Alla ricerca dell’identità europea: chi siamo?

, di Giampiero Bordino

Alla ricerca dell'identità europea: chi siamo?

Nel lungo processo costituente verso l’unità politica europea, il tema del demos europeo, della sua identità, è stato spesso percepito e soprattutto trattato come secondario rispetto a quello dell’ordinamento e dell’architettura istituzionale necessari all’unione. Ma al tema del demos e della sua identità - chi siamo noi europei? cosa significa essere europei? come possiamo essere nello stesso tempo europei e italiani, o francesi, o tedeschi e così via? - non si può invece sfuggire. La carenza di identità e di sentimento di appartenenza può ritorcersi infatti, come dimostrano anche gli esiti referendari negativi sulla ratifica della Costituzione europea, sui processi istituzionali in atto. Se non si è adeguatamente consapevoli e convinti di «appartenere» ad un comune spazio pubblico europeo, poiché si hanno comunque bisogni identitari da soddisfare, c’è il rischio infatti che si coltivino in forma ipertrofica altri e diversi spazi di appartenenza (localistici, etnici, nazionali nel migliore dei casi) e che tra questi spazi si inneschino logiche escludenti e conflittuali, proprio quelle di cui la nostra storia comune europea, anche recente (Iugoslavia, Balcani), conserva una tragica memoria.

In questo senso, appare necessaria una riflessione sull’identità europea ma, prima ancora, una riflessione più generale e preliminare su cosa sia l’identità oggi, nel mondo globalizzato del XXI secolo in cui siamo da poco entrati.

Come ci dice anche la nostra esperienza individuale, l’identità non è mai - non è mai stata, neppure prima dell’età globale - soltanto o tanto un «dato» ma un «processo», l’esito di un lavoro più o meno consapevole di costruzione identitaria. Questa costruzione identitaria è figlia per un verso del nostro passato e per altro verso del nostro futuro. La nostra identità, in altre parole, dipende da ciò che siamo stati e insieme da ciò che progettiamo di diventare. Rispetto al passato (la storia che ci sta alle spalle), sia come individui sia come gruppi umani, inevitabilmente scegliamo e selezioniamo: preleviamo i frammenti che sono più funzionali al nostro presente e ai nostri progetti futuri, sul resto «stendiamo un velo» e ce ne dimentichiamo. Quindi neppure il passato è un «dato», anch’esso è un processo ed è una costruzione. La storia, come diceva Benedetto Croce, è sempre «contemporanea», perché viene continuamente rivisitata alla luce degli orientamenti del presente e delle intenzioni sul futuro.

Per capire tutto ciò, basta pensare a come sono state costruite nei secoli trascorsi in Europa le identità nazionali. Sempre, nel corso di questi processi di unificazione nazionale, si sono per un verso prelevati frammenti dal passato (quelli funzionali al processo unitario, ritenuti utili alla sua legittimazione) e per altro verso si sono fatti progetti per il futuro. La rilettura del passato ha legittimato i progetti unitari ed essi, a loro volta, hanno sollecitato a guardare in modo nuovo il passato. L’identità nazionale - etnica, linguistica, culturale - è stata usata dagli Stati e dalle classi dirigenti come «ombrello simbolico» per legittimare l’unificazione politica (e ha legittimato, con esiti tragici, anche le guerre, fatte sempre in nome della propria contro le altrui identità) come se fosse un dato naturale. In realtà l’identità nazionale non è mai stata tale, ma è stata ovunque costruita: ad esempio l’identità nazionale italiana, quella linguistica anzitutto, è come sappiamo figlia della scuola di massa, del servizio militare obbligatorio, dell’azione unificante della burocrazia statale, dei processi migratori interni che hanno ibridato i popoli e le culture, in ultimo dei mezzi di comunicazione di massa (la televisione anzitutto).

Ma con la globalizzazione, nel XXI secolo, questo evidente carattere processuale e costruito dell’identità è per così dire letteralmente «esploso». Oggi, infatti, in misura crescente tanto l’identità individuale quanto quella collettiva dipendono e sono costruite dai processi di mobilità transnazionale che attraversano con sempre maggiore intensità tutte le società e tutti i territori. I processi di mobilità delle cose, delle persone e dei «segni» (informazioni, immagini, valori) alimentano quotidianamente l’immaginario collettivo, offrono una molteplicità crescente di opzioni identitarie, rendono disponibili ai nostri desideri e alle nostre scelte nuove ed inedite possibilità di vita. Come hanno evidenziato negli ultimi anni gli studi antropologici e sociologici, l’identità si presenta quindi sempre più mobile, composita, plurale, «fluttuante». Ciò vale anzitutto per le centinaia di milioni di persone delle molteplici diaspore transnazionali (indo-americani, anglo-pakistani, franco-marocchini, italo-americani ecc.: le nuove identità «con il trattino») che attraversano il mondo e che hanno origine dalle mobilità e dalle migrazioni, ma vale in qualche misura anche per tutti gli altri, che con la globalizzazione hanno nel loro contesto locale relazioni sociali sempre più varie e articolate, si muovono e viaggiano in paesi diversi, «navigano» su reti mediatiche (TV satellitari e Internet) transnazionali e globali, vedono e conoscono immagini e modelli di vita «altri» e lontani.

Se riflettiamo quindi, come è necessario fare, sull’identità europea, è su questa nuova fenomenologia dell’identità del XXI secolo che dobbiamo riflettere. L’identità europea non può essere pensata e cercata come se fosse un «dato naturale» (neppure quelle nazionali, o locali, del resto lo erano), ma deve essere costruita rileggendo il passato e nel contempo progettando il futuro. Ripensare la storia e insieme progettare e realizzare la nuova polis: questo è il percorso identitario da realizzare. E’ esattamente ciò che hanno fatto, ai loro tempi, i Padri fondatori della Comunità Europea, da Schumann a Monnet, da Einaudi a Spinelli, quando hanno rivisitato criticamente le guerre europee e hanno nel contempo pensato e proposto un nuovo progetto per l’Europa della pace.

L’identità europea, in questa prospettiva, e diversamente da quanto è avvenuto in passato per le identità nazionali, non può essere univoca né esclusiva. Quella europea deve necessariamente essere un’identità plurale, aperta alla differenza, orientata al mondo e quindi cosmopolita. Un’identità non «etnica» (neppure quelle nazionali o locali lo sono mai state), ma «etica» (in senso etimologico: di costume, di stili di vita, di valori), adeguata sia al carattere complesso e composito della storia e della società europea sia alla nuova dimensione transnazionale del mondo globalizzato in cui viviamo. La storia europea rende disponibili, a questi fini, molteplici esperienze e contributi culturali, che possono essere scelti e posti fra le nostre radici: la filosofia greca, l’universalismo cristiano, la cultura ebraica della diaspora, l’esperienza multiculturale e tollerante della Spagna islamica, l’Umanesimo e il Rinascimento, l’Illuminismo, il pensiero politico liberale, le teorie e le prassi novecentesche dello Stato sociale e della democrazia inclusiva e così via. Nella storia europea, come in quella delle altre civilizzazioni continentali, c’è tutto e il contrario di tutto: la pace e la guerra, la solidarietà e le stragi, il cristianesimo delle Crociate e delle guerre di religione e quello francescano od ecumenico, la cultura dell’uguaglianza e quella della disuguaglianza biologica e razziale, la democrazia liberale e il totalitarismo fascista e stalinista, la cultura nazionalista e quella del federalismo sovranazionale.

L’Europa, se vista retrospettivamente, si presenta in sostanza come un grande deposito di possibili e diverse identità, spesso non conciliabili fra loro, fra le quali è quindi necessario operare delle scelte in relazione ai valori del presente e ai progetti per il futuro.

Per quanto riguarda l’identità e l’appartenenza, l’Europa ha di fronte a sé, nel nostro secolo globale, una sfida decisiva: come promuovere e garantire la convivenza pacifica e consensuale, su uno stesso territorio, di gruppi umani molto più diversi (per origini, lingua, culture di riferimento, ecc., oltreché per status sociale) e molto più mobili (mobilità per processi migratori, per lavoro ecc.) di quanto siano mai stati in passato? Come rendere possibili e costruire istituzionalmente la pluridentità (l’identità «con il trattino»), la pluriappartenenza, il plurilinguismo, la pluricittadinanza (già oggi siamo cittadini di una specifica nazione e dell’Europa nello stesso tempo; domani, si spera, anche del mondo) di questi gruppi umani?

E’ evidente, credo, che per realizzare una convivenza di questa natura - l’alternativa sarebbero lo Stato totalitario e la pulizia etnica che già purtroppo conosciamo - occorre coltivare un’idea di identità plurale, aperta alla differenza, mite, cosmopolita. E’ una sfida che hanno di fronte a sé anche le altre civilizzazioni e gli altri continenti, se si vuole evitare quello «scontro delle civiltà» che alcuni tentano attivamente di promuovere e altri si limitano, passivamente, a lamentare. Occorre chiedere un impegno reciproco di tutte le civilizzazioni verso questo modello identitario. Abbiamo bisogno, in questa prospettiva, di «più Europa», non di «meno Europa».

L’Europa deve mettersi in grado di proporre al mondo «un patto delle civiltà» (un nuovo foedus globale) che disinneschi in tempo la guerra civile mondiale permanente che sembra essersi avviata. Potrebbe essere proprio qui, in questa prospettiva e in questo progetto, la nuova identità europea per il XXI secolo.

Articolo pubblicato su «The Federalist Debate».

Fonte immagine: Wikipedia.

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