Il Cile oggi: tra memoria e progresso

, di Stefania Coco

Il Cile oggi: tra memoria e progresso

La notizia della morte del generale Augusto Pinochet, oltre a rappresentare un momento di gioia per chi in Cile ha subito la sua dittatura, offre anche l’occasione per riflettere su cosa sia oggi il paese che, dopo aver conosciuto la democrazia di Allende, ha conosciuto il regime gli anni dei grandi fermenti rivoluzionari che hanno scosso il Sudamerica. Una democrazia guardata con rispetto dalle principali forze occidentali al di là delle sue debolezze - prima fra tutte l’incapacità di opporre una reale resistenza nei confronti delle frange più massimaliste della sua stessa maggioranza – per aver saputo governare senza il ricorso alla violenza verso gli oppositori.

In Cile, oggi al potere si trova una donna - divertente notare come in una giovane democrazia, quale è quella cilena, al vertice del potere pubblico siede un esponente del mondo femminile, mentre in Italia si sta ancora maldestramente parlando di quote rosa e par condicio - Michelle Bachelet, la cui storia ci riporta direttamente ad Augusto Pinochet, a Salvador Allende e al golpe del 1973 di cui il padre della Bachelet fu vittima.

Certo, comparare le due situazioni politiche è difficile. La Bachelet non è Allende. Le manca il coraggio per affrontare riforme radicali e non ha l’appoggio della sua squadra di governo visto che la Concertazione di centro-sinistraè al potere solo in virtù dell’appoggio della Democrazia Cristiana cilena, la stessa formazione politica che, quasi fosse uno scherzo della storia, sostenne il golpe di Pinochet.

Eppure l’attuale presidente si è rivelata capace di praticare una politica progressista, soprattutto per ciò che riguarda i rapporti con gli altri paesi dell’America Latina e i rapporti con l’Unione Europea. Lo dimostrano i tentativi di apertura alla cooperazione del Cile e di tutti gli altri Paesi del Sud America registrati nei giorni scorsi a Cochabamba, in Bolivia, dove si è svolto il secondo vertice della Comunidad Sudamericana de Naciones(CSN) diretto a creare una zona di libero commercio per la regione e una più stretta unione politica. Un vertice che ha guardato al modello di integrazione politica europeo per agganciare e accettare le sfide del mondo globalizzato.

Ma al di là degli esiti dell’incontro, esso mostra come questi paesi, separati da secoli di rivalità - la Bolivia rivendica lo sbocco sul mare perso in guerra col Cile , l’Argentina e l’Uruguay stanno affrontando una seria controversia riguardo ad una cartiera uruguagia che inquina l’Argentina -, siano decisi a difendere le proprie tradizioni (in Perù, ad esempio, il quechua è lingua ufficiale insieme al castigliano) e guardino all’Unione europea come ideale di integrazione

Di concreto a Cochabamba non si è realizzato nulla. Ma la stessa Unione europea, sia pure tutt’ora non pienamente unita, è riuscita a diventare l’esempio più avanzato di integrazione sovranazionale solo dopo un processo costellato di ostacoli linguistici, economici e politici. Il suo dovere è adesso quello di darsi una identità e delle istituzioni democratiche capaci di promuovere accordi multilaterali e bilaterali con le democrazie sudamericane per favorirne lo sviluppo, la stabilizzazione e una progressiva integrazione politica.

Proprio il Cile potrebbe essere il suo principale interlocutore. Esso è il maggiore partner commercialedell’Unione europea e il maggiore fornitore di investimenti stranieri diretti sia in termini di flusso che di stock. Insomma, il Cile della Bachelet sta provando, sebbene con tentennamenti e forse senza il coraggio politico necessario per realizzare qualcosa di importante: lasciarsi alle spalle gli anni bui del governo di Pinochet, a far rifiorire la democrazia laddove era stata dimenticata.

Foto

Il giorno in cui morì Pinochet Bossa/Flikr

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