Che cosa ci insegna l’Aquarius sull’Europa

, di Antoine Laurent, tradotto da Serena Pozzetti

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Che cosa ci insegna l'Aquarius sull'Europa
Foto: Antoine Laurent, tutti i diritti riservati.

La missione Aquarius viene da un’idea semplice: soccorrere in mare le persone costrette a mettersi in pericolo per fuggire dall’inferno che vivono in Libia. Dal 2013, centinaia di migliaia di persone hanno dovuto correre il rischio e diverse decine di migliaia hanno perso la vita.

Le frontiere marittime si chiudono

A partire dall’afflusso dell’autunno 2015 sulle isole greche, l’Europa è entrata in una fase di tensione, sia per quanto riguarda la popolazione che la sfera politica, partiti socialdemocratici compresi. La strategia era chiara e condivisa da tutti: arrivare all’arresto dei flussi migratori nel contesto di un consenso politico degno di una decisione federale. Tuttavia, l’obiettivo era molto diverso a seconda delle forze politiche presenti. Alcune volevano affermare una legittimità politica basata essenzialmente sulla difesa della cultura autoctona, altri accusavano la cattiva gestione della migrazione di essere causa di una crescente perdita di fiducia verso l’Unione europea e dell’aumento della popolarità dei movimenti di estrema destra. I primi hanno vinto e i secondi perso al prezzo di migliaia di morti, di decine di migliaia di persone traumatizzate a vita, di un’Europa amputata dei suoi valori umanisti e di un futuro che ora appare più cupo.

L’operazione Mare Nostrum era nata da un movimento di indignazione internazionale a seguito di una successione di naufragi nei dintorni di Lampedusa nell’autunno del 2013. Fermata nel 2014, è stata poi sostituita da altre missioni che si concentravano principalmente sulla sicurezza: Triton di Frontex (rinominata Themis nel 2018) Sophia del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE), NAURAS e Mare Sicuro dell’esercito italiano. Si osserva inoltre il coinvolgimento di NATO, Europol e Interpol.

Nonostante le navi militari europee abbiano partecipato alle operazioni di coordinamento e salvataggio, le unità si sono gradualmente ritirate dall’area più pericolosa per lasciare posto alle guardie costiere libiche da esse equipaggiate, finanziate, formate e legittimate. La Libia è un paese molto instabile, perciò l’UE e l’Italia hanno dovuto negoziare con milizie indipendenti, correndo il rischio di accentuare le divisioni e squilibrare i rapporti di forza. La logica è quella di convincere le milizie ad allinearsi su una missione comune: intercettare in mare i migranti e mantenerli in stato di detenzione lontano dalle telecamere e dai moduli di richiesta d’asilo. Lo scopo: ridurre le tensioni all’interno dell’opinione pubblica europea.

Le iniziative civili vengono represse

Data questa ritirata silenziosa dei mezzi di salvataggio europei, a partire dal 2015 una decina di unità umanitarie civili di salvataggio si è progressivamente mobilitata per fare fronte all’incapacità delle organizzazioni governative di contrastare un tasso di mortalità che va dai 3.000 ai 5.000 morti all’anno. Dalla nascita di questa mobilitazione cittadina, la stampa ha fatto luce sui drammi successivi. I morti hanno ormai un viso, i sopravvissuti raccontano gli orrori vissuti nel deserto del Sahara e in Libia e la presenza fisica delle ONG in mare e in Libia ha permesso di raccogliere testimonianze sulla natura dei trattamenti disumani che i migranti ricevono da parte autorità libiche sotto l’egida dell’UE. I dirigenti europei restano convinti che la priorità sia quella di bloccare i migranti africani ma sono probabilmente infastiditi dalla presenza delle ONG, che macchia l’immagine dell’UE per i metodi usati in Libia. Con il sostegno di Frontex, dell’UE e di una parte della stampa, il governo italiano si lancia in una campagna di criminalizzazione delle ONG che si occupano del salvataggio dei migranti, accusandole di collusione con i trafficanti libici e obbligandole a firmare un codice di condotta poco vincolante ma rassicurante per l’opinione pubblica, sequestrando diverse navi (Iuventa, Open Arms, Sea-watch 3, Lifeline), ostacolando le missioni aeree (Pilotes Volontaires e Moonbird), minacciando di tagliare i finanziamenti pubblici (Save the Children), chiudendo l’accesso ai porti necessario allo sbarco dei sopravvissuti e agli scali tecnici e infine ritirando la bandiera all’Aquarius.

Queste ciniche misure hanno visto il loro apogeo nell’estate 2018 quando i governi italiano, maltese e tunisino hanno deciso di chiudere i porti a tutte le navi che avessero soccorso migranti in mare, comprese le navi appartenenti a organizzazioni governative. Questa decisione ha portato al verificarsi di situazioni inaccettabili, in cui navi umanitarie, commerciali e militari sono rimaste bloccate in mare con centinaia di sopravvissuti a bordo. Ha inoltre forzato i governi europei a trovare con urgenza un accordo per escogitare una via d’uscita a queste situazioni insostenibili e condannando l’Italia che tuttavia, alla pari di Grecia e Spagna, negli ultimi anni ha sofferto di mancanza di solidarietà da parte degli Stati europei.

I migranti condannati a subire il caos libico senza una scappatoia

A oggi, i migranti continuano ad avventurarsi in mare nonostante tutte le navi di salvataggio siano state smobilitate. La situazione in Libia non migliora: i migranti vengono ancora bloccati, resi vittime di estorsione, schiavizzati, violentati, torturati e uccisi. Le milizie chiedono sempre più aiuti per gestire i centri di detenzione sovraffollati, con l’interesse di accrescere la propria influenza in un paese dall’avvenire incerto. Parallelamente, l’Europa impiega una considerevole quantità di mezzi militari a sud della Libia e a nord del Niger e del Ciad per interrompere le vie di passaggio attraverso il deserto, un tempo legali e utili all’economia regionale, ora dirottate verso reti criminali storicamente implicate nel traffico di droga, della prostituzione, delle armi, dei minerali e del petrolio. Infine, la debolezza persistente dell’amministrazione libica accentua il rischio di una crisi economica, di sicurezza e politica di questo paese eppure molto ricco.

La costruzione europea si paralizza sulle tensioni relative alla migrazione L’Europa esce ferita da questo momento drammatico e indegno. I sostenitori dei partiti estremisti sono convinti che la loro cultura e la loro identità, o almeno quel poco che ne è rimasto dalla fine della prosperità economica, siano in pericolo e debbano essere protette a ogni costo da istituzioni più autoritarie. La cittadinanza generosa, aperta e umanista dubita della capacità dell’Europa di prendere decisioni all’altezza dei valori che ne sono stati il fondamento. Si trova inoltre disorientata nel tentativo di realizzare l’integrazione di questi immigrati spostati con la forza, dato che né le istituzioni, né i media, né la collettività locale la sostengono. I responsabili politici si sentono impotenti di fronte a un fenomeno che considerano ingestibile per la loro incapacità a fare proprio un tema troppo controverso, troppo sensibile, troppo scottante.

Trovare il consenso sembra impossibile ed è in definitiva il progetto europeo che si ritrova paralizzato nella sua emancipazione. La crisi migratoria, fattore importante nella decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione, fonte di ansia in Italia e che in Germania, Austria, Francia, Danimarca, Ungheria, Belgio, Polonia o ancora in Svezia ha portato i partiti estremisti al potere o vicino al potere, segnerà una battuta d’arresto del progetto europeo? Costringerà la costruzione di questo progetto ad avanzare a velocità diverse, con il rischio di lasciare a certi paesi la libertà di isolarsi e di portare alla sua implosione? Solo i prossimi dibattiti, elezioni e decisioni lo diranno. Quel che è certo è che la crisi migratoria, questa crisi politica divenuta esistenziale, non viene dalla migrazione in sé ma dalla percezione che se ne ha. È incarnata in particolar modo, e a sue spese, dall’Aquarius e ha esacerbato le divergenze di visione più ampie all’interno della popolazione europea. Queste divergenze sono dovute principalmente a differenze storiche ed educative e non possono sorprenderci.

Al contrario, devono spingerci a ripensare continuamente alla natura del progetto che vogliamo condividere e a ricordare che la decisione politica non può mai escludere gli indesiderabili, che la prosperità non deve mai concentrarsi su una minoranza di privilegiati, che la differenza tra le aspirazioni di ciascuno non è un intralcio al progresso sociale bensì una ricchezza.

All’alba della campagna delle elezioni europee è urgente relativizzare questo fenomeno migratorio, demistificarlo contestualizzandolo nello spazio e nel tempo odierni, per superarlo e ritrovare così una dinamica progressiva e non cristallizzante, motivata dalla volontà di costruire insieme piuttosto che di proteggersi da soli. In particolare, il nostro senso morale individuale, la nostra ragione collettiva e il nostro diritto ci impongono di considerare questi migranti come esseri umani semplicemente alla ricerca di sicurezza, ossia come nostri simili a cui dobbiamo rispetto e un trattamento dignitoso e non come una minaccia inarrestabile che è assolutamente necessario reprimere. Dobbiamo ritrovare il coraggio di fidarci. Non è utopistico credere nella capacità di adattamento di questa Europa che ha conosciuto tanti sconvolgimenti a causa dei cambiamenti e delle esigenze diversi per ogni epoca. Non ci si protegge dal futuro prendendo in ostaggio il presente per rifugiarsi nel passato. Il futuro si inventa a partire dalle circostanze presenti e il solo modo per non renderlo più cupo del passato è quello di costruirlo insieme, uniti, nella diversità e per il bene comune.

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