La sponda sociale: dal malcontento alla violenza

, di Pietro Gallina

La sponda sociale: dal malcontento alla violenza

Alcuni giorni or sono Sergio Romano apriva il Corriere con un editoriale che affronta il tema del brigatismo e più in generale delle tendenze eversive e violente che possono nascere in contesto europeo. Come ha dichiarato il giuslavorista Pietro Ichino durante il processo contro le nuove BR che si tiene a Milano, questi movimenti sono «isolatissimi» ed inoltre «nessuno fa loro da sponda, direi che rappresentano una malattia da curare».

Questi gruppi hanno perso le connotazioni prettamente marxiste, ma viceversa hanno una cultura anarchico-rivoluzionaria violenta e dai tratti criminali. Come diceva Ichino per loro qualsiasi tentativo di toccare una legge sul lavoro, oppure di pensarla, sta a significare una condanna. Un atteggiamento infantile, perché non potendo cambiare il sistema e non potendo contare sull’appoggio né dei partiti e neppure di gran parte della società, fanno atti dimostrativi marginali per segnalare la loro presenza e quindi per reclutare nelle zone di più ampio disagio sociale. Un brigatista combatte un nemico che non può essere sconfitto, la violenza criminale viene nobilizzata in maniera aberrante dai contenuti sociali.

Da una parte queste organizzazioni spaventano i cittadini con una politica del terrore, dall’altra cercano di ricattare il mondo politico di sinistra ed infine costringono lo Stato ad usare il pungo di ferro accattivandosi quindi un’immeritata compassione. Una strategia che può fare colpo sulle frange più in difficoltà della popolazione in momenti storici di grandi cambiamenti, soprattutto quando tali cambiamenti provocano disequilibri sociali e sono accompagnati da fenomeni di corruzione ed inefficienza statale. In Italia ciò è successo dopo il boom economico, a causa della nascita di una nuova borghesia e di un nuovo proletariato, e più a livello mondiale si è ripetuto recentemente quando, a seguito dell’introduzione delle nuove tecnologie e della globalizzazione, gli Stati si non dovuti riorganizzare sia dal punto di vista economico che assistenziale.

Questo fenomeno si concretizza più marginalmente ogni qualvolta si crea un clima di malcontento diffuso, come ad esempio nel caso della base americana di Vicenza oppure durante il G8 di Genova, situazioni che possono creare il terreno per reclutare nuove persone in queste organizzazioni criminali ed eversive.

In Europa queste fenomeno violento è presente in molti Paesi e soprattutto in quelli del Mediterraneo settentrionale, dalla Grecia alla Spagna. Nelle settimane scorse si è quasi toccata la guerriglia ad Atene a causa dell’uccisione di uno studente da parte di un poliziotto, poi imputato per l’assassinio. In alcune Repubbliche ex-sovietiche ci sono state delle manifestazioni, in alcuni casi rivelatesi particolarmente violente. Queste situazioni si concretizzano sempre in Stati dove c’è stata una crescita forte, che però ha creato un malcontento diffuso a causa di diseguaglianze sociali e di uno Stato che non ha saputo rinnovarsi con strutture efficienti ed assistenzialiste.

Sergio Romano si domanda se “la Grecia potrebbe essere il ventre molle d’Europa, il luogo in cui si preparano i quadri per le battaglie di domani”, tenendo conto che i disordini di Atene non erano disordini isolati e specifici del teatro ellenico, in quanto anche una delegazione italiana è andata a ringraziare i «fratelli greci» per l’appoggio ricevuto a Genova. L’editoriale del Corriere si conclude sottolineando come quello delle frange violente ed eversive sia un problema nettamente più grave delle manifestazioni islamiche di questi giorni a cui si è principalmente dedicato il Ministero degli Interni.

Sergio Romano fa bene a sottolineare la gravità attuale del problema, anche se in prospettiva futura la situazione si preannuncia molto più seria. In effetti tali eventi ci sono, sono frequenti, ma non raggiungono il clima di terrore degli anni settanta. Nessuno in politica potrebbe mai permettersi di appoggiare questi comportamenti e tantomeno lo potrebbero fare i sindacati (anche se hanno avuto relazioni involontarie con questi movimenti). In prospettiva futura spaventa perché l’attuale crisi economica ha causato una recessione globale dagli esiti difficilmente immaginabili. Si crea quindi il clima ideale per tali organizzazioni criminali per rinvigorirsi e giustificarsi attraverso il malcontento.

Stessa strategia che possono usare le cellule terroristiche di stampo religioso. Inquietano ancora di più i legami che si stringono fra le varie espressioni di protesta, anche pretestuose, che si manifestano all’interno dei differenti Stati: una solidarietà che può ingigantire la tensione sociale.

C’è da domandarsi se bisogna usare il pugno di ferro, oppure se sia necessario evitare che si creino climi di malcontento, con Stati che non rinuncino sempre più alle politiche assistenziali, che si dimostrino essere efficienti dal punto di vista burocratico e che sappiano garantire la sicurezza e l’ordine pubblico.

In fondo se la situazione dovesse degenerare sarebbe difficilmente controllabile, è meglio prevenire le condizioni alla base dell’insorgere di tali espressioni di violenza. Le politiche economiche europee a sostegno dei Paesi della comunità più poveri svolgono un ruolo importante nel non creare sacche di degrado e di malcontento sociale.

Garantire una crescita economica e sociale soddisfacente, dunque, è una sfida importante, difficile ma irrinunciabile per l’Europa, soprattutto nell’attuale situazione di crisi economica globale.

Fonte immagine: Flickr

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Tuoi commenti

  • su 6 febbraio 2009 a 16:49, di Giovanni In risposta a: La sponda sociale: dal malcontento alla violenza

    Trovo poco appropriato identificare una matrice comune in manifestazioni di dissenso popolare che non hanno nulla a spartire l’una con l’altra, ad esempio paragonando il brigatismo con l’esempio greco. Questo perchè non si può evitare di approfondire gli ideali e i messaggi politici alla base dei fenomeni analizzati. Al contrario, una analisi basata sull’identificazione degli strumenti tattici di creazione del consenso (nobilizzazione dell’emarginzaione, leva sulla compassione e focalizzazione sugli strati più deboli), comuni peraltro a qualunque posizione di minoranza, violenta o meno, è una analisi monca, che rischia di deviare completamente dal bersaglio. Il rischio è di accorpare tutto ciò che non è benpensiero all’interno di un unica miope catalogazione che scotomizza le differenze a vantaggio di un rassicurante manicheismo.

    Paventare un ritorno agli anni di piombo mi sembra allarmistico dal momento che ne mancano i presupposti: nel contesto attuale non vi è la nascita di una nuova frattura fra classi sociali. Al contrario le persone avvantaggiate dalla recessione e chi, invece, ne sta subendo le conseguenze, fanno generalmente parte delle stesse famiglie, il che ammorbidisce i presupposti alla violenza. Piuttosto, trovo allarmanti le tensioni originate dagli estremismi nazionalistici che negli ultimi anni stanno trovando nuova linfa. E’in questo contesto che emerge il ruolo costruttivo che può avere l’Europa nell’opporsi a queste derive.

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