La Siria e il futuro del Madio Oriente (Parte II)

, di Alfonso Sabatino

La Siria e il futuro del Madio Oriente (Parte II)

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Oggi, dopo 19 mesi di conflitto interno e di feroci repressioni, nonostante le diserzioni nelle file dell’esercito e la clamorosa defezione di un primo ministro sunnita fuggito con un ampio seguito di familiari prima in Giordania e poi in Qatar, la tenuta di Bashar al-Assad è attribuibile a fattori interni ed esterni.

Tra i fattori interni ha certamente un ruolo il patto di convivenza tra le numerose componenti sociali minoritarie del paese, compresi quei sunniti che probabilmente non trovano alternative percorribili al regime e non desiderano la trasformazione del paese in uno stato confessionale islamico. Inoltre, ciò che passa sotto il nome di Esercito libero siriano (ELS) è in realtà un insieme di bande armate, in parte costituite da disertori dell’esercito lealista, in parte da civili volontari. Vi sono poi unità combattenti che fanno capo a gruppi fondamentalisti islamici, tra cui si sospetta la presenza di al Qaida, e forse anche bande di delinquenti comuni dedite al saccheggio e alle estorsioni [1]. Si può aggiungere che gli stessi servizi segreti americani non si fidano degli insorti e lesinano loro le forniture di armamenti. Le organizzazioni umanitarie denunciano massacri e rappresaglie pure da partedel fronte ribelle. Il rischio di essere coinvolti nella pesante azione di repressione del governo ha spesso determinato reazioni di rigetto dei cittadini alle infiltrazioni degli insorti nei loro quartieri. I rivoltosi mostrano maggiore capacità nell’organizzare attacchi terroristici spettacolari che colpiscono i centri del potere siriano e personalità di alto livello, ma tali interventi alimentato il sospetto che essi siano per lo più opera di servizi segreti stranieri, allo stesso modo dei sospetti che ricadono sui servizi iraniani o siriani per l’eliminazione a luglio del capo dei servizi di sicurezza dell’Arabia Saudita e a ottobre del suo collega libanese. Ciò non toglie che la guerra civile, i lutti, i profughi interni e quelli rifugiati nei paesi confinanti, le distruzioni materiali stiano disarticolando l’economia del paese e si arriverà certamente allo sgretolamento del regime. Probabilmente questo è l’esito atteso da Washington nelle more delle elezioni presidenziali del prossimo novembre [2].

Tra i fattori esterni va considerata proprio la debolezza della soluzione politica possibile. Non emerge il quadro di potere esterno quale garante credibile della pace e dello sviluppo nell’area. Gli Stati Uniti d’America non possono più presentarsi come stabilizzatori dopo le esperienze dell’Iraq e dell’Afghanistan. Di fronte alla dimensione degli interessi in gioco, il ritorno della pace in Siria, la rimozione di Bashar al-Assad e l’apertura di un reale e auspicabile processo democratico nel paese, assieme al consolidamento degli assetti democratici aperti in altri paesi arabi, richiedono di intervenire sui nuovi fattori strutturali che sono alla base della transizione rivelata dalle rivolte delle piazze. Tali fattori possono quindi essere:
- L’eclisse della capacità egemonica degli Stati Uniti d’America sul MO;
- L’aspirazione delle masse arabe (e anche iraniane [3]) alla democrazia e ai processi di sviluppo che si sono aperti in altre parte del mondo, in Asia orientale e meridionale, in Africa e in America Latina;
- La necessità di individuare soluzioni sovranazionali e mondiali per la gestione delle risorse energetiche del pianeta, per la sostenibilità ambientale del loro impiego e, data la questione nucleare, per il controllo degli armamenti, in particolare delle armi di distruzione di massa.

In altre parole occorre risolvere i nodi storici del mondo arabo, della sua indipendenza dalle egemonie esterne e della gestione sovrana delle sue risorse energetiche, in un quadro mondiale oggi condizionato dai nuovi paradigmi del governo dell’interdipendenza a tutti i livelli di potere e dell’affermazione di un nuovo modello mondiale di sviluppo sostenibile sul piano ambientale, economico e sociale. La guerra civile in Siria chiama tutti alla responsabilità di costruire le strutture della sicurezza e della crescita democratica in Medio Oriente (compreso l’Iran) e in Nord Africa. Il contributo dell’Europa su questi obiettivi è possibile anche se il percorso è arduo.

Il primo passo è l’apertura immediata del processo costituente europeo con gli Stati disponibili. È il passo necessario per costruire il governo federale europeo e rendere credibile qualsiasi strategia di intervento. Il secondo passo sarebbe l’appoggio al tentativo egiziano di mediazione regionale - con Turchia, Iran e Arabia Saudita - per una soluzione della crisi siriana, subordinandolo al conseguimento di obiettivi di cooperazione e di sviluppo di istituzioni comuni democratiche tra paesi mediorientali. Il terzo passo è il riconoscimento dell’indipendenza statuale dell’Autorità nazionale palestinese e il sostegno alla sua ammissione all’ONU, offrendo a Israele le dovute garanzie per la sua sicurezza e intangibilità. In tale ottica, l’UE dovrebbe anche fornire proprie missioni militari di pace in MO, in ambito di mandato ONU, per la sicurezza e la riconciliazione. Il quarto passo è l’avvio di progetti comuni di sviluppo, ecologicamente e socialmente sostenibili, possibilmente attraverso la creazione di Agenzie euro-arabe di gestione comune in campo energetico e di cooperazione tecnologica (vedi progetto Desertec), ma anche in agricoltura e nella gestione delle acque. In questo quadro entra il pagamento in euro delle forniture di idrocarburi.

Esiste, però, anche la possibilità di un passo propedeutico e immediato, di ampio rilievo politico. Nel 1980 il Consiglio Europeo del 12 e 13 giugno, presieduto dall’Italia, rilasciò la Dichiarazione di Venezia sul Medio Oriente nella quale si riconobbe, tra l’altro, ai palestinesi il diritto all’autodeterminazione, primo segno di una comune valutazione di politica estera dei paesi comunitari. Inoltre come conseguenza della seconda crisi energetica che colpiva l’Occidente, a seguito della rivoluzione khomeinista in Iran, i paesi europei invitarono i paesi arabi al dialogo sui problemi energetici.

L’anno precedente era stato eletto per la prima volta a suffragio universale diretto il Parlamento europeo ed era nato il Sistema monetario europeo. Si respirava un clima di rilancio del processo di unificazione europea dopo le due crisi, valutaria ed energetica, degli anni settanta. Il cammino indicato è stato compiuto solo parzialmente. Ha però portato agli accordi di Oslo del 1993, alla nascita dell’Autorità palestinese. Oggi l’Europa intende uscire dalla sua crisi del debito sovrano e degli attacchi all’euro. Nei prossimi Consigli europei di fine 2012 si prevede l’adozione di una “road map” per le riforme. In questo clima, se non vogliono essere caudatari altrui, i Governi europei debbono assumere una posizione chiara in politica estera con una Dichiarazione sul Medio Oriente, rilanciando i temi della Dichiarazione di Venezia, offrendo una risposta alle aspettative della “primavera araba” e di quanti vogliono che la società araba riprenda il suo posto di protagonista di avanguardia nella storia dell’umanità.

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1. Questo articolo è stato inizialmente pubblicato sulla rivista PiemotEuropa

2. Fonte immagine Flickr

Note

[1Sulla consistenza degli insorti è significativo quanto scrive Alberto Nergri, (cfr. La Siria riporta il gelo tra Russia e Turchia, in “il Sole 24 Ore” del 12 ottobre 2012), dopo l’intercettazione di un aereo carico di armi provenienti dalla Russia per Damasco: “La Turchia sostiene la guerriglia – che secondo un rapporto dei servizi tedeschi sarebbe costituita soltanto per il 5% dai siriani - stima difficile ma indicativa) -, Mosca appoggia Bashar Assad in maniera forse ancora più decisiva di quanto fece con Milosevic in Serbia”.

[2È significativo che Washington abbia fatto fallire la missione di pace dell’inviato speciale dell’ONU, l’ex Segretario generale Kofi Annan, che puntava a una soluzione negoziale con la Russia. Annan ha dato le dimissioni dall’incarico il 2 agosto scorso.

[3Nel 2009 le strade di Teheran si riempirono di giovani che protestavano contro il regime. Il movimento prese il nome di Onda Verde.

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