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Quale Europa di fronte all’immigrazione?

, di Matteo Gori

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Sarà una giornata importante, quella del 20 Giugno. Lo è da 14 anni ormai, cioè da quando l’ONU ha deciso che tutto il mondo dovesse dedicare un giorno a pensare alle sorti di chi scappa da fame, guerre, povertà. Ma quest’anno il “World Refugee Day” non ci deve far solo pensare.

Il momento in cui arriva questa ricorrenza è uno dei più delicati che l’Unione europea si trova ad affrontare. Il fenomeno migratorio non è un fenomeno recente, tutt’altro, è sempre esistito e sempre esisterà. È invece recente la situazione di emergenza in cui si è ritrovato il continente europeo, in particolar modo i suoi paesi mediterranei. Ciò è dovuto a cause esogene (instabilità politica del Nord-Africa, minaccia terroristica dell’IS), che hanno visto l’Europa reagire in maniera disorganizzata e con strumenti inefficaci. In particolare, gli Stati europei non appaiono in grado di saper dare una risposta credibile ad una complessa situazione umanitaria, che ha trasformato il Mediterraneo in un grande teatro di morte. Occorre capire perché l’Europa si è rivelata così drammaticamente inefficace nel fronteggiare un’emergenza di questo tipo e anzi tende sempre più a rinchiudersi dentro i propri confini.

Obbligatoriamente il vecchio continente non può delegare la responsabilità a nessun altro, rendendosi conto che la sua terra rappresenta l’unica ancora di salvezza per persone a cui guerra e povertà hanno tolto tutto. Tuttavia una politica europea per l’immigrazione fino ad oggi non è esistita. Esistono soltanto le singole politiche degli Stati membri dell’Unione, che si sono rivelati incapaci di fronteggiare il fenomeno in maniera efficace. Spesso i paesi Mediterranei si sono ritrovati soli e hanno reagito in maniera frammentata, con politiche post o anti sbarchi sempre diverse ma mai «civili». È il caso della Spagna, che a Ceuta e Melilla ha eretto un muro di 6 metri per evitare l’approdo di migranti; dell’Italia, i cui Centri di Identificazione ed Espulsione costituiscono una realtà ai confini dell’umanità, o di Malta che spesso e volentieri respinge, fregandosi le mani della responsabilità. Non solo, questa mal gestione dell’emergenza ha alimentato la crescita di tensioni sociali, come nel nostro paese, che ad oggi figura tra i più razzisti. Insomma, l’assenza politica dell’Europa si ripercuote dal piano umanitario al piano sociale.

Le motivazioni dietro queste carenze sono molteplici: Stati nazionali gelosi della sovranità delle proprie scelte politiche, scarsa solidarietà, strumenti e risorse inadeguate alle proporzioni del problema.

Partiamo da quest’ultimo punto. La parola magica è Frontex, l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea. È l’agenzia che coordina o ha coordinato operazioni note quali Triton, sul Mediterraneo, Poseidon, sull’Egeo o Nautilus nel Canale di Sicilia. Deve essere considerata dunque il principale strumento operativo, per non dire l’unico, che l’Unione usa per gestire il fenomeno migratorio. Tuttavia, una prima lettura degli obiettivi e degli scopi che ha l’Agenzia evidenzia uno spirito poco concreto, purtroppo, mantenuto anche nei fatti. Stando al regolamento di Frontex infatti “la responsabilità per il controllo dei confini esterni è piena responsabilità degli Stati membri”. Non solo, grazie al Regolamento (CE) nº 863/2007, su precisa richiesta di uno o più Stati membri, l’agenzia mette a disposizione gruppi di intervento rapido, ma solo per un periodo limitato e in situazioni eccezionali e urgenti. L’inefficienza di questo sistema è dimostrata dalla chiusura dell’operazione italiana “Mare Nostrum”, a favore di una sua gestione europea nell’operazione “Triton”. Mentre il governo Italiano, spendendo più del triplo (9,5 milioni di euro mensili per Mare Nostrum contro i 3 milioni per sostenere Triton) attuava il così detto save and rescue, Frontex sorveglia e controlla, nulla più.

In realtà Frontex almeno una cosa l’ha sempre fatta: ha respinto (e tanto anche), arrestato e combattuto l’immigrazione illegale. Si è limitata però al ruolo di cane da guardia, senza porsi minimamente il problema umanitario, faticando così a distinguere il confine legalità-illegalità. Non solo, pesanti accuse gravano sull’operato di Frontex (tra cui quelle di Amnesty International, come dimostra il report "The EU’s Dirty Hands”). In breve, Frontex non serve a gestire i flussi migratori (e, magari, a evitare carneficine) ma alla difesa dell’Europa.

Venendo alla questione della scarsa solidarietà, tutto parte dal cosiddetto Regolamento di Dublino, ovvero il principale documento adottato dall’UE in tema di diritto d’asilo. La condizione di rifugiato è definita dalla Convenzione di Ginevra del 1951. Nell’articolo 1 della convenzione si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”. Per ottenere lo status di rifugiato, i richiedenti asilo devono dimostrare alle autorità europee che stanno scappando da una guerra o da una persecuzione e che non possono tornare nel loro paese d’origine. Il numero delle richieste di asilo nell’UE (dati Eurostat) è aumentato da 435.190 nel 2013 a 626.065 nel 2014. Nel 2014 l’asilo è stato garantito a 163mila persone e la Germania è il paese che lo ha concesso più volte con 41mila richieste approvate, seguita dalla Svezia con 31mila richieste approvate mentre l’Italia ha accolto 21mila richieste.

Ma il sistema deciso a Dublino ha ricevuto numerose critiche in particolare dal Consiglio europeo per i rifugiati e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. A questo sistema è imputata la mancanza di una protezione equa e efficiente dei richiedenti, che sono costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate. Inoltre il sistema non tiene conto del ricongiungimento familiare e comporta una pressione maggiore sugli Stati membri del sud dell’Europa, che sono i paesi d’ingresso nel continente. E questa pressione è aumentata dal fatto che, per il regolamento, le domande devono essere esaminate solo dal primo Stato in cui il rifugiato mette piede.

Sono dunque gli Stati di frontiera che si trovano a scegliere tra adoperarsi per salvare vite, sopportandone i costi (come l’Italia con Mare Nostrum) o rifugiarsi nella “fortezza Europa” - seguendo, di fatto, la filosofia di Frontex - con delle vite sulla coscienza (Spagna, Malta). E, a proposito di poca solidarietà, come non citare i recenti fatti di Ventimiglia o la riluttanza con cui David Cameron ha accolto la proposta di quote per distribuzione dei migranti in tutta l’UE?

L’ostacolo insormontabile rimane comunque quello legato alla prima delle motivazioni già citate: la sovranità. Si tratta di un argomento complesso che meriterebbe una trattazione a sé. Sono comunque sotto gli occhi di tutti gli effetti di 28 politiche migratorie differenti (attuate da Stati sovrani) che, divise, non sono all’altezza delle dimensioni del fenomeno migratorio. Soluzioni frammentate e disomogenee non fanno che amplificare l’emergenza umanitaria, alimentando logiche «scaricabarile» quando va bene, xenofobe e populiste quando va male.

Ora, il problema dell’accoglimento è questione complessa, con tutte le variabili che contiene: clandestinità, identificazione, riconoscimento del diritto di asilo, rimpatri (quelli giusti). Una cosa però è certa: fino a quando l’immigrazione rimarrà affare nazionale, ben poche soluzioni potranno risultare efficaci. Questo per il semplice fatto che ogni Stato tenderà a tutelare i propri interessi, talvolta anche giustamente, puntando il dito sempre contro altri - l’Europa, o gli Stati vicini - pur di assottigliare la propria fetta di responsabilità.

Ci sono volute 3.500 morti nel Mediterraneo nell’anno 2014 e una strage senza precedenti, come quella avvenuta nel Canale di Sicilia tra il 18 e il 19 Aprile, per arrivare oggi ad avere sul tavolo delle istituzioni europee un’Agenda per l’Immigrazione che possa apportare i necessari cambiamenti. Quello presentato dal Commissario agli affari interni e all’immigrazione Dimitris Avramopoulos è un piano che sembra tracciare la giusta direzione. Implementazione delle risorse, redistribuzione dei richiedenti sul territorio europeo e collaborazione in caso di emergenza son dei buoni punti di partenza. Nonostante permanga per alcuni Stati la possibilità di svincolarsi da alcune condizioni (la c.d.clausola di opt-out), l’aver rimesso in discussione Dublino e aver dato una nuova base operativa a Frontex – che godrà di più personale, più risorse e una nuova “sede” appunto, a Catania – sono la testimonianza che le cose si possono cambiare.

Cosa occorre fare, ora? Mutare una volta per tutte l’approccio al tema immigrazione. L’orientamento securitario seguito dall’UE fino ad oggi, di cui Frontex è l’emblema, ha fallito e non fa che peggiorare la situazione senza risolverla. Accettiamo l’esistenza dell’immigrazione nel territorio europeo e cerchiamo di gestirla in modo serio. Occorre dotarsi degli strumenti adatti alla dimensione del fenomeno. Gli Stati si sono rivelati deboli, serve una politica migratoria comune vincolante per tutti gli Stati. Solo una gestione comunitaria dei confini può sviluppare efficaci canali legali per la gestione dei flussi e strutture adeguate all’identificazione e allo smistamento dei profughi. Anche le istituzioni europee si sono accorte che è inevitabile che tutti gli Stati si facciano carico dell’accoglienza dei richiedenti asilo, per fare questo occorre andare oltre le visioni nazionalistiche e soprattutto superare i Regolamenti di Dublino.

Questo cambiamento di prospettiva dovrà far da ponte verso la risoluzione della più grave carenza che l’UE sta soffrendo: l’assenza di una politica estera comune. Questo ibrido di Stati sovrani uniti da Trattati limita le capacità degli europei di decidere del proprio futuro, soprattutto in situazioni di crisi. L’incertezza politica circonda l’Europa – Ucraina, Nord Africa, Medio Oriente – che non è in grado di stabilizzare le criticità e, anzi, viene da queste destabilizzata. È evidente che è necessaria una politica estera unica che superi l’approccio intergovernativo, a favore di un processo deliberativo e democratico basato su decisioni prese a maggioranza.

Ecco quindi che la Giornata Mondiale dei Rifugiati non deve solo aiutare l’Europa a riflettere sulla condizione dei rifugiati, ma anche a ripensare se stessa partendo dalla gestione dei suoi confini. È necessario che i cittadini europei maturino le proprie considerazioni in merito a certe tematiche, respingendo le derive populiste e conservatrici che chi si oppone a quest’Europa, quasi invisibile perché incompiuta, può generare.

Per questo le sezioni locali della Gioventù Federalista Europea (GFE) Sabato 20 Giugno daranno il via ad una serie di iniziative per concretizzare il proprio impegno diretto alla creazione di una base di informazione e consapevolezza dei cittadini per quanto riguarda la questione dell’immigrazione in Europa e la necessità di avere delle istituzioni federali. In prima linea per ricordare che “la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano” (Dichiarazione Schuman, 1950)

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