Europa, regole e finanza

Lo Spazio della Politica incontra Sylvie Goulard

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Europa, regole e finanza

Vi proponiamo oggi un’intervista realizzata a Bruxelles dal nostro team europeo con Sylvie Goulard, eurodeputata francese (Modem/ALDE) incaricata del pacchetto sulla supervisione finanziaria in Europa. Con lei abbiamo discusso non solo dell’uscita dalla crisi ma anche di equilibri geopolitici e di strategie europee. Ci sono diverse issues at stake – cantieri di lavoro: governance economica, supervisione finanziaria, hedge funds, bonus bancari, tassa europea sulle transazioni finanziarie. Insomma, tantissime cose sul fuoco. Buona lettura.

LSDP) Cos’ha cambiato la crisi in termini di equilibri geopolitici europei? SG) Sfortunatamente non ha cambiato molto. Io ho percepito il gioco del Consiglio nel ritardare il dossier della supervisione finanziaria come la negazione della necessità di cambiar il ritmo dell’integrazione europea. Questa è per me una grande preoccupazione. L’abbiamo visto in questi negoziati, dove la Commissione ha fatto il suo lavoro chiedendo a Jacques de Larosière e a un gruppo di esperti come poter migliorare la supervisione in Europa. Questo lavoro molto interessante, ha dato alla luce il rapporto de Larosière dal quale ci siamo ispirati. È stato la base della proposta della Commissione nel 2009 e poi il Consiglio ha cercato di fare di tutto per distruggere questo progetto.

LSDP) Quali sono gli Stati membri più coinvolti in questa dinamica negativa? SG) È difficile dirlo. C’è sempre il Regno Unito, questo è chiaro, che ha basato la sua industria finanziaria su regole deboli e sulla liberalizzazione, avendo molto successo ma anche evidenziando gravi problemi: è il paese in cui molte banche sono state nazionalizzate. Questo Stato, e non é una novità, é molto “riservato” – per essere gentile e diplomatica – ma dietro il Regno Unito ritroviamo un numero considerevole di paesi che cercano di nascondere i loro interessi nazionali contradditori. Questo non é adatto alla gravità della crisi finanziaria. Se decidiamo, insieme, di avere una supervisione finanziaria, dobbiamo fare di tutto per avere a livello europeo una macchina che lavora in modo corretto. Non significa portare tutto a livello europeo. Abbiamo bisogno di una rete di autorità nazionali; per molte piccole banche o operatori di mercato non è necessario fare riferimento al livello europeo, ma per questa missione specifica dobbiamo piuttosto costruire qualcosa invece di pensare solo a distruggere.

LSDP) Qual è stato il suo ruolo di parlamentare nella nascita del pacchetto sulla supervisione finanziaria? SG) È importante sottolineare che qui si lavora come una squadra. Il deputato che fa tutto da solo è una grande bugia. Io stessa sono solo una delle relatrici del pacchetto che riunisce sei testi. Abbiamo dei relatori dai quattro gruppi politici più importanti, sui quattro testi più importanti. Dunque PPE (Berlusconi in Italia e Sarkozy in Francia), Socialisti e Democratici, Verdi e Liberali – ALDE, il mio gruppo. Abbiamo cercato di gestire il tutto insieme perché in realtà non esiste una divisione tra destra e sinistra. La battaglia del Parlamento europeo è quella di portare più Europa rispetto agli stati membri che non desiderano dotarsi di un sistema di supervisione a livello europeo. Ci sono differenze e non sarebbe bello per la democrazia negarlo, ma abbiamo portato avanti un progetto collettivo insieme e, come ho già detto, l’obiettivo era di mantenere il livello di ambizione della Commissione e del rapporto de Larosière contro – secondo la formula usata da Tommaso Padoa Schioppa – il “cartello dei nazionalismi”.

LSDP) Se dovesse spiegare a un comune cittadino europeo in cosa consiste questo nuovo sistema di supervisione finanziaria, come lo farebbe? SG) Non è molto complicato. C’è l’idea di creare una nuova istituzione: il Comitato europeo sul rischio sistemico (CERS) con l’obiettivo, come si fa in un bosco, di arginare il fuoco in caso di pericolo o di prevenirlo. Dei vigili che osservino lo stato dell’economia in Europa tra i paesi membri e che tengano conto, ad esempio, dei legami con gli Stati Uniti e la Cina. Questa missione spetterebbe alla Banca Centrale. Il Presidente del Comitato sarebbe infatti, secondo la proposta del Parlamento, il Presidente della Banca Centrale Europea. Questo è un punto chiave, già presente nel rapporto de Larosière. Al fine di spiegare e dare maggiore visibilità, é importante informare chiaramente i cittadini sulla persona incaricata di questo compito: il Presidente del Comitato europeo sul rischio sistemico sarà la persona che dovrà chiamare la Cancelleria di Angela Merkel o il gabinetto di Nicolas Sarkozy. Ci vuole un’autorità di peso per far ammettere che ci sia un rischio. Quest’ammissione è una decisione politica rilevante. Il CESR curerà allora il livello macroeconomico; in seguito, sono previste tre autorità incaricate del controllo delle banche, delle assicurazioni e dei mercati per fare un lavoro microeconomico a livello delle imprese e operare una supervisione quotidiana. L’architettura non è molto complicata. Abbiamo un mercato unico dei servizi finanziari senza dei controlli a livello europeo: ognuno ora fa il proprio lavoro a casa propria ma senza un luogo in cui si tenti di armonizzare le pratiche anche a livello tecnico. Benché non sia possibile eliminare completamente il rischio, la volontà è di fare tutto il possibile per limitare le conseguenze di un’altra crisi nel futuro.

LSDP) Il sistema sembra ben costruito, con un’architettura semplice. Come mai il Consiglio vi si oppone sistematicamente? SG) Perché rimaniamo sempre intrappolati nella dinamica giochi nazionali vs livello europeo. Ognuno preferisce stare nel proprio paese con le proprie abitudini. Le difficoltà maggiori risiedono nel far lavorare assieme supervisori nazionali e banche centrali ed essere sicuri che si andrà nella stessa direzione.

LSDP) Il Consiglio sembra scagliarsi contro la clausola di salvaguardia o i poteri diretti attribuiti a queste autorità europee… SG) Si’, la clausola di salvaguardia è una cosa incredibilmente simbolica. Abbiamo una crisi internazionale e un ruolo da giocare nel futuro nella supervisione a livello mondiale. Che cosa fanno gli Europei? Cercano di proteggersi contro Bruxelles, come se Bruxelles fosse il nemico, e non vedono la concorrenza a livello mondiale. Bisogna rafforzare una visione europea comune e non fare di tutto per impedire l’azione delle autorità che cerchiamo di creare. Oggi in Europa facciamo un passo in avanti verso una maggiore integrazione e due indietro perché abbiamo paura di noi stessi e paura di guardare il futuro con un po’ di lucidità. Gli Stati Uniti hanno adottato una legge a proposito e oggi si dice che gli americani sono più avanzati di noi. Gli americani hanno uno stato federale e nessuno nel Connecticut cerca di bloccare tutta la supervisione finanziaria americana. Dunque, sono preoccupata quando i politici nazionali iniziano i loro discorsi affermando di non volere un superstato o strutture troppo forti per poi, in un secondo momento, paragonare l’Europa agli Stati Uniti. Gli USA hanno uno stato molto forte che in caso di crisi ha una capacità di reazione che io ammiro profondamente.

LSDP) Riguardo al Bill americano ci sono stati punti positivi e altrettante critiche: doveva essere il pacchetto di supervisione finanziaria più importante votato dopo gli anni trenta. Qual è il suo giudizio in merito? Quali sono le cose su cui l’Europa è più avanzata e quelle in cui gli USA hanno qualcosa da insegnarci? SG) Non ho studiato nel dettaglio il Bill americano e preferisco quindi non giudicare. Premesso questo, gli americani hanno fatto la scelta di mettere tutto o quasi nello stesso testo. In Europa era possibile, ma la scelta è stata diversa e abbiamo cosi’ optato per delle “fette di legislazione”. Prima di giudicare, vediamo dove arriveremo. Nel frattempo bisogna dire che, se il Consiglio non avesse fatto un lavoro sistematico di distruzione, il pacchetto di supervisione finanziaria sarebbe già stato approvato dal Parlamento europeo. Abbiamo perso mesi e mesi perché il Consiglio ha deciso, lo scorso dicembre, di diluire il contenuto della proposta e di prendere una decisione all’unanimità dove, visto la competenza comunitaria nel campo del mercato unico, si poteva tranquillamente decidere a maggioranza qualificata. Perché ratificare il Trattato di Lisbona con il fine di votare più spesso alla maggioranza se poi il giorno in cui si può usarla si ha paura di farlo? È importante avere tutti i paesi membri on board ma, se troviamo un ostacolo, usiamo il voto e la democrazia. Nessuno prenderebbe decisioni in un comune o in una regione all’unanimità. A livello europeo questo è considerato giusto, nei fatti non lo é. Dobbiamo imparare ad utilizzare le possibilità giuridiche previste dal Trattato, firmato e ratificato dagli stessi stati membri. Per tornare all’argomento federalista, io non sono pessimista : siamo in tempi di grandi cambiamenti; non nego la caparbia che persiste nel difendere gli interessi nazionali, ma nella storia i Parlamenti hanno sempre conquistato il potere poco a poco. Sono convinta che stiamo vivendo un grande cambiamento ma non ce ne accorgiamo perché nessuna generazione possiede una capacità di introspezione ‘contemporanea’.

LSDP) Quindi la strategia del Parlamento è impossessarsi della perizia tecnica per andare verso il potere politico? SG) Sì, anche se non dobbiamo compier l’errore di considerare che la politica a livello europeo sarà organizzata con le stesse regole del livello nazionale: esiste la diversità culturale, c’è la mancanza di una stampa comune o piuttosto l’esistenza di una stampa comune in inglese che dice il contrario di quello che si vuole fare. Siamo come degli americani durante la guerra fredda che parlano russo. Ma siamo in movimento. Ho l’impressione ad esempio che la politica agricola comune con la co-decisione prenderà un taglio completamente diverso dal passato. La stessa cosa succederà per i fondi strutturali, il budget, tutti dossier che passano in co-decisione. L’abbiamo già visto per l’accordo SWIFT con l’enfasi del Parlamento per portare un po’ più di rispetto per le regole europee: nessuno in Parlamento ha negato la necessità di un accordo con gli Stati uniti per lo scambio di dati sul terrorismo, ma non è una ragione per non rispettare le regole stabilite. Il primo progetto del Consiglio era totalmente incompatibile con le nostre regole: come chiedere al Parlamento di votare contro le leggi che esso stesso ha fatto? Inoltre credo che saremmo più rispettati se gli Americani capissero che in Europa ci sono degli interlocutori forti.

LSDP) Parliamo dell’Europa sulla scena internazionale. La Francia prenderà presto la presidenza del G8 e del G20: come pensa che un tale Stato porterà la voce dell’Europa nelle istanze internazionali? SG) Sono preoccupata dalla moltiplicazione di questi vertici G8 – G20. In Europa, dove esiste un Parlamento eletto a suffragio universale, riaffiora costantemente la critica del deficit democratico. Nel caso di queste ‘riunioni internazionali’ assistiamo a degli incontri che non sono per niente democratici. Innanzitutto non sono legittimi: perché questi e non altri paesi? Nella politica non basta il criterio economico. Quasi tutta l’Africa rimane esclusa: gran parte dell’umanità non è rappresentata nei dibattiti internazionali di alto livello. Seconda domanda: perché discutiamo con paesi che non sono democratici? Nella crisi, questo è incontrovertibile, il G20 ha giocato un ruolo molto utile ed è stato un esempio. Detto questo, il G20 non costituisce una nuova tappa nella governance internazionale perché non vi si prendono decisioni che poi trovano riscontro pratico. La gente che non è convinta, può leggere le Memorie di Jean Monnet. Monnet era il Segretario Generale della Società delle Nazioni: ha inventato il metodo comunitario europeo partendo dal fallimento totale della SDN, dove ognuno portava la sua bandiera e i suoi interessi nazionali, nell’assenza di un vero interesse comune. Come abbiamo già visto a Toronto, quando la crisi è meno dura e il fuoco comincia ad essere domato, la motivazione del G20 si spegne. Il punto principale non sono i francesi. Sarkozy ne farà un avvenimento mondiale perché lui è molto portato all’internazionale durante le sue presidenze; l’abbiamo già verificato con la presidenza francese dell’UE nel 2008; questo resta pero’ un atteggiamento opportunista. Può darsi che avremo dei risultati e spero che ci saranno, ma in misura insufficiente. Dopo la seconda guerra mondiale quando l’ONU è stata inventata e cosi’ gli accordi di Bretton Woods, un’intera generazione cercava di costruire istituzioni più solide e durature. Il G20 è uno show: l’abbiamo già visto a Genova qualche anno fa. L’organizzazione dell’evento crea un luogo immateriale con il quale la popolazione non ha contatto. Questa gente arriva, fa il suo show e se ne va. L’abbiamo visto all’Aquila recentemente. Non voglio dire che non sia utile discutere, ma dobbiamo compiere passi in avanti più veloci verso una governance mondiale di qualità con una certa dose di democrazia: questo con il G20 non l’abbiamo.

LSDP) Pare che in Europa ci sia un nuovo sistema di peer review, cioè di Stati Membri che si confrontano tra di loro e imparano gli uni dagli altri. Questo è il metodo di coordinamento aperto che si usa per gli affari sociali europei. È un nuovo punto di partenza intergovernativo verso una governance economica e finanziaria o è una ‘trovata europea’ per far parlare gli Stati Membri tra loro? SG) Devo dire che il metodo aperto di coordinamento non mi ha per niente impressionata. Sono passati 10 anni dalla nascita della cosiddetta Strategia di Lisbona ed è successo poco. Ribadisco: è utile stabilire dei contatti tra amministrazioni nazionali, ma questo metodo non è adeguato alla gravità della situazione. La Grecia ha avuto dei seri problemi all’interno della zona euro perché non ha fatto riforme strutturali, non ha avuto un incentivo per andare verso l’Europa in modo concreto. Da questo punto di vista c’è qualche proposta della Commissione per una cooperazione migliore innanzitutto nell’Eurozona e poi anche tra i 27 stati membri. Se ritorniamo ai trattai, tutto si trova già in Maastricht : nel 1992 abbiamo scritto che in futuro la politica economica sarebbe stata una responsabilità comune. Senza recitare un federalismo stupido, la parte monetaria è stata organizzata in modo federale con una banca centrale identificabile per i cittadini e gli interlocutori internazionali, con poteri limitati ma ben definiti. Dove c’è la definizione c’è il potere. Il lato economico è stato lasciato al coordinamento e non abbiamo avuto riforme strutturali né un controllo o la mutua sorveglianza. Era previsto. Quando lavorai con Romano Prodi alla Commissione Europea nel 2003 ci fu un attacco della Francia e della Germania al Patto di Stabilità perché non volevano essere giudicati come i peggior studenti della classe. Se non rispettiamo le regole in Europa, l’Europa non esiste. L’Europa è una costruzione giuridica. Abbiamo deciso di rinunciare alla violenza dunque ci vogliono regole comuni. Ogni stato membro, ogni persona, ogni impresa che non rispetti il diritto sta distruggendo l’Europa.

LSDP) Qual è il nuovo passo verso une governance economica? Si passa dal controllo dei bilanci e delle manovre finanziarie? SG) Entrambi sono necessari. Da un lato dobbiamo compiere una sorveglianza più stretta ed efficace sugli attori finanziari. Abbiamo bisogno di questi attori: significano posti di lavoro e sono uno dei settori più dinamici d’Europa. Santander, Unicredit, BNP, Deutsche Bank sono attori di livello mondiale, ma proprio per questo dobbiamo assicurarci che il loro lavoro non distrugga l’economia reale ma piuttosto partecipi ad una dinamica utile per finanziare i progetti delle imprese. Poi viene la necessità di coordinarsi maggiormente sui conti pubblici. Un esempio: si è deciso di non avere più di 3% di deficit nazionale. Ora, ogni stato membro fa la propria valutazione della crescita a venire. I francesi dicono 2.5%, gli italiani 1.5%, chi verifica? Senza ipotesi comuni di crescita non possiamo paragonarci. Se vogliamo avere un lavoro comune sui bilanci abbiamo bisogno di statistiche armonizzate o almeno compatibili cosiccome una riflessione comune ogni anno sulle prospettive di crescita, sui dati reali, senza fissare tassi artificiali. E vorrei aggiungere: le agenzie di rating sono state criticate da tutti. Cio’ nonostante, sono proprio queste agenzie che hanno cominciato ad influenzare le manovre degli Stati dicendo che i debiti pubblici non erano affidabili, creando un’ondata di responsabilità. I mercati non sono perfetti né trasparenti ma almeno su questo punto hanno dato un kick off ai governi nazionali. Finora, salvo alcuni paesi più virtuosi come Finlandia o Austria, la pressione del Trattato non è stata sufficiente nel Sud d’Europa.

LSDP) Siete in una fase molto importante dei negoziati. Vi siete riuniti in trialogo con la Commissione e il Consiglio che ha dato delega alla Presidenza Belga per trovare un accordo sulla supervisione finanziaria. Quali sono le prossime tappe? SG) Questo non lo dirò, ma sappiate che esiste la volontà nel Parlamento e nel Consiglio di vedere le nuove autorità di supervisione al lavoro dal 1° gennaio 2011. Dobbiamo per questo lavorare molto in fretta. Il Parlamento vuole mantenere il suo livello di ambizione. Per noi l’obiettivo è creare delle autorità che abbiano poteri ben definiti ma concreti a livello europeo, ad esempio per vietare i prodotti tossici o per prendere decisioni su entità paneuropee come le camere di compensazione dei prodotti derivati. Questo sarà il criterio per i relatori. Dobbiamo fare un trade off, uno scambio tra il contenuto e il timing : in settembre dovremo decidere di avanzare con il compromesso raggiunto a quel momento. Ancora una volta, sottolineo che le obiezioni e gli ostacoli non arrivano dal Parlamento e che la co-decisione, procedura di elaborazione delle leggi europee, prevede due attori che devono lavorare insieme. Il Parlamento non tollererà comportamenti inappropriati del Consiglio (ad esempio nuove decisioni all’unanimità che bloccheranno altri accordi). È necessario un dialogo più aperto, nel quale anche il Parlamento deve assumersi

L’intervista è stata pubblicata su: Lo Spazio della Politica

Fonte dell’immagine: World Wide Web

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