La difficile situazione dei lavoratori polacchi in Irlanda

, di Traduzione di Marco Riciputi, Elisabeth Lannoo

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La difficile situazione dei lavoratori polacchi in Irlanda

Il primo maggio tre paesi dell’Unione europea, Finlandia, Portogallo e Spagna, apriranno i loro confini ai lavoratori provenienti dai nuovi paesi membri. Si uniscono a Irlanda, Regno Unito e Svezia che hanno già aperto i loro mercati il primo maggio 2004 con l’ingresso dei paesi membri dell’Europa dell’Est e centrale.

In questi paesi, polacchi, ungheresi e baltici possono fare domanda liberamente per un lavoro: non devono avere un permesso di lavoro. Secondo il rapporto sul lavoro della Commissione europea, sia i paesi che i lavoratori ne sono avvantaggiati. Negli ultimi due anni l’economia è cresciuta più in questi paesi con le frontiere aperte che negli altri stati Ue. Sebbene il numero dei lavoratori dall’Europa centrale e dell’Est crescesse notevolmente, non ci sono stati afflussi di massa come molti temevano. In Irlanda la percentuale di lavoratori arriva al 3,8% del totale della sua forza lavoro.

Mi propongo di approfondire come le cose sono funzionate in pratica e sono andata in Irlanda lo scorso aprile. Una delle prime persone incontrate a Dublino è Pawel, un operaio edile dalla Polonia. È venuto in Irlanda nell’agosto 2004 come lavoratore di una ditta polacca. Dopo pochi mesi un rappresentante dei sindacati gli disse che non gli stavano pagando il salario minimo. Il sindacato lo aiutò anche a trovare un nuovo lavoro con una ditta irlandese dove la retribuzione era pari a quella dei suoi colleghi irlandesi. Ora Pawel è impegnato ad aiutare altri lavoratori polacchi sfruttati da compagnie polacche. Sostiene che ad alcuni suoi colleghi è stato promesso un contratto al momento dell’assunzione che successivamente il datore di lavoro si è rifiutato di firmare. I lavoratori furono licenziati senza potere pretendere i propri soldi perché non avevano alcuna prova del loro lavoro.

Al Sitpu, il più grande sindacato irlandese, ricevono simili lamentele ogni giorno. I sindacati provano ad informare i migranti circa i loro diritti, distribuendo volantini in undici lingue nei cantieri con un’informativa sui salari minimi per qualifica. Si fa anche carico di casi singoli. I sindacati sono spesso l’unica linea di difesa degli immigrati che lavorano, ma i casi di sfruttamento sono molteplici.

Sindacalisti e lavoratori accusano il governo irlandese di aver fallito la campagna di informazione, lasciando gli immigrati all’oscuro dei loro diritti. Solo recentemente il Fas, il dipartimento del lavoro e dell’educazione ha lanciato una campagna informativa rivolta ai lavoratori immigrati. Il Fas ha prodotto depliant e Dvd in tutte le lingue dei nuovi paesi membri, informando le persone prima del loro arrivo sul mercato del lavoro irlandese e la vita in Irlanda. Avvisano anche che senza conoscere l’inglese sarà difficile trovare lavoro. Ma la larga maggioranza degli immigranti non è ancora informata sui propri diritti.

Ci sono anche storie positive, come nel caso dell’impianto di macellazione Slanley Meats, dove più della metà dei lavoratori non è irlandese. Sono pagati esattamente come gli irlandesi e sono loro offerti anche contratti e educazione nella loro stessa lingua.

Il caso irlandese è interessante. Mostra che anche con i confini aperti lo sfruttamento dei lavoratori immigrati non cessa. Ispezioni sul lavoro e sindacati hanno ancora un ruolo importante nel portare alla luce questi casi. L’esperienza dell’Irlanda mostra anche che è di estrema importanza informare sia i migranti che i locali circa i diritti dei primi. Speriamo che gli altri paesi europei che stanno accettando questi lavoratori solo ora o che apriranno le frontiere nei prossimi anni prendano esempio dall’esperienza irlandese ed evitino gli stessi errori.

Photo: Dublin, grand canal dock, 2005 (cc) Dave Morris

(Articolo tradotto dall’inglese da Marco Riciputi, membro del MFE, sezione di Forlì)

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