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Le responsabilità degli Europei dopo il voto americano

, di Antonio Longo

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Il vecchio mondo continua ad essere demolito. Dopo i successi populisti elettorali in diversi Paesi e regioni d’Europa, dopo Brexit, il voto americano che incorona imprevedibilmente Donald Trump ci dice che la globalizzazione, senza un governo, continua a smantellare i vecchi ordini liberal-democratici. Erano basati sulla forma dello stato-nazione che, in cinquant’anni, ha dato vita a diverse forme d’integrazione economica, senza però mai giungere all’integrazione politica. Le contraddizioni della globalizzazione si sono così abbattute su una società indifesa: hanno divaricato interessi e accentuato le differenziazioni tra i gruppi sociali, esposti tutti alla competizione globale, e hanno messo in crisi la politica nazionale nella sua attività di canalizzazione del consenso. E la politica nazionale ha scaricato le tensioni sociali che ne sono derivate proprio sulle forme dell’integrazione sovranazionale che essa stessa aveva creato, pur di salvaguardare il nucleo del potere, base della propria sopravvivenza.

Queste elezioni americane ci inducono a fare le seguenti considerazioni.

1) C’è stata una rivolta anti-establishment, che non sa più garantire l’american way of life. Gli effetti di una globalizzazione non governata colpiscono ora anche l’America, dopo aver colpito pesantemente l’Europa, generando i populismi che conosciamo. Obama si è curato della società americana, per otto anni, ma non ha dato risposte sufficienti sul tema del governo del mondo, se non in termini di disimpegno militare dalle aree di crisi. Il risultato è quello di un’America che non sa più come guidare il mondo, ne subisce le crisi continue ed assiste passivamente all’emergere delle nuove potenze (la Cina) e al ritorno di quelle antiche (la Russia). E quando subisci la crisi emerge forte la tentazione della soluzione semplice e radicale: prima la chiusura, nella vana illusione di difenderti meglio (no al TTIP), poi l’idea di un ritorno al passato che garantiva forza e sicurezza (make America great again).

2) Il vecchio establishment ‘atlantista’ d’impronta liberal non ha più un progetto di governo del mondo, come quello che nella seconda metà del secolo scorso alimentò l’egemonia americana. L’11 settembre rappresenta il punto di svolta, la fine del vecchio mondo di un’America che garantiva il bene pubblico della sicurezza. Da quel ‘colpo’ non è emerso un disegno di un nuovo ordine mondiale progressivo, cioè basato sul riconoscimento di più centri di potere mondiale, rappresentativi di aree regionali continentali (un assetto tendenzialmente sovranazionale). Prima hanno tentato la via del “gendarme del mondo” (Bush), poi quella del ripiego sul ‘locale’ (Obama). Privi di una sponda europea, è risultato retorico e debole lo slogan della Clinton (stronger together). Non poteva far sognare una società che non ha più una missione ‘universale’.

3) L’Europa, questa Unione europea, ha anticipato negli ultimi due decenni il percorso dell’America. Dopo l’89 ha avuto l’occasione storica di fare, a Maastricht, il salto di qualità verso un governo federale dell’economia. Prima la chiusura dei governi verso il progetto Spinelli, poi la scelta suicida di voler limitare l’avanzamento alla sola moneta (enorme errore della Francia di Mitterand), non hanno consentito all’Europa di affrontare la globalizzazione. Di conseguenza è emerso il populismo, prima con il referendum francese sulla Costituzione europea, poi dappertutto. In questo senso la non-Europa ha anticipato l’America nella distruzione del vecchio sistema politico e nello sviluppo del populismo.

4) È urgente un nuovo disegno mondiale, capace di governare la globalizzazione. Le trattative transatlantiche, pur con molti limiti, rappresentavano un tentativo in questa direzione. Ma avrebbero comportato sia l’esistenza di un polo politico europeo sia una comune visione strategica di governo del mondo. Come Europei tocca ora a noi fare ciò che ci compete per evitare un maggior disordine mondiale: una chiara risposta in termini di rapido avanzamento federale tra i Paesi disponibili. In mancanza di ciò si intravede già l’alternativa, anticipata da Brexit: un tentativo di ritornare ad accordi bilaterali politico-commerciali tra nazioni, nella vana speranza di riprendere il controllo della situazione nei singoli Paesi (let’s take the control back, come recitava lo slogan del fronte del leave in UK). Sarebbe il preludio al più grande disordine mondiale, un grave arretramento della democrazia su scala nazionale e una sconfitta del tentativo di creare, con l’integrazione politica, una democrazia sovranazionale.

Per questo la battaglia federalista deve, oggi più che mai, porre al centro del proprio discorso la rivendicazione di un potere federale europeo per l’economia e la sicurezza. Oggi, prima che sia troppo tardi. Non basta dire Più Europa, così come non è servito dire “per un’altra Europa”. Il messaggio forte che deve partire subito e deve amplificarsi in vista del 25 marzo 2017 è uno solo: anche noi, popolo europeo vogliamo decidere e contare nel mondo. E possiamo farlo solo se ci diamo un governo e una costituzione comune. “Stronger together” è innanzitutto per noi Europei.

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P.S.

Fonte immagine Pixabay

Tuoi commenti

  • su 9 novembre a 20:26, di Jean-Luc Lefèvre In risposta a: Le responsabilità degli Europei dopo il voto americano

    Que dire encore après ce remarquable exercice? Une révolte contre l’establishment? Certes! Mais avec les lunettes des seuls Etats-Unis, à contre-courant de ce qu’a tenté de faire la région wallonne, ce confetti en terres européennes, avec le Traité économique avec Ottawa. Elle a été insultée et mise au ban! Des occasions manquées, comme le rejet d’un gouvernement économique sous Mitterrand (une France décidément experte depuis le rejet de l’Europe de la Défense...Des tentations aussi, comme celle des accords bilatéraux Sans oublier le seul enjeu de demain: le projet fédéraliste, encore et toujours. Qu’ajouter donc à la réflexion de M. LONGO? Une chose, une seule. Notre refus d’entendre encore l’amalgame entre «plebs» et «populus» qui vise à discréditer le second en le réduisant à l’inculture et à la marginalité des non initiés, des péquenauds. En critiquant la manière dont l’Europe gère ses classes moyennes et populaires, dans le cénacle des salons insonorisés, je ne suis pas plébéien, ni populiste, mais seulement CITOYEN! Un mot qui fait peur de nos jours, même à VERHOFSTADT quia suggéré, parce que flamand avant d’être démocrate, de contourner les atermoiements de la Wallonie!!!

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