La “sottovalutazione” dello Yuan e il Dagong cinese

, di Luca Alfieri

La “sottovalutazione” dello Yuan e il Dagong cinese

Nell’ultimo anno sono stati scritti numerosi articoli sul problema dell’eccessiva sottovalutazione dello yuan. Il 19 giugno la banca centrale cinese ha annunciato, come si era già cominciato a prospettare da aprile, la possibilità per la moneta cinese di essere flessibile sul mercato dei cambi.

Paul Krugman nel suo artcicolo “The Renmimbi Runaround” [1] ha spiegato come l’eccessiva esultanza di alcuni commentatori è stato esagerata. Di fatto la “rivalutazione se così si può chiamare permetterà alla moneta cinese di fluttuare tra il 2% in più o in meno nei prossimi anni e non si ha notizia di intenzioni cinesi di far fluttuare ancora di più la propria moneta”.

Ma qual è essenzialmente il problema? Perché uno yuan sottovalutato danneggia i mercati internazionali?

La risposta sarebbe questa: la Cina acquista circa 1 miliardo di dollari, euro e altre valute al giorno sul mercato dei cambi. Il risultato di quest’azione ha 2 effetti. Il primo è che i prezzi dei prodotti cinesi sono più bassi, quindi, si ha di fatto un sussidio alle esportazioni. Il secondo è che per i cinesi i prodotti stranieri sono troppo costosi, quindi, si ha un dazio alle importazioni.

Questo secondo Krugman causa vari problemi al commercio internazionale, in quanto la Cina ha un surplus sulla bilancia dei pagamenti grandissimo a spese però degli altri paesi che si trovano così in una situazione di deficit nella bilancia commerciale aggravato oltretutto dalla crisi. Per questo motivo Krugman chiede un maggior e più serio impegno da parte della Cina nel rendere lo yuan più forte. Altrimenti ritiene si debba cominciare a parlare di sanzioni commerciali. In altre parole: una guerra commerciale con la Cina.

In realtà come scritto da Alberto Bagnai [2] sul sito sbilanciamoci.info:

“I giornali plaudono alla promessa di Hu Jintao di lasciar fluttuare il cambio del remimbi in risposta alla lettera di Obama, che il 16 giugno si è rivolto ai “colleghi” del G20 richiamando la loro attenzione sul fatto che i tassi di cambio determinati dal mercato (nota del traduttore liberi di fluttuare) sono essenziali per la vitalità dell’economia globale”. Il commento più lucido mi sembra quello di Federico Rampini: “Bel colpo Hu Jintao! In effetti, dimostrando disponibilità alla soluzione di un falso problema economico, Hu Jintao ha spostato la pressione politica di Obama (leader del principale importatore mondiale) sull’altro grande esportatore mondiale, la Germania, creando a quest’ultima un vero problema politico.”

Come riportato da Bagnai ci sono alcuni dati da tenere in considerazione:

  • la competitività di un paese non si misura solo dalla differenza del tasso nominale di cambio tra la sua moneta e quella degli altri paesi, ma anche dalla differenza di costo tra i suoi prodotti e quello dei suoi concorrenti. Questo può essere visto con il tasso di cambio reale che tiene conto del differenziale di inflazione tra i 2 paesi. Ebbene il cambio reale dello yuan dal 1994 al 2007 si è apprezzato del 30% secondo dati del FMI. (Addirittura, secondo i calcoli fatti dall’Economist, il cambio reale tra yuan e dollaro si sarebbe apprezzato di almeno il 50% a partire dal 2005! [3]).

Figura 1- Tasso di cambio reale e nominale tra yuan e dollaro a partire dal 2005 - Fonte: The Economist

  • il dollaro dal 1994 al 2002 si è apprezzato del 20 %, tant’è che fino al 2002 i commentatori pensavano che il problema sarebbe stato uno yuan troppo forte, non troppo debole.
  • Inoltre i fondi per la ricerca cinese e la quantità di laureati in Cina sono aumentati considerevolmente in questi anni più di quelli americani, in termini relativi ovviamente, come pure le esportazioni nel settore high-tech.

La rivalutazione dello yuan in realtà comporterebbe secondo Bagnai (2009) [4] una riduzione momentanea del PIL cinese dello 0,6 % e che il deficit USA migliorerebbe dello 0,02%!.

La rivalutazione dello yuan, quindi non sembra essere così importante, eppure all’annuncio del 19 giugno furono non poche le parole di elogio e di speranza da parte di Obama, del segretario del tesoro Geithner e del direttore generale del FMI Strauss-Khan [5].

Su Le Monde già in Aprile [6] c’era chi stappava bottiglie di champagne pensando che non solo ci sarebbe stato un aumento dello yuan tra il 10% e il 25%, ma che ciò avrebbe comportato un ulteriore passo in avanti nel passaggio da un’economia trainata dalle esportazioni ad un’economia trainata dai consumi interni! Insomma l’inizio di una nuova età dell’oro per i cinesi e per il mondo! Peccato che non ci sia stato tutto questo apprezzamento e il problema non sia il tasso di cambio nominale.

Va osservato che i cinesi non ignorano la necessità di passare il prima possibile da un’economia trainata dalle esportazioni a un’economia supportata dai consumi, semplicemente se ne stanno occupando in modo diverso. Infatti come rilevato da Innocenzo Cipolletta sul sole 24 ore [7]:

“La classe media cinese sta crescendo di numero e le retribuzioni degli abitanti dei centri metropolitani si stanno innalzando, così come sta crescendo il livello medio dei prezzi in questi contesti urbani” Cipolletta aggiunge successivamente: “Al di là di variazioni fisiologiche dei tassi di cambio delle monete, è dunque meglio insistere con la Cina perché apra il suo mercato e favorisca riforme interne per la crescita del tenore di vita, che spingere perché abbassi la sua competitività attraverso una rivalutazione della sua moneta.”

Le recenti aperture del governo cinese in seguito alle richieste (e soprattutto agli scioperi) dei lavoratori delle zone industriali e il discorso di Shenzhen del primo ministro Wen Jiabao [8], sembrano andare proprio nella direzione auspicata da Cipolletta e da altri commentatori, come del resto si era già accennato nell’ultimo congresso del partito comunista cinese [9]. Secondo Sorrentino [10] inoltre, rivalutare la moneta potrebbe avere effetti deleterei per l’economia cinese e non portare i benefici che dicono i commentatori americani:

“I messaggi dei cinesi sono dunque molto chiari: non sono subalterni a Washington. Sul cambio, cambieranno strada quando, a loro avviso, sarà la cosa giusta da fare. E gli Stati Uniti, in fondo, lo sanno bene: uno yuan più forte ridurrebbe il valore degli enormi investimenti di Pechino in dollari, avrebbe costi ingenti per tutti. Senza contare che non rallenterebbe l’export, come sperano gli americani sommersi dalle merci cinesi: questi prodotti resterebbero comunque convenienti, anche grazie ai salari molto bassi. Quando il dollaro si svalutò del 50%, nel 1985, l’effetto sulle importazioni dal Giappone fu molto piccolo.”

Come se non bastasse va detto che neanche la reale sottovalutazione dello yuan è un dato certo e condiviso da tutti. Così scrive in merito Huang [11] : “...applicando l’approccio della parità del potere d’acquisto, Menzie Chinn (università del Wisconsin) e i suoi collaboratori hanno indicato una sottovalutazione di circa il 40 per cento. Ma dopo la revisione al ribasso del Pil cinese a parità di potere d’acquisto operata dalla Banca mondiale, quella sottovalutazione è completamente scomparsa. Nick Lardy e Morris Goldstein del Peterson Institute of International Economics hanno suggerito che il renminbi fosse sottovalutato del 12-16 per cento alla fine del 2008. Il mio collega dell’università di Pechino Yang Yao e i suoi collaboratori hanno trovato un disallineamento ancora più basso”.

Inoltre come registra O’Neill [12], capo economista della Goldman Sachs, i consumi cinesi aumentano ogni anno del 15%, quindi, si può dire che già ora il surplus della bilancia dei pagamenti cinese si stia incamminando verso valori più contenuti. “La Cina lo scorso anno ha riscontrato un’eccedenza nel saldo con l’estero del 5,8% del Pil, molto più bassa di quello che apparentemente credono in molti a Washington. Nel 2010, potrebbe avvicinarsi al 3% (guarda caso al di sotto della soglia del 4%, che secondo il Peterson Institute for International Economics è definibile come «equilibrio»)” scrive O’Neill. Addirittura, tanto per non dimenticare anche gli scambi sino-europei, sembra che gli scambi tra Germania e Cina stiano diventando così importanti da poter scavalcare gli scambi franco-tedeschi.

Come mai allora, se come abbiamo scritto, l’entità della sottovalutazione dello yuan e i benefici di una sua rivalutazione non siano certi e inoltre il surplus cinese sta diminuendo, così tanti commentatori economici, soprattutto anglosassoni, richiedono posizioni forti sulla questione ai danni di Pechino?

Negli ultimi tempi si è visto come stia emergendo la classica competizione tra potenza egemone in potenziale declino e potenza in ascesa, dovute soprattutto a pressioni interne nei due establishment. “Nel contesto di nazionalismo aggressivo che è ormai un ingrediente ricorrente della politica cinese, più gli Usa fanno pressione su Pechino per rivalutare la moneta, più i leader cinesi puntano i piedi.” [13]

Il recente incidente con i giapponesi nel Mar Cinese Meridionale lo confermano. La politica estera cinese sta cambiando?La grande tigre resterà una tigre di carta o diverrà una tigre vera? si domanda Scisi. [14] Il prossimo anno sarà probabilmente decisivo per dare una risposta a queste domande.

Se il prossimo anno gli Stati Uniti avranno una ripresa decisa e forte allora ci potranno essere le condizioni per lanciare segnali distensivi di cui parla Kupchan nel suo articolo “Yuan forte? Dialogo necessario” [15], che possano permettere anche una rivalutazione dello yuan, ammesso, come si è già detto, che questo sia veramente così sottovalutato.

Negli ultimi mesi si è verificato un altro fatto, che si può ritenere decisamente più importante per l’economia mondiale, più importante di questa diatriba sullo yuan, la fine del monopolio delle tre agenzie di rating angloamericane: Moody’s, S&P e Fitch.

L’agenzia di rating cinese Dagong [16] è entrata con passo deciso sul mercato e ha subito cominciato a dare giudizi più severi sullo stato delle economie occidentali. A questo punto abbiamo tre agenzie di rating angloamericane con forti interessi perchè aziende con cui fanno affari siano sopravvalutate e un’agenzia cinese chiaramente molto influenzata dal suo governo. Allo stato dell’arte la proposta avanzata da alcuni di creare un’agenzia di rating europea, che in un primo tempo sembrava un misero tentativo di farsi delle “autovalutazioni”, non sembra più così folle. Essa permetterebbe un ulteriore controllo per gli agenti economici, che potranno incrociare i dati delle varie agenzie facendo valutazioni più ponderate. L’agenzia europea dovrà però essere politicamente indipendente (al contrario della Cina) e pubblica per evitare conflitti d’interesse (al contrario delle agenzie angloamericane).

Un ultima domanda sorge però spontanea e per il momento senza risposta: abbiamo visto guerre internazionali, guerre commerciali, guerre speculative contro delle monete (vedi crisi euro), stiamo rischiando una guerra valutaria [17], che potrebbe essere risolta se venissero accettate almeno in parte le proposte suggerite dal presidente della banca centrale cinese di riforma del sistema monetario internazionale che comprendono l’ introduzione di una valuta di riserva mondiale [18], rischiamo forse nel prossimo futuro una guerra a colpi di rating?

Parole chiave

Note

[1Krugman, P., “The remimbi runaround”, The New York Times,24/06/2010 http://www.nytimes.com/2010/06/25/opinion/25krugman.html

[2Bagnai, A., “La rivalutazione del renminbi tra mito e realtà” dal sito Sbilanciamoci.info http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/La-rivalutazione-del-renminbi-fra-mito-e-realta-4744

[3“The yuan-dollar exchange rate: Nominally cheap or really dear?” The Economist, 4/11/2010 http://www.economist.com/node/17420096

[4Bagnai, A. (2009) “The role of China in global external imbalances: some further evidence”, China Economic Review, 20, 508-526.

[8Natoli, S., “Così Wen Jiabao ha scosso il partito: servono riforme politiche che accompagnino lo sviluppo”, Il sole24ore,24/08/2010. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-08-24/premier-cinese-scuote-partito-145058.shtml?uuid=AYvABSJC

[14Scisi, F., “La Cina e lo stress test finito male”: http://temi.repubblica.it/limes/la-cina-il-giappone-e-lo-stress-test-finito-male/15046

[15Vedi nota 13

[16Bordignon, A., “L’agenzia cinese Dagong rompe il monopolio dei rating e subito abbassa i voti a Usa e Giappone”, Il sole24ore, 12/07/2010. http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2010-07-12/lagenzia-cinese-dagong-rompe-131412.shtml?uuid=AYvN496B

[17Merli, A., “Dal G20 solo parole sulla guerra delle monete”, Il sole24ore, 13/11/2010. http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-13/solo-parole-guerra-monete-063643.shtml?uuid=AYKg6FjC

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