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Se l’Europa cambia la Grecia

, di Antonio Longo

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Quando si placa il frastuono delle armi e si alza la polvere dello scontro, si può vedere meglio il campo e l’esito della battaglia. Con l’invio a Bruxelles della lettera del governo Tsipras e l’accettazione, da parte dell’Eurogruppo, delle riforme concordate/proposte, si chiude il primo tempo del negoziato sul «programma» di salvataggio della Grecia.

L’elenco delle riforme, poste come condizione per estendere di altri quattro mesi gli aiuti (ex memorandum Troika), è lungo e abbastanza generico. È all’incirca quanto ci si attendeva a Bruxelles e copre tutti aspetti più critici dell’economia e della società greca: lavoro, fisco, corruzione, pubblica amministrazione, banche, emergenze umanitarie. Rispetto al programma elettorale di Syriza l’arretramento è vistoso, per alcuni aspetti (lavoro e fiscalità) quasi imbarazzante.

La riforma del fisco diventa il cardine dell’intero programma, del quale si enunciano gli intenti: seria lotta all’evasione fiscale con il rafforzamento dei concetti di «frode ed evasione», esenzioni fiscali sostituite da misure sociali, IVA rialzata (era stata precedentemente abbassata), nuove misure per «assicurare che tutte le aree della società, specialmente le benestanti, contribuiscano equamente alla spesa” (ma non si parla di imposta patrimoniale). Le riforme in materia di lavoro saranno effettuate in collaborazione con OCSE e ILO. Il salario minimo potrà aumentare, ma a condizione che non ci sia impatto sui conti pubblici e comunque «sarà fatto in consultazione con le Istituzioni europee». La contrattazione collettiva di lavoro dovrà bilanciare flessibilità ed equità. Sarà rivisto il sistema pensionistico (consolidamento dei fondi pensione ed eliminazione degli incentivi ai prepensionamenti). Controllo più incisivo della spesa pubblica (sanità e spending review nei Ministeri che passano da 16 a 10), blocco dei nuovi aumenti salariali nel pubblico impiego (senza però intervenire sui minimi), lotta alla corruzione (e al contrabbando di tabacchi, alcolici e carburanti). Il Fondo ellenico per la stabilità del credito (dotato di € 11 mld e destinato nel programma elettorale a finanziare le misure sociali) non sarà toccato senza il preventivo assenso delle Istituzioni europee. Stabilizzazione e consolidamento del sistema bancario greco, che non potrà prescindere dal sostegno della Bce e del nuovo sistema di risoluzione Ue per le crisi bancarie. Atene s’impegna a non bloccare né a revocare le privatizzazioni completate o quelle per le quali «sono state già avviate le aste», mentre potrà riesaminare «quelle per le quali non sono state invece avviate». Infine sono mantenuti i progetti per le «emergenze umanitarie», purché non a saldo fiscale negativo.

In cambio di questi impegni, il programma sarà esteso con l’erogazione in aprile dell’ultima tranche di aiuti per € 7,2 mld (ex Memorandum della Troika), dopo che sarà stato completato il piano di riforme annunciato. A giugno un nuovo programma dovrà essere rinegoziato, avendo anche ripagato i prestiti vincolanti della Bce, la cui inadempienza porterebbe la Grecia automaticamente fuori dall’euro.

Questo primo tempo si è giocato tra la piattaforma elettorale di Syriza (che puntava a scambiare l’abbandono del programma della Troika e la richiesta di un nuovo prestito-ponte con la permanenza nell’euro) e la volontà dei Paesi creditori (Eurozona) di far rispettare la sostanza degli impegni presi dal precedente governo. La decisione della BCE di non accettare più i titoli di stato ellenici quale garanzia per il finanziamento delle banche greche, ha messo subito in chiaro i termini della questione: le regole vanno rispettate, indipendentemente dal governo in carica, possono essere rimodulati i termini e le condizioni, non gli obiettivi finali. Entro queste linee-guida si è mosso l’Eurogruppo che ha fatto pesare, in più, il fatto che non poteva esserci discriminazione di trattamento tra la Grecia e altri Paesi, quali la Spagna, il Portogallo o l’Irlanda, anch’essi sottoposti al programma della Troika. Ma al di là dei termini del negoziato e dell’accordo, si può intravvedere una partita sottostante, di ben più ampia portata, giocata attorno al tema di «chi cambia che cosa». Tsipras diceva che, attraverso il cambiamento di programma per la Grecia, puntava a cambiare anche l’Europa, facendola uscire dall’austerità. L’Eurozona rispondeva dicendo che era la Grecia a dover cambiare, al proprio interno, per rimanere nella moneta unica.

Il primo tempo della partita non poteva che chiudersi con una ritirata del governo Tsipras, il cui programma radicale di cambiamento godeva certo di un sostegno molto ampio nel Paese, controbilanciato però dal fatto che l’80% dei Greci voleva rimanere nell’euro, accettandone dunque le regole.

Ora inizia un «secondo tempo», contrassegnato dalla sfida sul tema del cambiamento. Una sfida, di lunga durata, che non riguarda solo la Grecia, ma anche altre aree della zona Euro, che hanno problemi sociali, economici e politici non dissimili: in primis, buona parte dell’Italia e della Spagna, ma non solo. In breve, ciò che è in gioco in questa seconda partita è la capacità dell’Europa di uscire dalla crisi attraverso l’acquisizione di un modello socio-economico, condiviso attorno a due questioni-chiave: la gestione della spesa pubblica (l’Europa sociale) e la competitività del sistema (l’Europa economica).

Questi sette anni di crisi dell’Eurozona ha messo in piena luce la divaricazione tra due modelli socio-economici. Quello del centro-nord Europa, basato su una spesa pubblica funzionale a servizi efficienti (rigore finanziario e conti in ordine) e sulla capacità di misurarsi sui mercati internazionali (forte competitività di prodotto), riassumibile nello slogan tedesco “risparmiare ed esportare”. E quello del sud- Europa, basato su una spesa pubblica che eroga servizi poco efficienti e ancora guidata dalla necessità di produrre e riprodurre consenso politico (deficit spending ‘a pioggia’) e sul rilancio della domanda interna trainata dai consumi privati, riassumibile nello slogan italiano «flessibilità e ripresa dei consumi».

Il primo modello consente di mantenere alta la tenuta del welfare state, soprattutto in presenza di un calo demografico tendenziale in Europa: per assicurare pensioni e sostegno a un mercato del lavoro dinamico (flexicurity) occorre avere una spesa pubblica sana ed efficiente e un debito pubblico sostenibile. Ma alla lunga il modello non regge, se la dinamica economica è affidata alla sola capacità di esportare, in quanto questa è troppo legata a dinamiche congiunturali (mercati esterni di assorbimento ad alta crescita, moneta debole, calo del prezzo delle materie prime e altro ancora). La crescita va sostenuta anche da un pieno utilizzo delle potenzialità del mercato interno (europeo), legato allo sviluppo dei beni pubblici europei (infrastrutture materiali e immateriali): è questo un elemento decisivo di tenuta della dinamica economica nel lungo periodo, capace di svolgere una funzione anticiclica.

Il secondo modello è palesemente inadeguato sul fronte della gestione della spesa pubblica, che ha bisogno di essere profondamente ristrutturata per erogare servizi efficienti: è questa – tra l’altro – la vera via per sconfiggere la manomorta rappresentata dal sistema politico-clientelare-mafioso che pesa sul livello storico del debito in diversi Paesi. Ma questo modello è anche inadeguato sul lato della domanda, in quanto il mero rilancio dei consumi privati (i cui effetti sul piano della crescita si disperderebbero comunque sul mercato internazionale) può essere di breve durata, quindi non in grado di alimentare uno sviluppo strutturale; ma, soprattutto, si propone come risposta sbagliata e regressiva perché scatenerebbe la corsa all’accaparramento delle risorse (che sono scarse) sul piano mondiale, innescando tensioni commerciali e politiche tra le grandi aree economiche.

Il caso-Grecia pone dunque all’Europa il problema del modello economico-sociale con cui uscire dalla tenaglia tra spesa pubblica inefficiente e scarsa competitività del sistema economico: due negatività che si scaricano sul livello del debito, mantenendolo su livelli insostenibili. Affrontare la crisi greca (e italiana, spagnola e via di seguito) significa aggredire queste due negatività, che a loro volta hanno determinato storicamente una specifica composizione sociale che tende a riprodurle nel tempo e rende difficile qualsiasi soluzione. Quando, solo per fare un esempio, Varoufakis dice che il debito pubblico greco non può essere ridotto è perché sa benissimo che una quota enorme dell’intera spesa pubblica greca è data dal costo dei soli dipendenti pubblici (circa 1 milione, quasi il 25% del totale degli ‘occupati’, una densità doppia di quella italiana!). Ma questo non è un fatto «naturale», è il risultato di antiche incrostazioni e distorsioni della politica. Che vanno cambiate.

La posta in gioco nella «seconda partita» è allora proprio questa. Se cioè l’Europa sarà capace o meno di cambiare le aree arretrate del continente, sulla base di un modello economico-sociale basato su due positività. Innanzitutto, una spesa pubblica interna improntata al rigore finanziario e all’efficienza dei servizi erogati, cosa che solo un sistema fiscale equo e un livello di legalità e moralità pubblica possono assicurare. In secondo luogo, un livello straordinario di investimenti pubblici europei nelle infrastrutture di base (reti energetiche, trasporti), nella ricerca scientifica e nell’istruzione superiore, nell’ambiente e nella salvaguardia del territorio e del patrimonio culturale, capace di dare all’Europa un alto livello di competitività nel mondo. Quindi non solo capacità di «esportare», ma anche sviluppo di tutte le potenzialità offerte dal proprio mercato interno, finora sotto utilizzato.

Se questo è il problema, è chiaro allora che l’attore che può guidare questo vero «New Deal for Europe» non può che essere la Commissione europea, che dovrà assumere il doppio ruolo di «tutore» del risanamento della Grecia (al posto della Troika) e di motore di uno sviluppo sostenibile per l’intera Europa, a partire da quella che ha già in comune la moneta e che dovrà dotarsi di un bilancio autonomo e adeguato al fine. Sarà questo il banco di prova per la nascita di un reale «governo europeo».

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P.S.

Fonte immagine Wikipedia

Tuoi commenti

  • su 7 marzo 2015 a 15:37, di Francesco Franco In risposta a: Se l’Europa cambia la Grecia

    Concordo in gran parte. La questione vista sotto questo aspetto significa che i federalisti debbano concentrarsi affinché le priorità politiche del piano straordinario degli investimeni siano fissate dal Parlamento Europeo (come reperire queste risorse e farle divenire risorse proprie sarà una questione ulteriore).

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