Nazioni Unite

L’Italia entra nel Consiglio di Sicurezza

, di Nives Costa

L'Italia entra nel Consiglio di Sicurezza

Non è passato molto tempo dall’ultima volta in cui l’Italia ha occupato un seggio di membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, l’organo che come nessun altro indirizza l’azione delle Nazioni Unite: era il 1996, e la spinosa questione della riforma del Consiglio era già sul tavolo. La riforma dovrebbe porre le basi di un ordine mondiale abbastanza stabile da durare per decenni o, se si vuole essere meno ambiziosi, perlomeno quanto quello tutt’ora esistente.

Perché il Consiglio di Sicurezza non è più adatto al mondo di oggi?

Il motivo per cui il Consiglio di Sicurezza necessita urgentemente di una riforma è sotto gli occhi di tutti: basta leggere la lista dei suoi membri permanenti, per rendersi conto che qualcosa non va. Stati Uniti, Cina e Russia sono ancora oggi potenze planetarie, mentre Francia e Gran Bretagna sembrano più che mai il segno di un’epoca sempre più remota, ricordi di un ordine tra nazioni di cui ormai resta traccia più nei libri di storia che nella memoria. Mancano grandi paesi in turbolenta ascesa che occupano la nostra attenzione e riempiono le pagine dei nostri giornali.

Il problema nasce quando l’organizzazione del potere non corrisponde più a quella della realtà: nel momento in cui il Consiglio ha cessato di rappresentare gli equilibri di potere mondiali, offrendo un peso sproporzionato a chi conta sempre meno e non dando voce alle nuove potenze emergenti, la sala dei bottoni della politica internazionale si è spostata altrove. Questo spostamento degli equilibri era in corso già nel 1994, quando India, Germania, Giappone e Brasile si sono candidati come nuovi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Oggi la tendenza si è rafforzata; ciò che dieci anni fa era in potenza oggi desta attenzione e persino preoccupazione.

Quale riforma per il Consiglio di Sicurezza?

Queste quattro nazioni, in crescita in termini di popolazione, ricchezza economica e influenza, indicate come i G-4, chiedono di essere ammesse nel club d’élite dei membri permanenti. Chiedono insomma di non intaccare la struttura esistente e di aumentare semplicemente il numero dei paesi con il diritto di veto in ogni decisione, perché è di questo che poi si tratta.

Il Consiglio di Sicurezza che ne deriverebbe sarebbe più forte, più capace di rappresentare la comunità internazionale, di intervenire tempestivamente nelle aree di crisi e meno soggetto agli interessi dei suoi membri più importanti? Non risulterebbe paralizzato dai veti incrociati in maniera più marcata rispetto ad oggi, perlopiù mancando l’obiettivo di rappresentare equamente i paesi e le aree del mondo? Vi è motivo di dubitare. Esiste una seconda corrente, composta dai paesi che vorrebbero un Consiglio più allargato e si oppongo alla richiesta di India, Germania, Brasile e Giappone di un seggio permanente. L’elezione dell’Italia, che siederà nel Consiglio per il biennio 2007-08, aggiunge peso a questo gruppo di paesi, detto Uniting for Consensus Movement o più semplicemente Coffee Club, di cui il nostro paese è già uno dei leader. Le motivazioni di questa scelta non sono sempre idealistiche, e spesso squisitamente geopolitiche: troviamo allora il Pakistan in opposizione all’India, la Corea del Sud e la Cina contrarie al Giappone, Messico e Argentina opposti al Brasile.

E l’Europa? Un continente già più che rappresentato da Francia e Gran Bretagna ha davvero bisogno di un altro seggio? Proprio su questo punto l’Italia può portare avanti una visione alternativa dei rapporti tra stati, più distaccata dagli interessi nazionali e vicina a una visione d’insieme degli interessi europei.

L’Italia per un seggio unico dell’Unione europea

Le dichiarazioni delle autorità italiane all’indomani della votazione, dove l’Italia è stata capace di raccogliere un ampio consenso attorno alla sua candidatura, indicano con chiarezza la direzione da percorrere: la richiesta di un seggio europeo, che se ottenuto potrebbe fungere da modello per quelle aree, come il Sud America, che si trovano in una fase meno avanzata nel processo di regionalizzazione, ma con una simile soluzione risolverebbero alcune delle loro tensioni interne.

Un seggio unico europeo potrebbe fungere da modello per quelle aree che si trovano in una fase meno avanzata nel processo di integrazione regionale

In Europa gli interessi comuni nella scacchiera internazionale superano di gran lunga le divergenze, anche se negli ultimi anni il mancato accordo sui grandi temi di politica estera ha danneggiato molto l’autorevolezza delle Nazioni Unite quanto il processo di unificazione europea. L’impegno italiano, sostenuto da un altro nuovo membro europeo del Consiglio di Sicurezza, il Belgio, va nella direzione giusta.

Purtroppo gli ostacoli non sono pochi, e sono ostacoli soprattutto europei: la Germania si è concentrata sulla sua corsa solitaria verso il seggio permanente, ed ha ricevuto l’appoggio di Francia e Gran Bretagna. Bisogna poi ricordare che qualunque progetto di riforma, anche quello che porterebbe ad un eventuale seggio europeo, deve ricevere il voto unanime dei membri permanenti. Francia e Gran Bretagna accetteranno di scendere dal loro anacronistico piedistallo nell’interesse dell’Europa unita?

Fonte immagini

Bandiera delle Nazioni Unite: Flickr

L’assemblea Generale: Flickr

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