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Per una politica di rilancio dell’economia europea

, di Alberto Majocchi

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  • Professore di Scienza delle Finanze all’Università di Pavia Membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi sul Federalismo

Le previsioni di autunno della Commissione europea su andamenti del reddito e dell’occupazione segnalano una lenta ripresa con un tasso di inflazione molto basso. Per l’area euro il 2014 dovrebbe chiudersi con un segno positivo (+0,8%) e il 2015 registrare una crescita leggermente superiore (1,1%). I tassi di crescita sono un po’ più elevati per l’intera Ue (+1,3% e + 1,5% nel 2014 e nel 2015). Ma con questi livelli di sviluppo del Pil reale la ripresa dell’occupazione si manifesterà soltanto nel 2016, scendendo al 9,5% nella Ue e al 10,8% nell’area euro. L’inflazione rimarrà estremamente contenuta nel 2014 (+0,6%) e salirà gradualmente nel 2015 e 2016 (+1,0% e 1,5% rispettivamente). Il rapporto deficit/Pil continuerà a scendere raggiungendo il 3,0% nell’Unione e il 2,6% nell’eurozona. Nell’Unione monetaria continuerà a migliorare il saldo positivo della bilancia commerciale, che oscilla intorno al 2,5% negli anni della previsione.

Da questi dati emerge che la ripresa è ancora debole, ma esistono le condizioni per una politica di rilancio dell’economia: bassa inflazione, estesa disoccupazione, disavanzo pubblico in diminuzione e surplus delle partite correnti in crescita. E in questo senso è indirizzato il commento alle previsioni del Vice-Presidente della Commissione Katainen che, dopo aver osservato che la congiuntura non sta migliorando abbastanza rapidamente, ha sostenuto con decisione che “la Commissione europea è impegnata a utilizzare tutti gli strumenti e le risorse disponibili per produrre più occupazione e più crescita in Europa. Intendiamo avviare un piano di investimenti per 300 miliardi di euro per far partire e sostenere la ripresa economica. Accelerare gli investimenti è il perno della ripresa economica”.

Viene in sostanza ribadita la proposta avanzata dal Presidente Juncker al Parlamento europeo di un piano per le infrastrutture di dimensioni pari annualmente all’1% del Pil dell’area euro, ossia dell’ordine di 100 miliardi di euro. In attesa di indicazioni più precise sui contenuti del piano e sugli strumenti per il suo finanziamento, è giusto prendere atto del cambiamento di atteggiamento della Commissione con la Presidenza Juncker, che ha deciso di porre fine a una politica economica fondata esclusivamente sugli obiettivi di consolidamento fiscale per introdurre nell’eurozona misure di sostegno della domanda e dell’occupazione. Ma, al contempo, è necessario sottolineare alcuni punti in sospeso, rilevanti per la definizione di una strategia adeguata per realizzare una effettiva politica di rilancio dell’economia europea.

È opportuno partire da una valutazione dell’impatto macro-economico di un piano di investimenti delle dimensioni previste da Juncker. Messe da parte le illusioni di effetti non-keynesiani di misure fiscali restrittive, si possono stimare gli effetti espansivi del piano nell’area euro sulla base delle indicazioni dell’ultimo rapporto di previsione del Fmi: un aumento permanente di investimenti pubblici in infrastrutture pari all’1% del Pil nell’eurozona porta a un aumento dell’output nel breve e nel medio periodo e provoca un incremento (crowding-in) dell’investimento privato. Nel rapporto si sottolinea che un finanziamento delle spese di investimento con debito è sostenibile perché, grazie alla crescita della produzione, diminuisce il rapporto debito/Pil. Le stime del Fmi mostrano che, come previsto in letteratura, gli effetti espansivi sono molto più forti se queste misure sono finanziate con debito piuttosto che con una diminuzione delle tasse a bilancio in pareggio e se effettuate in periodo di bassa crescita. Nella situazione di recessione in cui vive oggi l’Europa, l’incremento del tasso di crescita del Pil dovuto ai nuovi investimenti può raggiungere l’1,5% nel primo anno e il 3% nel medio periodo.

Se quindi l’impatto macro-economico di un piano di sviluppo fondato sugli investimenti pubblici è significativo, occorre poi valutare quali risorse siano necessarie per finanziarlo. Il Centro Studi sul Federalismo ha più volte sostenuto che nuove risorse per il finanziamento del piano possono derivare dall’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie (TTF) da destinare non ai bilanci nazionali di ciascun paese della cooperazione rafforzata, ma ad alimentare un Fondo europeo per lo Sviluppo e l’Occupazione (compatibile con l’attuale legislazione europea in quanto destinato a finalità specifiche, senza infrangere il principio dell’universalità del bilancio). Questo per diverse ragioni.

La prima ragione è che, a seguito della proposta avanzata dalla Commissione, una volta constatata l’impossibilità di raggiungere un accordo unanime in seno al Consiglio, già 11 paesi hanno deciso di aderire a una cooperazione rafforzata per l’introduzione della TTF. La seconda ragione è legata al fatto che l’introduzione di questa imposta è stata fortemente patrocinata dalla SPD in vista delle elezioni tedesche e su questo punto si è poi raggiunto un accordo con la CDU. C’è quindi un atteggiamento sostanzialmente favorevole da parte della Germania. La terza ragione è legata all’orientamento dell’opinione pubblica. Anche se parlare di nuove imposte non è mai fonte di entusiasmi, il caso della TTF è diverso: nell’opinione pubblica è assai diffuso il sentimento che all’origine della crisi stia il comportamento degli operatori della finanza, gli uomini di Wall Street, travolti dall’euforia per gli enormi guadagni derivati dalle operazioni di ingegneria finanziaria messe in atto a seguito della deregulation avviata inizialmente in Usa e nel Regno Unito, ed estesasi poi a tutti i paesi europei.

Secondo le stime dei servizi della Commissione l’imposta sulle transazioni finanziarie, se applicata negli 11 paesi della cooperazione rafforzata, potrebbe generare un gettito di circa 31 miliardi di euro all’anno, da destinare al detto Fondo europeo. Con queste risorse proprie sarebbe possibile lanciare sul mercato un’emissione di euro project-bonds – con l’appoggio della Banca Europea degli Investimenti per l’analisi e la valutazione dei progetti di investimento –, al fine di reperire ulteriori risorse nel settore privato e di garantire un ulteriore finanziamento dei progetti da parte della Banca stessa.

Il punto decisivo riguarda la necessità di decidere contestualmente il trasferimento alla Commissione della responsabilità di gestire direttamente, e con i poteri necessari, sotto il controllo del Parlamento europeo, il piano di sviluppo e di definire le risorse che possono essere mobilitate per il finanziamento degli investimenti. Il Ministro delle Finanze francese Sapin ha avanzato nuove proposte ai partner della cooperazione rafforzata per cercare di raggiungere un primo accordo sulla TTF nella riunione dell’Eurogruppo del 7 novembre, da ratificare entro la fine dell’anno, in modo tale che la TTF possa entrare in vigore come previsto dal 2016. Si tratta di un passo in avanti, che dovrebbe trovare un forte sostegno da parte del governo italiano e della Cancelliera Merkel. Se nella riunione dell’Eurogruppo si procederà sulla strada dell’introduzione di un’imposte europea sulle transazioni finanziarie, destinata al Fondo europeo per lo Sviluppo e l’Occupazione, la proposta di Juncker potrebbe fondarsi su basi più solide e rappresentare il primo passo per avviare finalmente la realizzazione di un piano di sviluppo e per promuovere il completamento di un’Unione fiscale nell’ambito dell’eurozona.

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P.S.

1. Articolo pubblicato originariamente come Commento del Centro Studi sul Federalismo

2. Fonte immagine Wikimedia

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