In memoria di Albert Hirschman

Lezioni per l’Europa

, di Simone Vannuccini

In memoria di Albert Hirschman

Qualche giorno fa è scomparso Albert Otto Hirschman, uno degli economisti e scienziati sociali più colti e lucidi dei nostri tempi. Novantasette anni, decine di pubblicazioni, un pugno di idee che hanno segnato la storia della disciplina economica da diverse prospettive: storia del pensiero, political economy, teoria dello sviluppo economico. Ci sono, nel pensiero di Hirschman, alcuni temi fondamentali che si adattano perfettamente alle attuali vicende europee, e che possono fornire indicazioni utili, ispirare il pensiero e l’azione, ristabilire chiarezza fra le imprevedibili variabili che influenzano il processo di unificazione del Vecchio continente.

Prima di tutto, è bene ricordare che Albert era fratello di Ursula, moglie di Eugenio Colorni prima e di Altiero Spinelli poi. Era anche lui un «senza patria» o, per citare proprio Ursula, un altro che nel percorso verso un’Europa ed un Mondo che ripudiassero il nazionalismo aveva da perdere soltanto le proprie catene. Per questi motivi alcuni dei suoi scritti sono esplicitamente dedicati ad Eugenio, sicuramente una guida nei complessi universi dell’introspezione e della filosofia della Storia. Altiero, invece, ha lasciato tracce più labili nel percorso storico di Hirschman, ma certamente ne ha influenzato il punto di vista riguardo il ruolo della Politica, una traccia che diventa più evidente se si presta attenzione allo studio - cosa rara fra gli economisti - che Hirschman ha dedicato allo stretto rapporto che intercorre fra commercio estero e «potenza nazionale». Hirschman è stato più «possibilista» e meno utopista di Spinelli, più colto forse, più scientifico certamente nella logica che connetteva le sue riflessioni, infine molto meno «uomo storico».

Nonostante ciò, e se è vero come è vero che non c’è niente di più pratico di una buona teoria, le idee di Hirschman possono offrirci un afflato culturale e un supporto per l’elaborazione politica. Qual è, in questo momento, la carenza fondamentale del processo di integrazione europeo, il vizio da cui nascono pregiudizi, scetticismi, addirittura resistenze? Certamente il mancato coinvolgimento popolare. Non si tratta di ribadire ancora una volta un argomento neutrale e a volte banale come quello che auspica un maggiore interessamento delle istituzioni per le opinioni provenienti dalla società, quanto di criticare la mancata mobilitazione dei cittadini nei riguardi di processi che influenzano in modo diretto e pregnante le loro vite: processi di trasformazione della sovranità, di ridefinizione del Welfare, di aggiustamento strutturale dei sistemi economici e di governo. Hirschman ci viene in aiuto, e ci chiarisce le opzioni di cui le comunità possono disporre: lealtà, uscita, voce (loyalty, exit, voice). Chiare le categorie, diviene più chiara anche la strada da prendere: non si può uscire da un processo immerso in un pericoloso contesto di anarchia e trasformazione internazionale; non si può soltanto credere nelle parole di governanti spesso miopi o nelle politiche di breve termine preparate con cura tecnica ma senza visione. È necessario far sentire la propria voce, forte, così che dalla mediocrità possano emergere dei veri leader occasionali.

Se l’intervento popolare è il collante che manca alla costruzione dei nuovi poteri europei e di una società sovranazionale, resta da capire qual è la dinamica strutturale del processo, e dunque cosa può orientare lo sviluppo delle istituzioni verso un progresso reale, verso una dimensione federale. Albert Hirschman può suggerirci una prospettiva anche in questo caso: così come «la strategia dello sviluppo economico» evidenzia la fondamentale natura in disequilibrio dei processi di crescita economica e di industrializzazione, che per procedere devono trovarsi continuamente non in uno stato stazionario ma in bilico fra un sistema di interdipendenze (le connessioni a monte e a valle fra i diversi settori ed industrie), così il progetto europeo è sempre avanzato «mettendo il carro davanti ai buoi», creando le condizioni per i passi successivi, creando dei paradossi, degli squilibri da risolvere pena l’inefficacia della costruzioni comunitaria. Creare un mercato unico significa produrre una tensione che non si può sciogliere senza una valuta comune; allargare la Comunità a nuovi membri vuol dire mettere sotto pressione le regole del gioco, favorendo la transizione verso nuovi trattati.

Certo, non sempre la creazione artificiale di squilibri funziona: abbiamo abbandonato la Costituzione europea, abbiamo costruito l’Unione economica a metà. Questo ci ricorda che - anche se immaginiamo di trovarci su di un piano inclinato che agevola l’evoluzione del processo - la convinzione di aver compreso processi storici irreversibili è di poco aiuto nel mondo reale. Nonostante ciò, ogni contraddizione messa in campo è una bomba ad orologeria, che non potrà far altro che presentarsi ancora e ancora. Se fino a qualche mese fa la contraddizione più evidente era quella che ruotava intorno alla mutualizzazione del debito e alla creazione degli eurobond, adesso l’attenzione si è spostata sul bilancio. Creare un bilancio per l’eurozona significa creare un nuovo squilibrio capace di rinnovare l’energia cinetica del processo di unificazione e di dargli una spinta ulteriore verso l’approdo federale.

Infine, c’è un lascito di Albert Hirschman che probabilmente è il più importante. Ne «le passioni e gli interessi» ci ha narrato magistralmente una storia alternativa sull’emergere del capitalismo. Argomenti non materialisti, ma culturali. Ancora meglio, «linguistici». Il significato attaccato ai termini passione ed interesse è mutato nel tempo, portando con sé nuovi valori, nuove convinzioni su cosa fosse giusto o sbagliato, nuove prescrizioni morali e politiche. Lo stesso vale oggi per il federalismo europeo. La forza dirompente di un’idea dipende anche dalla sua diffusione sociale, dai valori che ad essa si collegano, dalla sua evoluzione. Le parole non sono monoliti, ma organismi che si muovono e mutano. Se il federalismo era una passione di pochi, adesso è diventato l’interesse di molti. Potrebbe trasformarsi nella passione di molti, ma questo dipende dall’azione di quei pochi che già ne conoscono la potenza storica ed ideale.

Forse il pregio più grande di Hirschman è stato quello di essere uno degli ultimi «saggi» non tanto dell’economics contemporanea, quanto dell’Economia Politica classica - quella che vede la triste scienza non come una copia arrancante delle scienze «dure», ma come la più precisa ed influente delle scienze morali. È questa la sua lezione: al di là della «plastica» natura umana, il comportamento umano è comportamento politico, e morale. Sarà bene tenere questa consapevolezza sempre con noi, mentre continuiamo a tentare di costruire un’Europa ed un Mondo sempre migliori.

Fonte immagine Flickr

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