Per un Parlamento europeo più forte. Intervista a Piero Graglia

, di Armando Crupi, Stefano Rossi

Per un Parlamento europeo più forte. Intervista a Piero Graglia

In occasione delle celebrazioni per il Trentennale del Parlamento europeo, organizzate dal PD a Torino il 1° giugno, nella sala dell’antico macello dell’istituto Gramsci, abbiamo incontrato Piero Graglia, docente di Storia dell’integrazione europea presso l’Università di Milano, e biografo di Altiero Spinelli. Attualmente è candidato alle europee come indipendente nelle liste del PD. Dopo aver letto e sottoscrittoil manifesto elettorale della JEF, ci ha rilasciato una breve intervista.

Piero Graglia, condivide le richieste della JEF rivolte ai prossimi parlamentari europei, e in che modo crede di poter lottare per attuare questi obiettivi?

Innanzitutto sottoscrivo pienamente il manifesto della JEF. Per attuare i punti indicati dal manifesto è necessario aumentare i poteri del PE. Il PE è organo che rappresenta tutti i cittadini dell’Unione, ma non ha i poteri naturali ed essenziali delle assemblee rappresentative: non ha in particolare il potere d’iniziativa legislativa, il potere di controllo di bilancio e di controllo della Commissione. Le carenze del PE sono oggi l’elemento debole che manca per avvicinarsi agli obiettivi espressi dal manifesto.

Un altro elemento necessario per avvicinarsi agli obiettivi indicati dalla JEF è la previsione di una fiscalità europea: oggi il cittadino paga il 100% delle tasse allo stato nazionale e agli enti locali; come si parla di federalismo fiscale “in basso”, si dovrebbe parlare di federalismo fiscale “in alto”. La fiscalità europea può essere attuata senza aumentare le tasse; basta destinare una piccola quota delle entrate fiscali nazionali all’UE: questo permetterà il finanziamento di nuove politiche, e inoltre giustificherà un eventuale controllo da parte del PE sul bilancio dell’Unione. Inoltre darà più senso alla cittadinanza europea. E una fiscalità europea può essere attuata anche con i trattati ad oggi in vigore, che prevedono la possibilità di entrate fiscali dirette da parte dell’UE. Se sarò eletto al PE mi batterò per questi punti: il PE è il punto di partenza di tutti.

Cosa pensa della campagna elettorale? Come sempre succede, si parla tanto di elezioni, ma poco di Europa. Questo non incide sulla democraticità stessa del voto? E chi ha le maggiori responsabilità?

La colpa non è del cittadino se in campagna elettorale non si parla d’Europa. C’è prima di tutto una profonda indifferenza da parte dei media. E non solo in Italia è così, ma anche in Francia: non c’è dibattito su temi europei. Da una parte non si può negare un’assenza colpevole dei media, dall’altra c’è un’assenza interessata delle forze politiche nazionali; e quel poco che si dice è spesso solo retorica europeista. C’è uno scarso impegno per aumentare il grado effettivo di europeismo della campagna elettorale.

Come dicevo, la colpa principale non è del pubblico né delle istituzioni. Basta vedere la campagna che sta portando avanti il PE sulle elezioni; il nostro governo non vuole questa campagna, e non fa nulla per sostenerla. Addirittura la pubblicità sulle elezioni che passa in televisione è sbagliata! Ripeto, c’è un’indifferenza interessata da parte delle istituzioni nazionali contro la cittadinanza europea e le elezioni.

Come superare il silenzio? Anche qui, la base da cui partire è l’aumento dei poteri del PE. Inoltre anche in questo campo un fiscalità europea sarebbe utile: il cittadino non potrà più ignorare l’Europa. Il dialogo dev’essere a due voci; non basta che l’Europa vada incontro ai cittadini, ma serve anche che i cittadini si interessino di Europa.

Un argomento di attualità è sicuramente quello della crisi economica. L’ UE oggi è in grado di attutire gli effetti della crisi?

A parer mio il governo europeo ha ancora scarso potere sull’economia. Manca un soggetto sovranazionale che prenda decisioni di carattere economico. Ancora l’UE non è in grado di far fronte alla crisi. Si è riusciti ad avere un banca centrale europea e l’Euro ha sostituito le monete nazionali in 16 paesi. Ma ancora non si riescono a coordinare delle politiche di intervento alla crisi.

Questo perché non si può avere una moneta unica e allo stesso tempo l’assenza di una politica economica comune. Quindi il PE deve avere un ruolo maggiore, deve porre con forza l’idea di un governo europeo, cosa che la Commissione non può fare con legittimità.

Anche qui come nella campagna elettorale manca la dimensione europea dell’intervento. Le misure nazionali vanno bene, ma devono essere non solo coordinate, ma subordinate all’intervento dell’UE attraverso la Commissione o con un organismo adatto; poiché l’Euro non può reggere da solo. E’ difficile per gli Stati mantenere oggi i parametri di Maastricht: sarebbero dovuti essere uno strumento transitorio. Il punto di approdo non può che essere una sovranità effettiva in campo economico da parte dell’Europa.

Qual è il suo parere sul servizio civile europeo?

Sono a favore, è strumento utile per avvicinare i giovani al progetto europeo. Ci si ammala per poco di gioventù. Il servizio civile europeo è sicuramente uno strumento fondamentale, da appoggiare in tutti i modi. L’idea del servizio civile europeo, crea un’identità europea. Sono a favore del servizio civile come lo sono per un esercito e per una difesa comune per gli stati europei. Tutto ciò che va oltre la dimensione nazionale, è utile per creare una maggiore identità europea. Sono tutte misure da vedere con favore.

Ovviamente per un buon funzionamento di questi servizi è necessario un maggiore finanziamento dell’UE, ma servono allora riforme per quanto riguarda la fiscalità. L’introito dell’UE è ancora troppo basso: 130 miliardi sono pochissimi per l’attuazione di nuove politiche. Creare una fiscalità permetterebbe di sostenere altri sforzi, tra i quali sicuramente il servizio civile europeo è da annoverare.

Immagine: Parlamento europeo. Fonte: Flickr

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