La Grecia siamo noi

Alcune considerazioni sull’accordo che non ha (ancora?) salvato la Grecia

, di Nicola Martini

La Grecia siamo noi

Nell’ambito della riunione del tradizionale Consiglio europeo di primavera, tenutosi a Bruxelles il 25 e 26 marzo 2010, i Capi di Stato e di Governo dell’Unione hanno raggiunto un accordo per far fronte alla sempre più critica situazione delle finanze pubbliche greche.

I rappresentanti degli Stati e delle Istituzioni dell’Unione avevano a lungo discusso, in occasione delle ripetute visite degli esponenti della BCE e della Commissione europea in Grecia e dei rappresentanti del governo greco in vari Stati, della creazione di strumenti di intervento nuovi per far fronte alla crisi e, in questo contesto, si era rafforzata l’ipotesi di istituire un Fondo Monetario Europeo per mezzo del quale sostenere le necessità finanziarie del governo greco. Al termine delle trattative, tuttavia, si è deciso di coordinare una serie di interventi effettuati direttamente dagli Stati dell’Unione con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, senza quindi creare una nuova istituzione. In particolare si è deciso che gli Stati dell’area dell’Euro partecipino al salvataggio della Grecia concedendo finanziamenti per due terzi dell’ammontare totale, in proporzione alla loro quota di partecipazione al capitale sociale della BCE mentre il restante terzo delle risorse necessarie sarà stanziato dal FMI. Il totale dei prestiti di cui Grecia avrebbe potuto beneficiare era stato fissato trenta miliardi di euro.

Nell’analisi della decisione del Consiglio europeo si possono rilevare sia aspetti positivi sia aspetti negativi. Tra i meriti della decisione si deve prima di tutto tener presente il rispetto dei vincoli introdotti con il Trattato di Maastricht in tema di indipendenza degli istituti centrali di emissione: gli Stati infatti hanno deciso di rispettare il divieto di finanziare i deficit delle amministrazione pubbliche con l’aumento della base monetaria e non hanno quindi costretto la BCE ad acquistare direttamente il debito greco al momento dell’emissione. Il rispetto di tale divieto – che comunque può essere eluso con alcuni stratagemmi: la BEI ed altri organismi finanziari pubblici e privati dell’Unione, infatti, hanno acquistato rilevanti quantità di tioli di Stato greci conferendoli poi alla BCE nelle aste periodiche per l’assegnazione della liquidità – ha comunque mantenuto nei mercati l’aspettativa che i debiti dei greci saranno pagati dai greci mantenendo fermo l’impegno di ogni Stato al rispetto, seppure con il sostegno dell’intera Unione, delle proprie obbligazioni.

Tra le criticità della soluzione scelta dagli Stati si devono innanzitutto considerare le sue difficoltà pratiche di esecuzione e l’aleatorietà del contributo degli Stati. Di fronte infatti alla scelta di uno Stato di non trasferire i fondi previsti alla Grecia o di trasferirli in ritardo rispetto alle necessità, sono del tutto assenti validi meccanismi coercitivi comuni in grado di imporre allo Stato di cooperare: alcuni Stati potrebbero sperare che la Grecia sia salvata senza il loro contributo, approfittando quindi dei benefici senza sopportare i costi del salvataggio. Se i mercati finanziari infatti dubiteranno dell’impegno degli Stati a salvare la Grecia continueranno a mettere nuovamente sotto forte pressione i titoli del debito pubblico ellenico incrementando quindi le necessità finanziarie del salvataggio. Gli ultimi dati dei mercati internazionali mostrano come l’Euro sia fortemente sotto pressione nei mercati dei cambi perdendo quota nei cambi con il dollaro e come i rendimenti dei titoli decennali greci abbiano ampiamente superato il 9%, con un differenziale rispetto alla Germania che ha già ampiamente sfondato la soglia psicologica dei 500 punti base arrivando vicino ai 700 punti: la Grecia è arrivata a pagare il 7% in più della Germania sui suoi debiti.

Il fallimento della Grecia non è più un’ipotesi, è una concreta possibilità.

Un eventuale crollo della Grecia – è di ieri la notizia dell’abbassamento del rating anche sul debito del Portogallo – potrebbe avere effetti devastanti e a cascata su tutte le economie europee. Potremmo infatti assistere al crollo a catena degli Stati più indebitati – tra cui l’Italia – e dell’intera area dell’Euro.

La Germania ha dalla sua ragioni importanti per non salvare la Grecia senza adeguate garanzie da parte del governo greco che, da solo, deve imporre rapidamente le riforme necessarie a migliorare la salute dei conti pubblici. Si tratta i riforme sicuramente impopolari e difficili, ma possibili: da una situazione simile l’Italia è uscita, quando Ciampi era Presidente del Consiglio e poi ministro del Tesoro, con una finanziaria fatta di lacrime e sangue e con la prospettiva di partecipare al processo di creazione della moneta unica europea.

Il problema attuale non sono i sacrifici, che il governo greco sa di dover imporre ai propri cittadini, ma la prospettiva positiva e di lungo periodo che esso deve necessariamente offrire in cambio, pena il suicidio politico di tutta la classe dirigente greca. Una prospettiva positiva, in grado di risolvere gli squilibri di lungo periodo che hanno fortemente aggravato la crisi e ridotto la competitività dell’economia greca, allo stato attuale, non esiste.

Una prospettiva di questo tipo non può nascere in Grecia, come è stato per l’Italia negli anni novanta deve venire dall’Europa, ed in particolare dallo Stato più forte: la Germania. L’Europa deve quindi condividere un governo in grado di attuare una politica economica ambiziosa (ricerca, innovazione, sviluppo, investimenti produttivi, etc.) per dare una speranza ai greci. Servono risorse immediate per tamponare le tensioni finanziarie, ma senza un programma di lungo periodo questi saranno soldi sprecati: i mercati non crederanno alla soluzione e continueranno a mettere sotto attacco l’Euro. Da qualche mese è il turno della Grecia e, dopo di lei, sarà il turno di tutti gli Stati finanziariamente deboli, con un’amministrazione pubblica ingessata e sprecona, un alto debito pubblico ed una scarsa capacità di ridurlo. Questo non è solo il ritratto di Portogallo e Spagna, questo è il ritratto dell’Italia.

L’alternativa è il caos. L’abbandono dell’Euro, il ritorno alla Dracma, la svalutazione della moneta, l’iperinflazione, la completa perdita di valore del denaro, la distruzione del risparmio e, in ultima analisi, il disfacimento dello Stato. Il tutto, naturalmente, senza contare le perdite da parte delle Istituzioni finanziarie europee che posseggono una rilevantissima quantità di titoli greci: il sistema bancario europeo è in grado di sostenere una perdita di alcune centinaia di miliardi di Euro?

In Grecia (ma anche altrove) tutto questo è già accaduto, e dopo l’ultimo conflitto mondiale gli ellenici hanno avuto una lunga dittatura militare.

L’Europa ha la possibilità di evitare il peggio, se lo vuole.

Immagini: Iperinflazione. Banconota da 5 milioni di Dracme greche - anno 1944.

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