Il rilancio di Galileo e il problema del governo europeo

, di Francesco Ferrero

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Il rilancio di Galileo e il problema del governo europeo

L’annuncio del raggiungimento di un accordo per il rifinanziamento e il rilancio industriale di Galileo accende nuove speranze per il futuro dell’Europa. Galileo è un progetto dalla forte valenza strategica, sia in campo industriale (la Commissione prevede la creazione di 150.000 posti di lavoro in un settore ad alta tecnologia), sia in tema di sicurezza civile e militare. Pochi sanno, infatti, che il funzionamento di alcuni servizi essenziali come le reti di telecomunicazioni, la fornitura energetica, e le transazioni finanziarie internazionali dipende ormai, anche nell’Ue, dal GPS americano.

Fino ad oggi, tuttavia, Galileo ha rappresentato soprattutto un esempio delle difficoltà in cui versa l’Unione europea a causa del prevalere degli egoismi nazionali sull’interesse comune dei cittadini europei. È utile a tal fine ripercorrerne brevemente la storia.

Un lungo processo

Elaborato nel 1998 su iniziativa francese, il progetto si dovette confrontare dall’inizio con lo scetticismo di un gruppo di stati membri, alimentato da intense pressioni americane. Un’obiezione spiccava su tutte: perché investire per riprodurre un servizio che viene fornito gratuitamente dall’alleato americano? Nel tentativo di scoraggiare definitivamente gli europei, il governo Clinton decise, nel 2000, di aumentare la precisione del segnale GPS ad uso civile da 100 a 20 metri, e il Pentagono insistette a più riprese con i paesi più filo-atlantici dell’Ue affinché si opponessero alla realizzazione di una tecnologia che avrebbe potuto essere sfruttata da terroristi e governi nemici per guidare le proprie armi contro obiettivi europei e americani. Anche a causa di tali pressioni, nel 2001 sei stati membri (Austria, Danimarca, Germania, Inghilterra, Olanda e Svezia) si opposero alla proposta di finanziare il progetto attraverso il bilancio comunitario. Furono solo le insistenze della Commissione, e la minaccia di avviare il progetto tra un gruppo di stati, a far capitolare la Germania, preoccupata dalla superiorità francese nel campo aerospaziale. Berlino trascinò dalla propria Austria, Danimarca e Svezia, costringendo Inghilterra e Olanda, ormai isolate, ad accettare il varo del programma. Le insistenze di Londra, tuttavia, imposero che il finanziamento pubblico si limitasse ad un terzo dei 3 miliardi di € necessari per la realizzazione di Galileo (il costo di 150 Km di ferrovia ad alta velocità) e che il resto dell’investimento fosse finanziato dal settore privato. Di fronte a tale decisione, gli USA furono costretti a cambiare tattica, ed avviarono una complessa trattativa con l’Ue, culminata nella sottoscrizione, nel giugno 2004, di un accordo segreto che prevede l’interoperabilità dei sistemi e l’impegno reciproco a sospendere il servizio in caso di gravi minacce per la sicurezza.

Le difficoltà, tuttavia, non erano finite. Secondo il piano, il finanziamento pubblico, gestito dall’Impresa Comune Galileo (GJU), avrebbe dovuto coprire la messa in orbita di quattro satelliti e la costruzione di una parte dell’infrastruttura di terra, mentre un concessionario privato avrebbe dovuto lanciare i 26 satelliti restanti e completare l’infrastruttura di terra, in cambio del diritto di sfruttare commercialmente la costellazione per vent’anni. Nel maggio 2005 i due

... la diffidenza sul Galileo vista la disponibilità gratuita del GPS ...

consorzi industriali rimasti in gara proposero di fondersi, dando vita ad un singolo concessionario, che raggruppava le principali imprese del settore (Aena, Alcatel, Eads, Finmeccanica, Hispasat, Immarsat, TeleOp e Thales). La GJU accettò la fusione a condizione che essa portasse ad un miglioramento dell’offerta, che il consorzio nominasse un unico portavoce, e che non vi fossero ritardi nella realizzazione. Oggi possiamo dire che quella decisione fu esiziale: dal momento che l’appalto era stato conferito ad un monopolio di fatto, il progetto si insabbiò in interminabili negoziati. Essi ruotavano intorno al consueto dubbio: stante la disponibilità gratuita del GPS, il settore privato non condivideva l’ottimismo della Commissione circa le ricadute economiche, e pretendeva che il settore pubblico assumesse la quasi totalità dei rischi finanziari. Fu a questo punto che, su iniziativa della Commissione, la concessione fu revocata (maggio 2007) e il Consiglio decise, nel giugno scorso, di finanziare con risorse pubbliche l’intera messa in opera del progetto, comprendente il dispiegamento dei 30 satelliti e dell’infrastruttura di terra, per poi cederne lo sfruttamento al settore privato in un momento successivo.

La questione dei fondi

Restava quindi da risolvere un ultimo problema: dove reperire i 2,5 miliardi di € necessari a completare la messa in opera. La Commissione ha proposto di attingere ai fondi non spesi del bilancio comunitario per il periodo 2007-2013, mentre un gruppo di stati, ancora una volta capeggiato dalla Germania, avrebbe preferito ricorrere ad un finanziamento intergovernativo conferito al bilancio dell’ESA. Dietro a questa divergenza si nasconde il ben noto problema del «giusto ritorno»: la Germania, che è il principale contribuente netto al bilancio europeo, teme che la strada del finanziamento comunitario costringa indirettamente i cittadini tedeschi a finanziare l’industria aerospaziale francese.

Il 23 novembre scorso i Ministri del bilancio e i Parlamentari europei hanno scelto la via del finanziamento comunitario (sono stati recuperati alcuni fondi non spesi destinati alla Politica agricola comune ed al Settimo programma quadro per la ricerca e l’innovazione). Il 29 novembre, infine, i Ministri dei trasporti hanno approvato il piano industriale per il rilancio del progetto. Va sottolineato che entrambe le decisioni non sono state prese all’unanimità. Il governo tedesco si è opposto al modello di finanziamento, e quello spagnolo ha bocciato il piano industriale. Entrambi i governi hanno cercato invano di difendere il proprio interesse nazionale. Entrambi, prendendo atto del fatto che il progetto sarebbe andato avanti comunque, si sono prontamente riallineati, in cambio di qualche concessione sulla ripartizione delle commesse. È lecito ipotizzare che, se l’accordo avesse richiesto l’unanimità, esso non sarebbe stato probabilmente mai raggiunto.

Il rilancio giunge in un momento di estrema difficoltà per il progetto: solamente un satellite è stato messo in orbita, e nel complesso si sono accumulati quasi cinque anni di ritardo sul piano iniziale. I fondi già spesi nel settore della navigazione satellitare dall’Ue ammontano ormai a 2,5 miliardi di €, senza contare gli investimenti effettuati dal settore privato nello sviluppo di servizi a valore aggiunto basati su Galileo. Con il passare del tempo aumentano i costi di progettazione, e diminuiscono le opportunità di aggiudicarsi una quota significativa del mercato

... per l’Europa una questione d’onore ...

mondiale dei servizi di navigazione satellitare, stimato in 450 miliardi di € annui a partire dal 2025. Nel periodo 2013-18 gli USA metteranno in orbita il GPS-III, che annullerà il vantaggio competitivo di Galileo, e incombe su tutti la concorrenza della Russia e della Cina. La prima ha rilanciato il proprio sistema Glonass, ereditato dalla guerra fredda, grazie ai proventi energetici, e la seconda, dopo aver investito 300 milioni di € in Galileo, ha preferito optare per lo sviluppo di un sistema proprio, noto come Baidou. Tutti e tre i progetti sono interamente finanziati con fondi pubblici.

I danni dell’insuccesso

Se il progetto Galileo dovesse fallire il danno economico e d’immagine per l’Unione europea sarebbe incalcolabile. Le difficoltà sin qui incontrate devono costituire un monito per il futuro. Il valore di un investimento come Galileo non può essere stimato con i soli criteri del mercato. In primo luogo, la decisione di realizzare un sistema di navigazione satellitare europeo è soprattutto una decisione politica e strategica: gli europei non possono dipendere, per l’erogazione di servizi essenziali, da segnali gestiti da potenze straniere, sulla cui qualità, continuità e costo non esercitano alcun controllo.

... l’accordo di novembre è un passo avanti, ma non è sufficiente ...

In secondo luogo, i ritorni di un investimento di questo tipo dipendono in misura essenziale da scelte di carattere politico e legislativo e dall’azione dell’Unione negli organi di standardizzazione internazionali. In terzo luogo, il destino di un’infrastruttura comune agli europei non può soggiacere ad interessi di parte, industriali o governativi. Si tratta, in altri termini, di un progetto che richiederebbe, per la propria natura intrinseca di impresa pubblica europea, un bilancio federale e un governo federale europei.

L’accordo di novembre va dunque salutato come un passo nella giusta direzione, ma non è sufficiente. Solo se ne seguiranno altri, l’Unione europea potrà aspirare a ricoprire il ruolo che le spetta nello scenario economico e strategico globale.

Fonte dell’immagine: Flickr.com

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