L’insostenibile leggerezza geopolitica dell’Europa

, di Simone Vannuccini

L'insostenibile leggerezza geopolitica dell'Europa

Mentre mancano soltanto pochi giorni alle elezioni presidenziali americane e la crisi finanziaria sta mettendo in ombra l’idea neoliberista di un mercato globale come fine della storia (à la Fukuyama), il mondo intero sembra vivere una nuova “primavera geopolitica”: dal ritorno della politica di potenza russa nell’affaire georgiano ai nuovi amichevoli rapporti tra Giappone e India (ben sottolineati dalla rivista Limes), pare di vivere un revival della ragion di stato ottocentesca ambientato nel contesto imprevedibile di un mondo non-polare (come suggerito da R.N. Haas).

In particolare i recentissimi accordi indo-nipponici ci segnalano due tendenze differenti ma che si sviluppano su binari paralleli: da una parte l’avvio di un processo di integrazione “pan-oceanico”, che comprende Giappone, India, sud-est asiatico e paesi del Pacifico, segnale di quello shift verso oriente del potere mondiale, ben sintetizzato in varie occasioni dal professor Kishore Mahbubani con l’espressione the rise of the Rest (in ironica opposizione con l’ascesa dell’Occidente, the rise of the West, che ha caratterizzato le relazioni internazionali dalla rivoluzione industriale in poi); dall’altra una volontà di containment della Cina da parte americana, portata avanti a colpi di diplomazia nucleare (si ricordi che India e Pakistan hanno l’atomica) e di accordi di special partnership con il Giappone e l’India volti ad accerchiare il nuovo competitore globale, l’officina del mondo.

Ma se è sempre più vero, come profetizzava nel 1889 il segretario di stato americano John M. Hay, che “il Mediterraneo è l’oceano del passato, l’Atlantico del presente e il Pacifico del futuro”, è altrettanto esatto affermare che la partita della geopolitica mondiale si gioca ancora sul terreno statunitense. Non possiamo distogliere lo sguardo da quello che sta accadendo sul palcoscenico della democrazia americana, dove la figura di Barack Obama, come ha ben commentato su “La Stampa” Vittorio Emanuele Parsi, rappresenta il “Traiano dei giorni nostri”, un soggetto diverso ed esterno all’establishment e al “sistema”, ma capace di trasformarlo imponendo il proprio carisma, rinnovando la vitalità e l’ampiezza di vedute di una nazione in palese declino. Proprio come il “provinciale” imperatore romano anche Obama è una boccata d’aria fresca, un vero e proprio simbolo di novità che incarna la capacità americana di trascendere i propri limiti, rinnovandosi ogni volta che il declino etico-morale ed il regresso civile prendono il posto del sogno di libertà lasciato in eredità dai Padri Fondatori.

Ma ciò che ci interessa veramente sottolineare non sono tanto le possibilità di successo asiatiche o americane nel creare un nuovo ordine internazionale, quanto piuttosto la loro capacità di dare nuovo slancio alla politica mondiale. Nonostante i molti limiti, dall’imperialismo all’insostenibilità ambientale, vecchi e nuovi candidati al posto di leader globale stanno dimostrando quella volontà e quella creatività necessarie per portare avanti nuove prospettive condivise di civiltà, progresso e sviluppo; la stessa volontà e la medesima creatività che mancano all’altro grande soggetto in gioco, l’Europa.

Quell’Europa “gigante economico e nano politico”, potenza civile ma evanescenza militare, terra di docili e confusionari venusiani rispetto ai decisi e manichei marziani del nuovo-vecchio mondo americano (per riprendere l’ormai celebre classificazione di R. Kagan). C’è un’insostenibile leggerezza nel modo in cui l’Europa si propone all’esterno, un’inconsistenza che nasconde la miopia dei governi e lo spettro di un nuovo nazionalismo e che mina alla base ogni riforma radicale delle regole del gioco nei rapporti internazionali e transnazionali.

Le proposte messe in campo da intellettuali ed esperti, ormai consapevoli della necessità di un’Europa più politica grazie ai “suggerimenti” offerti dalla crisi finanziaria, non sono ancora sufficienti. Quali reali capacità d’azione potrebbe mai avere un coordinamento più stretto dell’eurogruppo o l’istituzione di un Financial Stability Fund Europeo (come suggerito in questi giorni da Daniel Gros e Stefano Micossi su Voxeu.org) senza un vero governo europeo, federale e democratico, capace di prendere decisioni nette e radicali di portata continentale?

Diciamoci la verità: lo spazio apertosi nel gran gioco della geopolitica mondiale in questa fase di crisi e transizione offre la più grande opportunità, dalla fine della II Guerra Mondiale, di ricostruire la società internazionale su nuove basi di cooperazione, equità e pace. Ma questa opportunità potrà essere sfruttata soltanto se l’Europa smetterà di esitare; gli europei non possono più sfruttare la “campana di vetro” offerta dalla rigidità del conflitto bipolare per portare avanti piccoli e litigiosi passi nel processo di unificazione, ma devono dare una risposta concreta alle proprie responsabilità storiche. Altrimenti, senza quel potere sovranazionale federale così necessario per superare l’ormai inadeguata divisione del mondo in stati nazionali sovrani, resterà tristemente valida, ancora una volta, la considerazione di Albert Einstein: “with all my heart I believe that the world’s present system of sovereign nations can lead only to barbarism, war and inhumanity”.

Fonte immagine: Flickr

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  • su 1 novembre 2008 a 13:02, di Simone Vannuccini In risposta a: L’insostenibile leggerezza geopolitica dell’Europa

    Ad aggiornamento dell’articolo possiamo aggiungere che, anche e sopratutto in risposta ai nuovi felici rapporti indo-giapponesi (di sospetta matrice contenitiva anticinese), la Repubblica Popolare Cinese e la nuova Russia di Putin-Medvedev stanno stringendo rapporti di partnership sempre più stretti e basati su una nuova comunanza ideale, in particolare nelle proposte di riforma dell’ordine economico internazionale dopo la crisi finanziaria. Della serie: se voi occidentali non ci ascoltate, pensando di poter risolvere i problemi del mondo attraverso vecchie proposte e categorie, allora iniziamo a muoverci da soli... e se è vero che quando gli USA hanno il raffreddore tutto il mondo si prende l’influenza, è ancora più vero che quando si muove la Cina tutto il pianeta trema.

    Un’altra motivazione della vicinanza sino-russa potrebbe essere il duro colpo che la crisi ha inferto alla Russia, smascherando sia le debolezze ancora non sanate che la sua vera natura di PVS ricco di risorse naturali, nascoste fino ad oggi grazie ad una politica «mediatica» da neo-potenza economica, militare e culturale (a questo proposito basterebbe ricordare che, nonostante i nuovissimi investimenti nel settore militare, la Russia possiede ad oggi meno di un decimo delle risorse belliche americane).

    Il reale stato di salute della Russia è stato ben illustrato in questi giorni da Robert Skidelsky, professore emerito a Warwick (nonchè autore della biografia di Keynes), che sul FT sostiene che «The idea that Moscow can use its energy to boost its world power without regard to anyone else has been destroyed» a causa della crisi finanziaria, e che «Russia needs to scale down its geopolitical ambition to its real weight – that of an emerging economy with only 3 per cent of the world’s gross domestic product and a quarter of America’s living standard. Also, it desperately needs to develop its human capital. The Putin era is over but Medvedev’s has not begun. This is the real Russian crisis.»

    Simone Vannuccini

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