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Remain or Leave: un dibattito molto poco europeo

, di Francesco Violi

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Siamo ormai al voto e comunque vada la campagna è stata, a detta di moltissimi commentatori, una delle più brutte della storia della democrazia britannica, questo anche prima che l’omicidio Cox sconvolgesse l’ultima settimana di campagna elettorale. Questa tragedia ha spaventato molto l’elettorato moderato e indeciso, talvolta simpatetico verso il Leave, a causa della crescita della violenza, non solo verbale, che i Brexiteers hanno impiegato nei social media come nelle strade.

Martedì 21 al Wembley Stadium si è tenuto il dibattito finale tra Leave e Remain. Da una parte il frontman di Vote Leave Boris Johnson, Andrea Leadsom, ministro per l’Energia e la parlamentare Gisela Stuart, nota per aver creato il gruppo Labour Leave, contro Sadiq Khan, neosindaco di Londra, Nicola Sturgeon, Primo Ministro della Scozia, e Ruth Davidson, leader della branca scozzese del Partito Conservatore. Il confronto è stato un regolamento di conti tra le due campagne e tra tutto è risultata molto forte l’accusa di Ruth Davidson nei confronti della campagna del Leave, di aver mentito su tutto e di aver intossicato la campagna referendaria.

Nonostante il referendum fosse sulla permanenza del Regno unito nell’Unione europea, quest’ultima è stata la grande assente di questo dibattito. Impauriti dal destare polemiche, mistificazioni e accuse di intromissioni, tutti i leader della UE si sono tenuti bene alla larga dal far campagna. Sui media britannici e anche dalla stessa campagna del Remain, Tusk è stato oggetto di scherno quando ha sostenuto che il Brexit poteva portare alla fine dell’Occidente. Persino tra alcuni sostenitori del Remain esiste la convinzione che un eventuale Brexit sarebbe problematico ma sarebbe comunque gestibile nel bene di tutti. In entrambi i casi il dibattito è stato incentrato principalmente sui benefici per la Gran Bretagna, piu’ che sulle conseguenze politiche del Brexit. Britain Stronger in Europe ha evitato accuratamente di parlare di integrazione europea o progetto europeo, per evitare la accuse degli euroscettici di cessione di sovranità ed anzi ha portato avanti un discorso di permanenza nella UE come di un discorso di interesse nazionale e su basi quasi sempre intergovernative. In entrambi i casi, il discorso non è stato impostato sul “us” noi in quanto europei, ma è sempre stato sul “we and them” noi e loro, i Brits e gli Euros. Ciò è indice di quanto negli ultimi quarant’anni il discorso europeo sia stato ostacolato da media e classe politica, e su quanto tutto cio’ che riguardasse il progetto Europeo sia stato stigmatizzato nel Regno Unito, salvo alcune rare eccezioni.

Qualora il 24 giugno i voti espressi dovessero essere in maggioranza per il Leave, si avvierebbe una fase di incertezza come poche prima d’ora. Sebbene i fautori del Leave affermino assertivamente che l’UE dovrà accettare un negoziato favorevole al Regno Unito, ci sono indizi che a Bruxelles gli umori potrebbero essere di tutt’altro tipo. Sebbene la Germania pare non sia interessata ad un atteggiamento troppo punitivo, è pacifico che non sarà nè potrà essere Business as usual, nonostante sia ciò che affermano i Leavers. In una fase di debolezza, la UE non può dimostrare che si può lasciare la UE e che tutto vada avanti come prima. Il Regno dovrà rinunciare a qualcosa, se vuole far parte del mercato unico. Qui emergono le maggiori divisioni nel fronte Brexit. Sebbene i liberalconservatori alla Johnson possano essere favorevoli ad accordi in stile Norvegia o Svizzera, ciò non sembra essere il messaggio che in questi mesi hanno sostenuto i Brexiteers più duri e più isolazionisti. Niente che debba includere la libera circolazione, altrimenti la campagnia dei Leavers diventerebbe una vittoria di Pirro. I Brexiteers sarebbero anzi più favorevoli a un accordo in stile CETA o TTIP, ma ciò non sarebbe comunque una piena adesione al mercato unico. L’unica certezza a Gran Bretagna dei Leave sarà un’incognita.

Tuttavia la campagna ormai conclusa ha avuto un aspetto postitivo: per la prima volta i partiti mainstream britannici, soprattutto il partito Conservatore, hanno dovuto fare muro per spiegare i vantaggi della permanenza nell’Unione, dopo anni di flirt con l’euroscetticismo e per la prima volta i cittadini britannici hanno dovuto informarsi e riflettere dopo anni di disinformazione. La domanda è se la cosa è stata fuori tempo massimo o se può essere l’inizio di un progressivo riavvicinamento tra il Regno Unito e l’Unione europea, nei tempi e nei modi consoni all’elettorato britannico, e di una nuova narrativa positiva dell’integrazione europea, magari poco poetica ma molto pragmatica. In poche parole, molto British.

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Fonte immagine Flickr

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