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Oltre le ideologie tradizionali: il federalismo nella società globale

, di Giulio Saputo

autori

  • Segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea

Per poter iniziare un’analisi e un confronto sul significato di federalismo, nelle sue esplicazioni teoriche del rapporto dialettico che intrattiene con le altre ideologie, occorre prima di tutto categorizzare ciò che si intende per “ideologia”: se prendiamo l’accezione più usuale, quotidiana, il termine va ad indicare il ristretto cerchio di quel sistema di idee, credenze e valori capace di orientare la condotta di gruppi e individui.

Questa è una definizione neutra, derivata dall’analisi sociologica, ma chiaramente non è totalizzante e, nel corso del tempo, ha visto prevalere ben altri significati. Ad esempio, per “ideologia” si è inteso anche tutto il prodotto del sistema di analisi marxista e post marxista che indicava come necessario che ad un determinato ordine giuridico-sociale corrispondesse il costituirsi di un insieme di idee capaci di dare coscienza a un gruppo (“falsa coscienza”). Una concezione valoriale è mantenuta anche da Mannheim, che comunque distingue tra “ideologia particolare” (come menzogna deliberata per nascondere interessi particolari) e “ideologia totale”, ossia quel tipo di ideologia che non nasce da un deliberato sforzo di ingannare, ma dal diverso modo in cui la realtà si rivela al soggetto in conseguenza della sua diversa posizione sociale. L’ideologia totale è in sostanza una sorta di visione del mondo con la quale determinati gruppi, anche inconsapevolmente, nascondono lo stato reale della società a sé e agli altri. Assumendo quest’ultima definizione per la nostra analisi, dimostreremo come il federalismo non si realizzi in una semplice automistificazione di un gruppo sociale, non come una semplice ideologia, ma come un pensiero politico attivo di natura scientifica. Gli obiettivi del federalismo non trattano di un dogma o di una sovrastruttura, ma possono essere adottati per colmare alcuni vuoti della Globalizzazione.

“Interpretare il mondo per trasformarlo”

Il federalismo potrebbe essere assunto come risposta a tutti coloro che pensano che il mondo contemporaneo sia avvolto da un grande “deserto postideologico” (S. Žižek) secondo cui abbiamo una rappresentazione delle negatività astratta delle masse senza alcun progetto utopico significativo alle spalle (uno “spirito di rivolta senza rivoluzione”). Per cui, con la crisi di tutte le ideologie palingenetiche (liberalismo, democrazia, socialismo), sembrerebbe che siamo costretti a convivere con la globalizzazione ma senza niente che si avvicini a una “visione” o a una proiezione concreta del capitalismo. In più, il pericolo della contrapposizione identitaria tra alcune identità regionali nate proprio in risposta a quella “costruzione” debole del mondo formata di seguito alla II Guerra Mondiale (vedi l’estremismo islamico) rende ancora più utile cercare di costruire un messaggio comune. Il vero problema è che stiamo vivendo in un’età definibile “dell’estetica” dello specialismo (Castoriadis), in cui siamo incapaci di autopensarci o autocriticarci perché abbiamo delle lenti valoriali legate ancora a un passato costruito intorno all’ideologia dello Stato nazionale. Il pensiero federalista potrebbe rispondere a queste istanze superando il nazionalismo metodologico attraverso un preciso numero di strumenti scientifici, spiegando il fallimento delle realizzazioni utopiche di tutti gli afflati valoriali delle ideologie tradizionali.

Le lenti interpretative federaliste e l’obiettivo della pace

Il federalismo utilizza alcuni precisi strumenti (degli ideal tipi weberiani) che rappresentano in estrema sintesi degli schemi concettuali utilizzabili per interpretare la realtà: la teoria della ragion di stato, il materialismo storico e la definizione albertiniana di ideologia.

Partendo proprio da quest’ultima, per Albertini l’ideologia è un comportamento sociale diffuso e consolidato, suddivisibile dal punto di vista analitico in tre aspetti: un aspetto di valore, cioè il fine ultimo al quale è diretto; un aspetto di struttura, che è la forma definita che il comportamento adotta per realizzare i suoi scopi; e un aspetto storico-sociale, cioè la rappresentazione delle condizioni storiche e sociali nelle quali il comportamento può realizzarsi. L’aspetto di valore del federalismo è la Pace considerata nel senso kantiano del termine (“Pace positiva”), cioè l’impossibilità di arrivare alla guerra e non una sua “assenza” o il permanere in una condizione di tregua. In quest’ultimo caso il conflitto tra gli stati rimarrebbe latente e tutte le relazioni internazionali - come la situazione contemporanea in Ucraina rispecchia chiaramente - sarebbero risolte in ultima istanza secondo la legge del più forte. Questo avviene poiché, proprio secondo la teoria della ragion di stato, che prevede il primato dello stato sulla società in quanto strumento insostituibile per garantire la pace interna tramite il monopolio legittimo dell’uso della forza e istituzionalizzando i conflitti interni (superando il bellum omnium contra omnes), a livello sovranazionale rimane un vuoto di potere che mantiene le relazioni tra i singoli stati del tutto simile all’anarchia.

Nel corso della storia, prima con la costruzione dello stato moderno e, in seguito, con quella dello stato nazionale, è avvenuto un grande processo di incivilimento e disciplinamento dei sudditi con annesso un progresso economico-sociale garantito dalla certezza del diritto, che ha reso possibili delle grandi trasformazioni istituzionali e l’affermarsi delle grandi ideologie. Ma perché liberalismo, democrazia e socialismo non riuscirono a realizzare i loro valori cosmopoliti di pace globale (vedi le affermazioni di Constant, Mazzini o Marx)? La risposta è data dal fatto che la Pace può affermarsi realmente solo nel momento in cui esistono delle istituzioni che la garantiscono e rendono impossibile arrivare all’utilizzo della forza per la soluzione delle controversie. La guerra non dipende esclusivamente da conflitti psicologici, economici o etnici; come la Pace non dipende dalla buona volontà degli uomini o dalla mancanza di spirito di fraternità. Abbiamo manifestazioni palesi di cattive volontà dei cittadini all’interno di uno stato continuamente, ma quando esse si manifestano intervengono la polizia e il tribunale, cioè le autorità istituzionali che non ne permettono il perpetuarsi.

Conducendo la loro battaglia contro il feudalesimo, i liberali pensavano che, instaurando la libertà economica e politica, lo spirito commerciale o l’individualismo avrebbero eliminato l’interesse per la guerra. Si sbagliavano. Allo stesso modo, i democratici pensavano che se lo Stato fosse stato controllato dai popoli, questi, come fratelli, avrebbero smesso di combattere. Infine, il socialismo, nei conflitti che hanno visto combattersi gli stati comunisti tra loro, è stata l’ultima dimostrazione storica che non si può raggiungere la Pace attraverso la proprietà collettiva dei mezzi di produzione o la giustizia sociale (che avrebbero dovuto permettere ai popoli di controllare veramente l’apparato statuale e di evitare così le guerre). Tutti e tre i principi ideali risultano imprigionati in catene di meccanismi istituzionali che non sono mai riusciti a superare. Il federalismo, in modo dialettico, assume i valori portati avanti da queste grandi ideologie, poiché risulta impossibile la Pace senza la libertà, la democrazia o la giustizia sociale, ma vi aggiunge un risvolto essenziale, l’aspetto di struttura di Albertini: lo stato federale.

La caratteristica essenziale di una federazione è la ripartizione delle funzioni tra lo stato federale e i singoli stati membri e, a garanzia dell’ordine costituzionale, per dirimere eventuali conflitti, vi è un potere giudiziario indipendente. Solo così ci è permesso di elevare la democrazia rappresentativa su un piano sovranazionale garantendo la pace. Per dirla con le parole di Proudhon, “chi dice libertà, dice federazione, o non dice nulla. Chi dice repubblica, dice federalismo, o non dice nulla. Chi dice socialismo, dice federazione, o non dice ancora nulla”. Perché fino adesso non si è riusciti a costruire l’unione politica degli uomini, piegando al valore della Pace la sovranità degli stati, nonostante fosse stata teorizzata da Kant già nel 1795? Perché possiamo dire che la realizzazione dell’idea federalista necessita di un momento storico-sociale preciso, come teorizzato nell’ultimo punto della definizione di ideologia dato da Albertini. Se guardiamo allo sviluppo degli aggregati sociali attraverso la prospettiva offerta dal materialismo storico, secondo cui ad una maggiore complessità del sistema di produzione corrisponde una maggiore complessità dell’organizzazione sociale, possiamo pensare alla storia come ad una successione dei modi di produzione (slegandola ovviamente dalle logiche di lotta di classe, come ammette lo stesso Marx: “ciò che io ho fatto di nuovo è stato dimostrare che l’esistenza delle classi è legata puramente a determinate fasi storiche dello sviluppo della produzione”). Più complesso si è fatto il modo di produrre (dall’agricolo siamo passati all’industriale ed oggi allo scientifico) e più si sono spostati gli stessi confini dei conflitti, dalle tribù agli interi continenti.

A questo punto è palese la crisi a cui è giunto lo stato nazionale, forma di aggregato sociale complessa costituitasi di seguito alla Rivoluzione Francese con l’unione della comunità politica (Rousseau) a quella etnica (Herder). In quest’ottica, i conflitti mondiali che hanno trovato il loro baricentro in Europa hanno rappresentato il tentativo dei singoli stati di trovare il loro sbocco continentale per assecondare le esigenze date dal modo di produzione industriale, cercando di superare la saturazione dei mercati. Ma, in seguito alla II Guerra Mondiale, il sistema che è stato ricostituito ancora non prevede l’adattamento dell’organizzazione politica al modo di produzione economico globale. L’evoluzione delle istituzioni politiche ancora non riesce a seguire quella dell’economia.

La soluzione federalista

Oggi i maggiori problemi hanno assunto dimensioni globali (la sicurezza, il governo dell’economia, la protezione dell’ambiente, il declino della democrazia, ecc.) e lo stato nazionale ha perso le funzioni alla base della sua sovranità dai tempi di Bodin: la borsa (banche e imprese sono ora multinazionali) e la spada (la sicurezza dei cittadini impossibile da garantire contro il terrorismo).

Nel mondo globalizzato ad avere un peso nelle relazioni internazionali (ponendo fine al monopolio degli stati) sono emersi un gran numero di attori non statuali che hanno acquisito una inedita capacità d’azione (società multinazionali, organizzazioni criminali, chiese, mezzi di comunicazione di massa, ONG, ecc.); come non comprendere la crisi attuale della società se non realizziamo che i cittadini dei singoli stati vivono nell’impotenza di un sistema globalizzato che sta attraversando un’inevitabile crisi sistemica delle sue istituzioni e che non possiamo governare?

Già Einaudi, più di settanta anni fa, definiva gli stati nazionali “polvere senza sostanza”; occorre ripartire da qui e cercare di andare oltre il sistema che vede i singoli stati come entità divise, rilanciando finalmente la possibilità di unire gli uomini in Pace e dare così un’identità ed un governo alla globalizzazione in chiave federale. La cultura e l’identità stesse sono dimensioni del problema politico (Levi): oggi abbiamo una società globalizzata con un’economia interdipendente in cui la possibilità dell’individuo di scegliere, di valere ancora qualcosa, è limitata dalla totale assenza di controllo democratico sui mercati o sulle grandi questioni internazionali.

Dalle ideologie tradizionali non è stato mai risolto il nodo e la contraddizione che vede le democrazie nazionali alle prese con forze internazionali. Quindi è attraverso la lotta politica che occorre agire, perché è dal vuoto lasciato dalla politica che insorge il problema di un’identità globale. Il nodo centrale che prova i limiti del sistema attuale e della sua incapacità di dare risposte certe o realizzabili può trovare finalmente una soluzione concreta nel disegno federalista di creare istituzioni democratiche internazionali multilivello.

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P.S.

1. Schema della relazione tenuta al Seminario di Ventotene 2014

2. Fonte immagine Flickr

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