Gli Union Bonds e la strada che porta alla Federazione Europea

, di Simone Vannuccini

Gli Union Bonds e la strada che porta alla Federazione Europea

Il mondo sta vivendo una once-in-a-lifetime crisis, un discontinuità storica ancora più grave di quella del ’29. Oggi infatti si legano assieme molte variabili critiche, tutte quante di estensione ed intensità globale: dalla crisi strisciante del capitalismo (e della civiltà come noi la conosciamo) a quella ecologica-ambientale; dalla vitale questione energetica alla crisi politica, che vede nella fine dell’egemonia americana e nell’emergere delle nuovi grandi potenze (in gran parte asiatiche) l’imprevedibile – e forse addirittura pericolosa – transizione verso un nuovo ordine internazionale.

Purtroppo non possiamo conoscere in anticipo tutti i rischi che stiamo correndo, così come non sappiamo con certezza se il “villaggio globale” sarà capace di darsi nuove e più equilibrate regole per governarsi democraticamente. Solo una questione non è in dubbio, e riguarda il ruolo potenziale dell’Europa nel mondo. L’Unione Europea, con il suo peso economico, con la sua storia e con le sue responsabilità, avrebbe la capacità di cogliere le opportunità che si nascondono sempre dietro le crisi, ma le sue promesse ed aspettative restano imprigionate in una gabbia di rigurgiti nazionalisti, di xenofobia, incompetenza, miopia politica e arretramento culturale.

La soluzione della crisi globale è strettamente connessa alla capacità dell’Europa di riprendere il proprio ruolo di modello istituzionale e valoriale (si pensi al tanto imitato e studiato “modello sociale europeo”) e di tornare ad essere soggetto e non oggetto della storia. In poche parole l’uscita dalla crisi dipende in gran parte dalla

... l’uscita dalla crisi dipende dalla ripresa del processo d’integrazione europea ...

ripresa in grande stile di quel processo di unificazione politica ed economica dell’Europa che dura da più di 50 anni e che, con la parole di Jacques Delors, funziona come una bicicletta: deve la propria forza al suo continuo movimento, alla sua perpetua dinamicità, e rischia di fermarsi completamente se non riesce ad andare avanti.

Attraverso quali canali è possibile dare nuovo slancio all’integrazione? Partiamo da una semplice considerazione: ogni passo avanti nella costruzione europea verso la realizzazione di una federazione compiuta è legato alla creazione di un bene pubblico sovranazionale, sia questo il mercato unico, la PAC (politica agricola comune) o l’Euro. In effetti, potremmo pensare l’intero processo attraverso una prospettiva legata ai beni pubblici e al potere di governo necessario per gestirli: all’emergere di ogni nuovo b.p. corrisponde una necessaria cessione di sovranità da parte dei governi nazionali verso il livello comunitario. Da questo punto di vista potrebbe essere sufficiente individuare un nuovo bene pubblico sovranazionale, sfruttando il quale l’integrazione ripartirebbe forzatamente; è a questo punto che entra in gioco la crisi, soprattutto se poniamo l’attenzione sulle opportunità che nascono dalle serie minacce alla sopravvivenza dei paesi europei.

Di fronte al rischio sempre più reale di un default dei paesi dell’Est-europa, davanti all’aumento degli spreads (ovvero della differenza tra i rendimenti dei titoli di stato) tra Germania e i c.d. PIGS (Portogallo, Italia/Irlanda, Grecia e Spagna) e considerando le alte probabilità di insolvenza da parte grandi banche trans-europee, le misere risposte dei paesi membri dell’UE appaiono come una disorientata corsa in ordine sparso, senza la minima speranza di successo.

... un bene pubblico sovranazionale: gli Union Bonds ...

L’unico modo per uscire dalla spirale viziosa della crisi (che tocca profondamente anche la fiducia dei cittadini e delle imprese, oltre che quella degli investitori) è l’emissione di un’ingente quantità di Union Bonds, ovvero di titoli del debito pubblico europeo, che sarebbero espressione di un nuovo bene pubblico sovranazionale: la capacità dell’UE di creare debito.

Gli Union Bonds nascerebbero con una grande forza, dovuta alla loro emissione nella valuta più forte e stabile al mondo (l’euro) e potrebbero essere utilizzati per finanziare progetti radicalmente innovativi e transnazionali, di natura sia “materiale” (infrastrutture e produzione di energia pulita, ad esempio) che “immateriale” (sviluppo delle reti universitarie di eccellenza, sostegno alla formazione permanente e alla ricerca, istituzione di un basic income, ovvero un reddito di cittadinanza europeo). Le potenzialità di questo nuovo strumento economico sarebbero (1) la relativa facilità di implementazione: è possibile pensare ad un processo semi-graduale per la loro istituzione, ispirandosi al modello già visto e sperimentato per l’integrazione monetaria (nel quale un paniere coordinato di monete europee, l’ECU, ha preceduto la vera unione economica e monetaria e la moneta unica) e (2) la sua spinta alla convergenza degli indicatori e delle performance economiche da parte dei diversi paesi; l’alto profilo dei progetti finanziati eviterebbe una “race to the bottom” per quanto riguarda la qualità dei titoli, che tenderebbero – come accadde al tempo dell’UEM con i tassi di cambio - ad allinearsi con quelli del paese più virtuoso (la Germania) piuttosto che il contrario. A quanto detto possiamo aggiungere un altro vantaggio, questa volta psicologico: l’effetto di annuncio legato all’emissione degli Union Bonds potrebbe rilanciare le aspettative degli agenti economici verso il futuro, permettendo di compiere i primi passi fuori dal circolo vizioso della aspettative auto-avverantesi di natura depressiva.

La vera forza degli Union Bonds risiede nella loro natura di bene pubblico sovranazionale, ovvero nel loro ruolo “politico”: un’UE capace di far debito ha bisogno di nuovi poteri e di nuove competenze – e quindi di nuove cessioni di sovranità – questa volta non ristrette ad un organismo autonomo come la BCE, quanto piuttosto estese alle istituzioni capaci di governare democraticamente un’Europa federale: il Parlamento Europeo, la Commissione ed eventualmente un nuovo organismo ad hoc.

Riassumendo: la crisi economica e finanziaria impone (o imporrà molto presto) ai governanti europei la creazione di un debito pubblico sovranazionale, pena il fallimento di tutte le piccole

... l’istituzione di una fiscalità federale europea ...

e scoordinate misure già adottate. Ma la creazione del debito pubblico europeo – e in prospettiva l’istituzione di una fiscalità federale europea - implica a sua volta la creazione di un potere federale che possa gestirlo democraticamente, l’ultimo passo verso la realizzazione della Federazione Europea.

L’Europa ha perciò dalla sua parte una grande forza e la possibilità di utilizzare degli strumenti economici ed istituzionali innovativi, ma le serve il coraggio politico e la lungimiranza per poter scorgere nella crisi una grande opportunità; davanti a noi potrebbe svelarsi nei prossimi giorni, mesi ed anni la rovinosa strada di una nuova, grandissima depressione; allo stesso tempo, grazie alle giuste scelte, ad una buona dose di fortuna e al rinnovato impegno di tutte le componenti della società verso l’obiettivo dell’unificazione europea, potrebbe addirittura aprirsi la prospettiva di una nuova, equa e sostenibile golden age.

L’articolo è comparso su: Vadeuropam, organo della JEF Catalunya

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Tuoi commenti

  • su 31 marzo 2009 a 23:16, di Marco In risposta a: Gli Union Bonds e la strada che porta alla Federazione Europea

    Anche in questo contributo si parla di «crisi» del capitalismo, senza sapere di cosa stiamo parlando. Fa comodo a molti sostenere questa tesi demagogica perché fa presa tra le «masse» che non masticano di libertà economica, economia di mercato, concorrenza, globalizzazione. Ma collegare la crisi economica attuale con la presunta crisi del capitalismo è fare demagogia. Quello che sta succedendo nel mondo è l’esatto opposto: è una crisi dovuta alla mancanza di capitalismo inteso come concorrenza, libertà dei commerci, regole certe per tutti, nessun monopolio od ologopolio che falsano le regole del mercato. Per uscire da questa crisi non occorre MENO mercato e più stato, ma più mercato e meno stato. Ovviamente la politica, specialmente europea, non potrà mai accettare questa teoria visto che ha fondato il proprio potere sul controllo totale del cittadino inteso come attore economico. Quindi l’MFE farebbe bene a chiedere una Unione Europea con poche regole, con meno intrusione della politica nell’economia e meno lacci e lacciuoli per avviare e condurre imprese ed aziende.

  • su 27 aprile 2009 a 23:07, di salvatore aloisio In risposta a: Gli Union Bonds e la strada che porta alla Federazione Europea

    L’MFE non deve chiedere ne’ piu’ ne’ meno stato nell’UE (che uno stato non e’). Deve chiedere la Federazione Europea. Sara’ poi il suo corpo elettorale ed i relativi partiti che lo struttureranno a determinare, di volta in volta, quale mix preferiscono. Intanto creiamo lo strumento, efficace e percio’ utile alle politiche liberiste e a quelle «stataliste», senza una federazione europea questo continente non puo’ fare ne’ le une ne’ le altre ma solo illudersi di far qualcosa.

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