Bisogna cambiare la relazione di potere all’interno del Fondo Monetario Internazionale

Intervista a Lucio Levi

, di Gabriel Sued, Traduzione, rivista da Lucio Levi, di Luca Alfieri e Norma Depalma

Bisogna cambiare la relazione di potere all'interno del Fondo Monetario Internazionale

Allievo di Norberto Bobbio e membro del comitato esecutivo del World Federalist Movement, Levi sostiene che la democrazia è minacciata dalla globalizzazione che erode la sovranità degli stati nazionali. Egli afferma che l’Argentina e il Brasile dovrebbero far pressione prima di tutto all’interno dell’FMI per ricercare un maggior equilibrio.

Il futuro è arrivato velocemente. Con i tempi che corrono la democrazia è fortemente minacciata in Argentina, negli altri paesi della regione e nei paesi democratici del mondo. La minaccia non si materializza, come accadde in America latina negli anni ’70, in golpe militari con il sostegno di gruppi civili o di potenze straniere, ma in qualcosa di molto più incontrollabile e potente; e, prima che questo succeda, dobbiamo agire con decisione, con la costituzione di un governo di dimensione mondiale, con il potere di dare risposte a sfide che sfuggono al controllo degli stati nazionali.

L’autore di questa angosciosa diagnosi non è il regista di una pellicola di fantascienza. È il filosofo italiano Lucio Levi, professore di scienza politica e di politica comparata nell’Università di Torino in Italia, membro del comitato esecutivo del World Federalist Movement tra i principali collaboratori e allievi di Norberto Bobbio e Altiero Spinelli, uno dei padri dell’Unione europea (UE). “La democrazia è minacciata dalla globalizzazione che erode la sovranità degli stati nazionali”, sostiene Levi. “C’è una contraddizione che caratterizza l’era della globalizzazione: tra la globalizzazione dell’economia e della società, e gli stati, che dovrebbero controllare questo processo economico sociale, ma che si mantengono nei limiti nazionali. È un’epoca nella quale tutto si è globalizzato, con la sola eccezione della democrazia”, aggiunge.

Per Levi globalizzare la democrazia significa creare una Federazione mondiale di stati con poteri vincolanti nei confronti degli stati nazionali, secondo il modello dell’Unione Europea. “I cittadini hanno l’impressione che il loro potere decisionale stia emigrando verso centri di potere internazionali che sono fuori dal loro controllo. L’unica via di uscita è creare dei parlamenti internazionali, uno per regione e uno a livello mondiale”, spiega Levi. Portato all’estremo, tale proposito sembra una fantasia futurista: Levi immagina un governo mondiale, con rappresentanti eletti dai cittadini di tutto il mondo.

Il teorico italiano è stato uno dei principali conferenzieri di “Dieci Giorni di Democrazia Globale”, un ciclo organizzato dal World Federalist Movement, che in Argentina è rappresentato dal deputato nazionale Fernando Iglesias, della Coalición Cívica. Levi concorda con le critiche mosse dal governo di Cristina Kirchner al Fondo Monetario Internazionale. “È un organismo con regole ingiuste perché rappresenta i principi del Washington consensus”, afferma. In più raccomanda di rafforzare la strategia: “L’Argentina deve fare pressione con gli altri paesi come Brasile e le altre nazioni emergenti per cambiare la relazione di potere nel FMI”.

Durante i suoi dibattiti nel paese si è reso conto che la globalizzazione può influenzare la democrazia? In che misura le sembra che questo possa accadere ?

La globalizzazione erode la sovranità degli stati, perché la società civile, i mercati, molti attori non statali, come le imprese e le banche multinazionali, le agenzie di rating e altre organizzazioni, come gruppi religiosi, movimenti della società civile e gruppi criminali e terroristici sfuggono al controllo degli stati. Queste organizzazioni mettono in discussione l’essenza stessa degli stati, perché intaccano il monopolio della forza coercitiva che essi detengono, e minacciano la democrazia, perché sono attori privati che non rispondono a nessuna istituzione democratica.

La globalizzazione della democrazia è l’unica risposta per salvare le democrazie nazionali?

Sì. I cittadini hanno l’impressione che il potere di decisione si stia spostando verso centri di potere internazionali, che sono fuori dal loro controllo e che non sono eletti. L’unica via di uscita è creare dei parlamenti internazionali, uno per regione e uno a livello mondiale. Bisogna superare i limiti degli attuali organismi di cooperazione internazionale, la cui debolezza sta nelle procedure di decisione, basate sull’unanimità e sul potere di veto, e sulla mancanza di poteri esecutivi. La risposta nazionale alla globalizzazione giustifica il mantenimento dell’ordine mondiale basato sulla sovranità degli stati e sul dominio delle multinazionali nel mondo economico e degli Stati Uniti e di altre grandi potenze sul piano politico.

Alcune correnti teoriche sostengono che per resistere agli effetti della globalizzazione bisogna rafforzare gli stati nazionali, e dar loro più autonomia rispetto agli organismi internazionali.

È una posizione destinata alla sconfitta, perché gli stati non controllano le forze scatenate dalla globalizzazione. È una vecchia storia. I processi di estensione delle comunità politiche iniziarono agli albori della storia dell’umanità: in principio il gruppo umano elementare era la tribù, poi la città-stato, poi lo stato-nazione e ora siamo nell’era degli stati-regione, come India, Cina, Stati Uniti, Russia e Unione Europea.

Come immagina un cammino verso il governo mondiale?

L’Unione europea è un modello da seguire. È un processo di trasformazione di quello che all’inizio era un’organizzazione internazionale. Ora ha un parlamento, una commissione esecutiva, una corte di giustizia. Queste istituzioni si sono sviluppate con il trascorrere degli anni, in accordo con il modello degli stati democratici e con il modello repubblicano di divisione dei poteri. Il primo corpo dell’Unione Europea che si è trasformato in un organismo sovranazionale è stata la Corte di giustizia. Dal 1964, si è affermato il principio di superiorità della legislazione europea rispetto a quelle nazionali. In seguito si è sviluppato il Parlamento europeo, inizialmente con rappresentanti dei parlamenti nazionali, poi con deputati eletti democraticamente e ora abbiamo un corpo bicamerale che legifera, formato dal Parlamento europeo, che rappresenta i cittadini, e dal Consiglio dei ministri, che rappresenta gli stati. È in corso il processo di costruzione di uno stato sovranazionale: abbiamo la Banca Centrale, una moneta comune, una cittadinanza, una bandiera, un passaporto…

Tuttavia nella crisi finanziaria dell’anno scorso si è notato che gli stati nazionali, come la Germania, continuino a svolgere un ruolo fondamentale nell’UE.

Uno dei problemi è che nel processo decisionale, in alcuni settori cruciali sopravvive la regola dell’unanimità e il potere di veto. Per esempio, la capacità di intervento dell’Unione europea è limitata al coordinamento delle politiche economiche, e ciò le impedisce di intervenire e di regolare in modo efficace il mercato europeo. In ogni caso, essa resta un modello per le altre regioni e per il mondo. La speculazione aveva l’obiettivo di fare cadere l’euro, perché era la barriera più importante elevata contro l’instabilità monetaria, la speculazione e il predomino degli interessi privati.

Si immagina un parlamento internazionale eletto direttamente dai cittadini del mondo?

Sì. É chiaro che tuttavia non è il momento per questo, perché ci sono grandi paesi, come la Cina, che non riconoscono la democrazia. Se non riconoscono il diritto di voto ai loro cittadini a livello nazionale, non lo riconosceranno a livello internazionale. Una delle idee che promuoviamo e che possiamo cominciare a costruire un’Assemblea parlamentare mondiale tra gli stati democratici. Per la prima volta nella storia c’è una maggioranza di democrazie nel mondo, 119 paesi su 192.

Come si può superare la distanza tra i governanti e i cittadini in un governo mondiale? Che legittimità avrebbe un governo di questo tipo?

La democrazia mondiale deve svilupparsi su diversi livelli di governo. Dobbiamo pensare ad almeno sei livelli di partecipazione democratica. Le comunità locali, la comunità che per esempio in Argentina è rappresentata dalle province, le regioni, le nazioni, le grandi regioni del mondo e il mondo. Ogni livello deve avere i propri poteri repubblicani, come una qualsiasi federazione.

A suo avviso quali sono i principali risultati conseguiti e le principali resistenze in questo processo?

Le resistenze provengono principalmente dagli stati nazionali, che non vogliono rinunciare alla loro sovranità. Non lo fanno mai spontaneamente. Per questo è necessario che il movimento federalista faccia pressione sui governi con campagne di mobilitazione della società civile. A livello mondiale la Corte Penale Internazionale è il primo importante risultato favorevole conseguito. Questo mostra l’importanza di un movimento dal basso, perché nella Conferenza di Roma, in cui si costituì la Corte Penale Internazionale, le ONG parteciparono attivamente e influirono sulle decisioni.

Come giudica il ruolo degli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti sono tradizionalmente un potere molto forte che resiste a questi sviluppi. Il periodo più drammatico della loro opposizione all’ONU fu durante l’era di Bush. Egli delegittimò le Nazioni Unite con l’attacco all’Iraq, contro il parere del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ora, nell’era di Obama, il mondo sta evolvendo in una direzione multilaterale. Obama ha riconosciuto che gli Stati Uniti non possono tenere l’egemonia mondiale, ma devono cooperare con gli altri paesi. Per ora non si è pronunciato sulla riforma delle Nazioni Unite e si spera possa cambiare anche la sua politica rispetto alla Corte penale internazionale.

Alcuni teorici sostengono che le ONG potrebbero diventare una sorta di partiti politici mondiali.

Se avessimo una federazione mondiale e riformassimo le Nazioni Unite in senso democratico avremmo un parlamento, delle elezioni e dei partiti politici mondiali. Invece oggi i partiti politici sono prigionieri degli stati nazionali. Qual è il significato delle ONG in un’epoca in cui non abbiamo tutto questo? È difficile sapere cosa rappresentano, e quanta gente rappresentano. Questo dimostra la necessità dei partiti e delle elezioni. Però oggi le ONG sono molto importanti, perché sono gli unici intermediari tra i cittadini e le istituzioni internazionali.

Come immagina il potere esecutivo del mondo?

Già ci sono alcune istituzioni che possiamo definire come settori di un governo ombra del mondo. Il Segretariato Generale delle Nazioni Unite può diventare in futuro il capo di un governo mondiale. Un’organizzazione delle Nazioni Unite come la OIL può essere il ministero del lavoro, l’UNESCO il ministero dell’educazione e della cultura; la OMS quello della sanità e così via. Il problema è coordinarle e sottoporle al controllo di un Parlamento mondiale.

E come si eleggerebbe il presidente del mondo?

Può essere un corpo collegiale, formato dai capi di stato o di governo e che, come nell’Unione europea, designa il Presidente della Commissione esecutiva.

Il crescente progresso dell’integrazione nell’America Latina, non le pare che stia spingendo verso stati nazionali forti e non deboli?

È importante che gli stati nazionali sopravvivano, perché quando collassa uno stato nazionale si hanno guerre civili. Il processo federalista non propone di distruggere gli stati, ma di mantenerli; piuttosto propone di creare altri livelli di governo laddove i governi nazionali non siano capaci di risolvere i problemi. La nostra idea è che bisogna trasferire il potere dagli stati alle comunità più piccole e più grandi degli stati. Credo che nella regione il processo sia cominciato di recente, però, nelle caratteristiche fondamentali è simile a ciò che è successo in Europa. È iniziato con l’integrazione economica. L’America latina ugualmente deve fare fronte alla sfida di una moneta comune e di organismi democratici sovranazionali. Prima o poi penso che questa sarà l’evoluzione e che si estenderà al resto della regione.

Condivide le critiche del governo argentino nei confronti del FMI?

Certo. Il FMI è un’istituzione che ha poteri di controllo sugli stati nazionali. Si basa su alcune regole ingiuste, perché rappresenta i principi del Washington Consensus, che esprime la subordinazione di questo organismo al mondo finanziario privato degli Stati Uniti. Nel FMI è in corso un negoziato per ridistribuire il potere tra le grandi potenze e i paesi emergenti, i quali oggi hanno molto poco potere decisionale. L’Argentina deve far pressione con il Brasile e gli altri paesi emergenti per cambiare le relazioni di potere nel FMI. È la condizione per adeguare l’architettura del FMI ai principi della giustizia internazionale.

Nello stesso senso si devono riformare le Nazioni Unite?

Sicuramente. Il problema è lo stesso che si pone nel Consiglio di sicurezza, dove cinque paesi hanno il potere di veto e un seggio permanente per decidere i destini del mondo. Ma il mondo non è più quello che era nel 1945. I grandi e vecchi poteri sono in declino. Gli Stati Uniti sono un potere in declino, l’Unione Sovietica non esiste più. È necessaria una riforma del Consiglio di sicurezza. Bisognerebbe trasformarlo in un Consiglio delle grandi regioni del mondo: l’Unione Europea, l’Unione Africana, il Sudamerica, l’America del nord, la Russia e i suoi stati federati… Un seggio per ogni regione. È l’unica soluzione democratica.


Sull’autore

Con i suoi 72 anni, Lucio Levi sembra aver compreso che non è necessario alzare il tono della voce per esprimere idee forti. Inoltre, dà la sensazione di aver scoperto che ogni messaggio può giungere più lontano se accompagnato da un sorriso.

Adottando questo atteggiamento, avverte che la democrazia è a rischio e, senza contraddirsi, critica i grandi poteri globali: gli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale, i centri privati della speculazione finanziaria. Il filosofo italiano rincara la dose con Enfoques con il tono di un nonno affabile e saggio, abituato a lottare con la perplessità e lo scetticismo che generano nei suoi interlocutori temi che sembrano essere parte di un’altra realtà e di un altro tempo.

Con pazienza, a coloro che sanno che i suoi obiettivi sono molto ambiziosi, risponde e offre dettagli sulla causa che ha segnato la sua vita: il federalismo, inteso come il superamento delle barriere nazionali e come la soluzione più efficace per raggiungere la pace perpetua, immaginata da Immanuel Kant.

Con la premura di coloro che pensano che non ci sia tempo da perdere, chiede di divulgare velocemente l’intervista, realizzata nella sede del Consorzio Interuniversitario Italiano per l’Argentina, anche se in un salone adiacente si sta celebrando con bevande e canapés la chiusura del ciclo di conferenze che lo ha visto tra gli invitati principali in Argentina.

Levi sa che è più che probabile che non potrà vedere con i suoi occhi gli obiettivi per i quali combatte ogni giorno. Però sembra essere un soldato orgoglioso di una guerra destinata a durare secoli.

L’intervista, in lingua spagnola, è stata pubblicata da «La Nacion», quotidiano argentino.

Immagine: logo del World Federalist Movement

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