Domande inevase e scomode certezze

Dubbi e certezze dei cittadini europei.

, di Michele Ballerin

Domande inevase e scomode certezze

Domande inevase.

Lo smarrimento dell’opinione pubblica europea di fronte alle ultime vicende è palpabile. Ormai ne siamo certi: il cittadino comune ha perso il filo e non si raccapezza più. Nel corso di pochi mesi ha visto succedersi politiche uguali e contrarie, dichiarazioni clamorose subito smentite dai fatti, altre dichiarazioni e altre smentite, in un crescendo vertiginoso che ha finito per polverizzare in lui ogni residua certezza. Ha assistito a troppi eventi incomprensibili, e da troppo tempo va ponendosi domande a cui nessuno si preoccupa di rispondere.

Nel giugno del 2008, quando ancora si pensava che la crisi degli anni Settanta fosse la peggiore del dopoguerra, i cittadini irlandesi respinsero con un referendum il Trattato di Lisbona e affermarono così, con commovente fierezza, la propria intangibile sovranità nazionale; ritenevano evidentemente di poter fare a meno dell’Unione Europea, forti di un boom economico di cui – dobbiamo pensare – avevano scordato i presupposti. Non mancò naturalmente chi si premurò di alimentare questo orgoglio, fra i partiti e non solo. Il tutto mantenendosi fedeli alla tradizione: con un altro referendum avevano infatti bocciato, nel 2001, il Trattato di Nizza. Il Consiglio europeo fece pressione sul governo irlandese perché indicesse un secondo referendum e il governo cedette, ottenendo questa volta un esito favorevole. Due tesi si erano drammaticamente contrapposte: da un lato l’idea che la sovranità economica degli stati membri dell’Unione fosse intoccabile e che ogni stato potesse fare parte per se stesso, dall’altro l’idea che il grado di interdipendenza raggiunto dai sistemi economici nazionali fosse ormai tale da rendere inevitabile una cooperazione sempre più stretta.

Nel 2009 l’economia occidentale implose su se stessa, e l’anno successivo fu la volta della Grecia, intorno al cui malandato vascello si scatenò una tempesta finanziaria di proporzioni inedite, che fece temere seriamente per la tenuta dell’euro. Il Consiglio europeo si spaccò fra chi riteneva che si dovesse correre in aiuto dei colleghi greci e chi, Germania in testa, si oppose risolutamente: sembrava infatti inammissibile che gli onesti contribuenti tedeschi pagassero per l’ennesima dimostrazione dell’intemperanza mediterranea. La risolutezza tedesca non mancò di impressionare gli osservatori. Sembrava ferrea, ma non lo era: i giorni che seguirono ne videro infatti il rapido disgregarsi. La Germania acconsentì al salvataggio. Al tempo stesso il governatore della Banca Centrale Europea, che fino ad allora aveva difeso strenuamente il ruolo antiinflazionista della Banca, operò nel corso di un unico pomeriggio una riconversione di 180 gradi e si accinse ad acquistare titoli del debito greco. Il cittadino europeo, che aveva appena finito di convincersi della necessità di tenere ben distinti gli interessi di uno stato membro da quelli degli altri – pena un gravissimo azzardo morale –, vide improvvisamente questi interessi confondersi fino a divenire un’unica incomprensibile matassa. Contemporaneamente perse ogni certezza circa il ruolo della BCE e fu costretto a domandarsi che fine avesse fatto l’azzardo morale ora che si era fornito alla Grecia il necessario supporto: ma la stampa di orientamento liberista si dimenticò di rispondergli. Concluso l’accordo, la Germania rialzò il capo, e con la stessa severità che aveva preceduto la sua resa assoluta dettò le proprie condizioni: la Grecia aveva ora i soldi che le servivano, ma non credesse di averla fatta franca; doveva dimostrare di meritarseli applicando in casa propria lo stesso rigore finanziario che i governi tedeschi avevano sempre adottato: d’ora in avanti... e così via.

Alcuni giorni fa lo stesso problema ha coinvolto il debito irlandese. Lo spettacolo più strano di tutti attendeva il povero, confuso cittadino europeo, che non si era ancora riavuto dallo stupore: il premier irlandese ha fieramente rifiutato ogni soccorso. A quanto pare la vecchia tesi dell’autonomia nazionale era ancora in piedi. Ma questo non era niente: una delegazione composta da rappresentanti dell’Unione Europa, della BCE e del Fondo Monetario Internazionale si è precipitata dal premier irlandese con una valigetta contenente 90 miliardi di euro, pregandolo di accettarla. Ancora una volta l’orgoglio irlandese si è dissolto come la rugiada del mattino, e la valigetta ha cambiato mano. E l’orgoglio tedesco? Stessa fine. Siamo stati informati che le banche tedesche sono esposte verso il debito irlandese per 100 miliardi di euro, miliardo più miliardo meno. La Germania che fino a poco fa tuonava di “paesi che devono poter fallire” acconsente senza battere ciglio al prestito, salvo specificare che non sarà senza conseguenze – ma a questo punto la sua voce si è ridotta a un pigolio e nessuno se ne accorge, nella confusione generale. A restare in piedi sono le domande del cittadino europeo, il quale non aveva mai visto un creditore pregare un debitore insolvente di accettare una cifra strepitosa. Del resto Keynes lo aveva detto: se mi devi 100 euro hai un problema, se me ne devi 100.000 il problema ce l’ho io.

Del resto Keynes lo aveva detto: se mi devi 100 euro hai un problema, se me ne devi 100.000 il problema ce l’ho io

Scomode certezze.

A fronte di tanti dubbi e interrogativi senza risposta abbiamo, per contro, un discreto numero di certezze: solo che sono certezze sgradevoli. Siamo ragionevolmente sicuri, ad esempio, che gli interventi dell’Unione e lo stesso fondo di salvataggio (permanente o meno che sia) non hanno la minima probabilità di impedire il ripresentarsi a breve della crisi debitoria. I prestiti concessi a Grecia e Irlanda hanno infatti la loro controparte nell’imposizione di politiche restrittive basate su tagli massicci alla spesa pubblica: questo significa che nei paesi in cui la capacità di crescita è più debole i governi si apprestano a ridurre i servizi e gli stipendi e alzare le tasse, esattamente come succede in Italia. La conseguenza diretta di questa politica sarà di abbattere i consumi, gli investimenti e il gettito fiscale: seguirà una riduzione del PIL e, specularmente, un aumento dei rispettivi debiti pubblici. Appena i debiti saliranno, i governi troveranno più difficile collocare sui mercati i propri titoli di debito e si vedranno costretti ad aumentare gli interessi. Ciò suonerà sui mercati come un campanello d’allarme: gli investitori spaventati sentiranno il bisogno di assicurare i propri investimenti, il che indurrà a farlo via via i più prudenti, obbligherà i governi ad aumentare in proporzione gli interessi e renderà loro sempre più difficile pagarli. A questo punto il panico sarà già completo e la bancarotta degli stati, ancora una volta, imminente. Si può stimare che tutto questo richiederà al più qualche mese, mentre lo stesso può succedere, da un momento all’altro, al Portogallo e alla Spagna.

È altrettanto facile prevedere le reazioni degli attori coinvolti: i governi in default agiteranno fino all’ultimo il vessillo della loro indipendenza economica, prima di piegarsi all’inevitabile soccorso; il governo tedesco e il presidente della BCE ammoniranno severamente gli stati debitori a non aspettarsi il minimo aiuto e a stringere, piuttosto, la cinghia, prima di unirsi alla delegazione incaricata di portar loro i soldi e la supplica di accettarli; infine, il governo tedesco reclamerà misure ancora più restrittive e politiche sempre più austere per gli stati cicala. Gli investimenti continueranno a calare, i debiti continueranno a salire.

Una sola domanda.

Abbiamo lasciato il nostro cittadino sommerso da un’alluvione di domande senza risposta. Una sola però, fra tante, non si è forse ancora posto. La giriamo volentieri al lettore: che cosa obbliga ad un’unione economica e politica sempre più stretta governi che, con ogni evidenza, non hanno il minimo desiderio di unirsi? O anche: quale potere perverso, implacabile piega sistematicamente la volontà delle nazioni e le costringe a cedere porzioni sempre più consistenti di sovranità all’Unione? L’unità dell’Europa serve o non serve gli interessi nazionali? La vogliamo oppure no? Rispondere, una volta per sempre, a questa domanda non ci porterebbe la soluzione immediata di tutti i nostri problemi, ma forse un po’ di chiarezza (per cominciare) sì.

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