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Un federalista al Festival di Internazionale

, di Giulio Saputo

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  • Segretario nazionale della Gioventù Federalista Europea

È stato un soleggiato weekend di ottobre quello che ha visto a Ferrara l’VIII Festival di Internazionale. Sembra sia stato un grande successo: ospiti illustri, il 12% di presenze in più rispetto all’anno passato (più di settantamila persone si sono presentate per l’occasione nella ridente cittadina emiliano-romagnola) e una bella programmazione atta a soddisfare ogni appetito culturale.

Tenersi informati è sicuramente importante e l’evento si presentava come un rodato superamento dei tradizionali orizzonti mediatici nazionali, verso molte possibilità di approfondimento delle dinamiche in cui il nostro paese risulta attualmente coinvolto.

Ci sono stati solo alcuni casi in cui il mainstream ha trionfato sulla complessità delle notizie; c’è stato ben poco da fare: tanti eventi, tanto pubblico ed è stato fin troppo facile per un relatore cadere preda del fervore della platea. Ciò è avvenuto in particolare durante l’intervista ipermediatizzata al premier Matteo Renzi, nel corso della quale gli illustri intervistatori non sono riusciti ad evitare la trama semplicistica a cui molti commentatori nostrani ci avevano già abituato da tempo. Ma non ci soffermiamo oltre in giudizi affrettati sul sorprendente tracollo nel nazionalismo metodologico dimostrato da alcuni corrispondenti in Italia di grandi quotidiani europei e torniamo a procedere con ordine.

Non avendo il dono dell’ubiquità, sarebbe assurdo distribuire meriti o critiche per l’intero Festival; ho cercato di seguire le conferenze che sembravano avere come tema centrale l’Europa o, comunque, quelle che presentassero ospiti capaci di suggestionare il sistema di valori di chiunque si sia mai minimamente impegnato politicamente. Vorrei ricordare a tal proposito in modo approfondito solo il paio di eventi dove sono riuscito ad interagire personalmente con gli ospiti, attraverso domande o interviste (più o meno) ufficiali.

La prima conferenza degna di nota è stata quella che doveva ospitare anche la neo designata Lady Pesc, Federica Mogherini, assente a causa delle ricorrenze di Lampedusa, e che comunque ha visto confrontarsi sul palco alcuni ragazzi del Liceo Roiti e del Liceo Ariosto di Ferrara (che hanno preparato un progetto giornalistico), Ewelina Jelenkowska-Lucà, capo del settore Stampa e Media presso la Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Stefano Verrecchia, Capo del Servizio Stampa e Comunicazione del Ministero degli Affari Esteri ed i giornalisti Giampaolo Musumeci e Federico Taddia. Un intervento introduttivo molto interessante è stato quello fatto sulla crisi in Ucraina da parte della Jelenkowska, che si è concentrata su tutte le difficoltà date dai tentativi di costruire una politica estera europea credibile. In particolare, ha ricordato che l’UE lavora solo su competenze conferite dagli stati membri (e da poco tempo) e che solo gli stati nazionali decidono in ultima istanza tramite un consiglio coordinato dall’Alto Rappresentante per la politica estera. Sconsolatamente, concludeva che «è difficile trovare un effettivo denominatore comune». Quando mi sono permesso di chiedere perché non si fa di più e quale fosse la sua posizione sull’Unione politica, la risposta è stata piuttosto pessimista: dopo un riferimento all’immigrazione come esempio per evidenziare la crisi della solidarietà tra gli stati membri (la ricollocazione di qualche migliaio di immigrati che l’Europa è riuscita con molta fatica a far accettare a solo 11 su 28 stati), ha aggiunto che «siamo costretti ad agire solo nei termini del Trattato di Lisbona, che sono ridotti». Gli stati conservano la loro sovranità e persino il Parlamento europeo sembra poter far poco: «sono gli stati che decidono, vedi il comportamento che sta sostenendo la Germania e che ha già sostenuto con il suo veto alla politica energetica comune». In concreto, per ora niente Federazione europea.

Il rappresentante della Farnesina invece, parlando in termini di “realpolitik”, ha richiamato nel corso dei suoi interventi il legame dialettico che corre tra Ucraina e Russia, con la difficile (ma determinante) “mediazione” dell’Unione europea per le forniture di gas. Sulla situazione in Libia pone al centro il protagonismo di una potenza medio-piccola come l’Italia che riesce a ricavarsi degli spazi di azione internazionale, ospitando durante la Presidenza del Consiglio europeo un confronto a Roma (il 27 novembre) tra ministeri degli interni ed esteri europei sugli aiuti da donare e per la ridefinizione delle frontiere. Alle mie domande sul perché l’Italia non tornasse ad avere un ruolo da protagonista in Europa per completarne la costruzione, la risposta di Verrecchia ha soltanto rimandato l’idea al lontano futuro. Egli sostiene che si stanno facendo dei piccoli passi avanti, che è necessario costruire «un’informazione ma soprattutto una formazione dei cittadini europei. Solo attraverso l’educazione la prossima generazione potrà andare avanti verso l’Unione politica». Insomma l’Italia, nel breve periodo, sembrerebbe ancora eccessivamente disimpegnata dalla lotta per l’Europa politica. Probabilmente gli orizzonti di chi ci governa son ancora orientati verso l’attesa del futuro e al rimandare ossessivo dei necessari e coraggiosi cambiamenti della Storia alle generazioni che verranno.

Così, dopo la successiva ed intensa giornata di lavori in cui si sono susseguite conferenze di ampio respiro e di grande spessore politico e culturale sulla tutela dei diritti umani o sulla crisi finanziaria, vorrei concludere riportando integralmente l’interessante discussione avuta con il Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Lucio Battistotti.

Lucio Battistotti, in quanto Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, saprebbe darci qualche delucidazione sul piano da 300 miliardi proposto da Juncker?

Io non conosco i dettagli, occorre vedere cosa intende il Presidente Juncker. All’interno del bilancio pluriannuale (1000 miliardi di euro circa, per 7 anni) ci sono molti fondi di investimento strutturali (350 miliardi di euro) e i fondi di Europa 20-20 (80 miliardi). Poi ci sarebbero i fondi per l’agricoltura, potrebbe trattarsi semplicemente di una riallocazione dei fondi preesistenti. Magari potrebbe anche esserci un impegno dei governi di rilanciare e quindi di aumentare la dotazione del bilancio.

Dunque non si sa ancora questi fondi da dove provengano. Eventualmente c’è la possibilità o la prospettiva per cui la Commissione riesca a dotarsi di risorse proprie (con un eventuale ricavato dalle tasse sulle transazioni finanziarie o sull’uso dei combustibili fossili)?

Se n’è molto parlato ma anche lì, per applicare una tassa ai cittadini europei occorre una decisione dei governi, una decisione del Consiglio all’unanimità. Occorre costruire il consenso. Servirebbe una cessione della sovranità parziale e anche di risorse, come in altri settori.

Parliamo dell’Italia, chiedo a lei visto che non è stato chiesto a Renzi, ma cosa vuol fare il nostro paese per l’Europa? Vuol tornare ad esser la locomotiva dell’integrazione oppure no?

Il processo di costruzione europeo è difficile e si basa molto sul consenso e sul gioco dell’alleanza. Il problema per l’Italia per molti anni è stato negoziare le decisioni prese a Bruxelles perché non ha portato avanti una sua linea in Europa. Penso ci sia un problema generale di fiducia nel futuro, nella prossima legislatura europea si dovrà finalmente rispondere a delle domande come “stare insieme per che cosa?”, “che Europa vogliamo e cosa vogliamo farci?”. Queste sono domande fondamentali per costruire una volontà di agire. Un’Europa forte e consapevole della propria forza può anche tornare ad allargarsi, come per esempio guardando alla Turchia. Dobbiamo capire cosa ci tiene insieme, per poi comprendere le diversità che ci caratterizzano.

Sembra palese che i limiti posti da questa crisi sistemica siano da ritrovare nel fatto che l’Europa abbia una moneta senza alcuna politica economica, si è corso troppo senza costruire l’Unione politica?

Effettivamente quando si è pensato l’Euro, era come “Unione politica e monetaria”. Questo era il progetto di Delors. Poi si è pensato che l’Unione politica sarebbe venuta col tempo, senza considerare le crisi. L’Euro non va male in sé, il problema sono i debiti sovrani e le divergenze fra le economie.

Siamo ancora lontani dal costruire l’Unità politica che servirebbe a governare queste asimmetrie?

Ha perfettamente ragione. Questo lo vedono un po’ tutti, perché sembra si sia affievolita la volontà di costruire un futuro assieme. Quando dicevamo che è venuto a mancare il senso di condivisione di obiettivi e problemi è perché oggi non siamo più capaci di affrontare insieme le sfide. Juncker ha comunque sottolineato che nei prossimi cinque anni non ci saranno allargamenti, perché è fondamentale adesso chiarire dove vogliamo andare e cosa vogliamo diventare. Per essere un mercato unico siamo abbastanza grande, allargarsi senza prospettive è difficile. Occorre consolidarsi, occorre “prima approfondire e poi procedere all’allargamento”.

Per l’appunto, c’è chi dice che si dovrebbe arrivare al più presto allo stato federale, come ricordato anche da Emma Bonino, basterebbe veramente poco per compiere il “salto” verso la federazione.

Emma Bonino è molto federalista, certamente. Anche perché ormai si cerca di non vedere che ci sono moltissime politiche condivise: oggi la stessa politica economica è in gran parte condivisa. Infondo con le audizioni dei commissari che stanno avvenendo si percepisce già che abbiamo una democrazia rappresentativa di seconda istanza con cinquecento milioni di persone. Mancano pochi passi avanti, in realtà.

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Fonte immagine Wikimedia

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