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Morire per l’Europa

, di Antonio Longo

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L’assassinio di Jo Cox, deputata laburista anti-Brexit, per mano di un nazionalista inglese che ha motivato il suo folle gesto urlando “Britain first”, rappresenta un punto di svolta nell’immaginario collettivo europeo. Finora nessuno era morto per l’Europa. Per la prima volta, nei suoi settant’anni di vita, l’Europa piange un suo morto.

La costruzione europea è un grandioso processo storico, che si differenzia da altri grandi processi del passato, perché segna il passaggio dallo stato nazionale, come fonte esclusiva della sovranità e della democrazia, ad una nuova formazione che rende possibile la condivisione della sovranità e della democrazia in un’area pluri-statale: ein Staat der Staaten, per dirla semplicemente con le parole dei ragazzi della Rosa Bianca.

Questo processo si è differenziato profondamente dagli altri processi storici proprio su un punto preciso: la battaglia per l’unità europea è stata, in questi 70 anni, una battaglia della ‘ragione’. Che non ha scatenato la passione che ha nutrito i precedenti processi, che non ha avuto bisogno di morti e di martiri, come quelli che ci sono stati nella lotta contro l’assolutismo monarchico o per la libertà e la sovranità popolare, o ancora per l’indipendenza nazionale o per la giustizia sociale, come pure per il Risorgimento o la Resistenza.

La costruzione europea si è presentata subito come il frutto della ragione e, non a caso, il progetto europeo è considerato figlio del razionalismo neo-illuminista, come il prodotto del tentativo degli Europei del dopoguerra di trovare una soluzione alla crisi storica dello stato-nazionale, attraverso l’idea della federazione, vista come “l’allargamento dell’orbita dello Stato”, per dirla con Alexander Hamilton (The Federalist).

Può apparire paradossale che questa costruzione razionale dell’idea d’Europa nasca proprio in Gran Bretagna negli anni ’30 del secolo scorso, attorno a quel nucleo di intellettuali di Federal Union (da Lord Lothian a Lionel Robbins, da William Beveridge a Barbara Wootton), i cui testi furono per Altiero Spinelli un’autentica rivelazione: “Poiché andavo cercando chiarezza e precisione di pensiero, la mia attenzione non fu attratta dal fumoso e contorto federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano, ma dal pensiero pulito e preciso di questi federalisti inglesi, nei cui scritti trovai un metodo per analizzare la situazione nella quale l’Europa stava precipitando, e per elaborare prospettive alternative” (da ’Come ho tentato di diventare saggio’).

La costruzione europea, come idea della ragione o come una rivoluzione pacifica (Mario Albertini), è apparsa spesso come la fredda opera della necessità che s’impone sulle antiche passioni dei popoli europei, sulle loro storie secolari, grondanti di sangue e di martiri.

Ma la crisi europea di questi ultimi dieci anni ha risvegliato, anno dopo anno, gli antichi démoni: il separatismo e il nazionalismo, come risposta sbagliata (la globalizzazione senza il governo) all’interdipendenza crescente dell’umanità. E così stanno tornando quelle che Il Manifesto di Ventotene chiamava le aporie del passato. Per contrastarle allora non basta più la sola ragione. Non basta dire che “senza l’Europa è peggio”, perché gli uomini cercano il meglio, non il meno peggio. Quando la lotta diventa – come ora - tra il nazionalismo e il federalismo, allora occorre nutrirsi non solo della ragione, ma anche far emergere la passione per il progetto. Non la difesa dell’esistente – che soccombe sotto i colpi della demagogia populista – ma la prospettazione di un chiaro e semplice progetto federale per l’Europa. Capace di assegnare all’Europa le due cose fondamentali che l’affliggono: lo sviluppo e la sicurezza. E per tal via, elevare democrazia e sovranità oltre la nazione, riconciliandola con l’Europa.

Questo ci dice la morte di Jo Cox, caduta per l’Europa.

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Fonte immagine Wikipedia

Tuoi commenti

  • su 17 giugno a 17:44, di Jean-Luc Lefèvre In risposta a: Morire per l’Europa

    «Ne plus seulement se nourrir de rationalité, mais aussi susciter de la passion par le projet...ne plus se contenter de défendre l’acquis...»! Tout cela est très juste, parce que très actuel, au lendemain de celle qui est «morte pour l’Europe» à laquelle elle croyait elle, Jo COX, obscure députée nationale, quand d’autres, même et surtout européens, ont tout simplement oublié leur raison d’être au service d’un idéal commun auquel leurs états ont souscrit et dont ils sont toujours redevables. Dans un tel contexte, merci de rappeler aussi l’exemple aujourd’hui oublié des membres de la «Rose blanche» qui ont appris ce que voulait dire ce que signifiait se sacrifier pour une grande cause. Se sacrifier aujourd’hui pour l’Europe, c’est d’abord, oser la parole, qui seule est capable de libérer les enthousiasmes; c’est aussi poser des actes, chacun à son niveau, chacun à sa place, et d’abord les enfants de la génération Erasmus. Mais aussi les aînés qui ont connu les années euphoriques du projet européen, des sixties aux nineties. Rendre de la passion au fantastique projet d’intégration européenne, c’est élargir le corset normatif pour en revenir aux finalités qui seules sont porteuses de souffle. Alors, Jo COX vivra et ne sera pas morte pour que prospèrent une fois encore, une fois de trop, les charniers en Europe.

  • su 17 giugno a 19:17, di Antonio Longo In risposta a: Morire per l’Europa

    Merci, Jean-Luc, pour tes mots et commentaires

  • su 17 giugno a 23:59, di francesco franco In risposta a: Morire per l’Europa

    http://www.corriere.it/esteri/16_giugno_17/watson-usati-toni-modi-estremi-7e75f00a-33ff-11e6-b8e9-6b78a4af30ec.shtml. Consiglio vivamente la lettura di questa intervista pubblicata con grande intelligenza dal Corriere della Sera per capire ancora meglio le dinamiche elettorali inglesi.

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