, Farage non rappresenta una garanzia di successo in termini numerici. I laburisti sono favorevoli a rinegoziare i trattati con l’UE ma escludono qualsiasi ipotesi di uscita; Verdi e Liberaldemocratici (quarta e quinta forza politica del Paese) rappresentano l’anima europeista dei britannici. Non sarà facile, quindi, per i conservatori prendersi responsabilità assolute di governo.

Inoltre, ipotizzando anche che il nuovo Governo, referendum o meno, voglia veramente rinegoziare i trattati con l’UE, dovrà scontrarsi con le controparti, affatto inclini a questo genere di manovre in questo momento storico.

I trattati andrebbero rivisti sì, ma per creare una federazione europea, o almeno un nucleo federativo, dal quale la Gran Bretagna potrebbe chiamarsi fuori, se non vuole prendervi parte, ma senza rallentare la corsa di chi non vuole arrivare ultimo nel mondo globalizzato. In ogni caso, realisticamente parlando, le volontà di revisione britanniche sono ben lontane da queste appena descritte, pertanto c’è da sperare - ma si può essere ottimisti, come visto - che questa eventualità non si verifichi. In ogni caso, queste elezioni avranno una bella influenza non solo sulle isole di Sua Maestà, ma anche sul tanto da loro vituperato Continente.

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