Dalla Coppa dei Campioni alla Champions League della Politica

, di Paolo Acunzo

Dalla Coppa dei Campioni alla Champions League della Politica

Nel 1999 il calcio europeo subì una rivoluzione. La UEFA lasciò definitivamente la formula tradizionale della Coppa dei Campioni, ovvero l’accesso alla massima competizione calcistica continentale per club riservata solo alle squadre vincitrici dei campionati nazionali che si affrontavano attraverso la formula dell’eliminazione diretta, introducendo un vero e proprio campionato per club aperto alle principali squadre europee come la conosciamo oggi. La scelta si rivelò vincente, in termini di aumento di seguito della nuova lega da parte degli appassionati, a dimostrazione che per tanti non fosse più così rilevante seguire unicamente la squadra principale del proprio torneo nazionale o della propria città, se vi fosse la possibilità di seguire il proprio interesse al massimo livello disponibile.

Questo artifizio serve per spiegare che anche nella Politica europea occorra una rivoluzione del genere, se vuole rianimare l’interesse e la partecipazione di coloro che dovrebbero essere i suoi protagonisti. Così come ormai le nuove generazioni non parlano più unicamente delle sorti delle proprie squadre locali, ma si lanciano nelle analisi del gioco delle squadre più blasonate in Europa o dissertano delle gesta dei fuoriclasse internazionali, allo stesso modo si dovrebbe costruire in Europa quella lega comune in cui le scelte fondamentali si possano confrontare, tentando di risvegliare l’interesse alla Politica di milioni di cittadini.

Così se ormai ci si definisce Lepenisti o ci si esalta per la sorprendente vittoria di Macron; se le critiche per l’austerità nelle scelte economiche vengono indirizzate principalmente verso il duo Merkel/Schäuble a prescindere da quale paese si vive; se l’elezione di Trump ha cambiato l’orizzonte delle relazioni con la Russia di Putin e fatto tramontare il mito della politica americana di Obama, è ormai chiaro che la Politica, per essere realmente tale, deve agire ad un livello superiore. I cittadini potranno riscoprire il gusto della piena partecipazione politica solo se il loro interesse e impegno potrà essere riversato sul livello dove si prendono le decisioni fondamentali per la loro vita, altrimenti soprattutto le giovani generazioni continueranno a ritenere che non vale neanche la pena perder tempo in piccoli bisticci tra le controfigure locali della politica che conta.

In questo senso occorre che la politica europea passi dalla Coppa dei campioni alla Champions league, perché il confronto sulle grandi scelte non venga più realizzato unicamente tra i governi nazionali, ma in un continuo confronto tra visioni contrapposte che spesso si diffondono in modo omogeneo in tutto il pianeta. Ormai il cittadino digitalizzato vuole giocare il proprio destino da protagonista nella Champions league della politica, contribuendo direttamente nell’elaborazione di tali visioni globali, per poi divenirne portatore sano nel suo contesto quotidiano. E’ paradossale che ciò che il calcio europeo ha capito venti anni fa non sia ancora chiaro alle classi politiche nazionali, benché la necessità di introdurre alcuni strumenti a tal fine siano evidenti a tanti osservatori. In primis si dovrebbe partire dalla creazione di veri e propri Partiti politici europei, che non si fermino a mere alleanze tra partiti nazionali, ma si poggino su congressi popolari e fondativi, aperti alla partecipazione dei cittadini tramite la possibilità di iscrizione e militanza direttamente a livello sovranazionale, relegando l’individuale affiliazione nazionale ad uno delle sue forme locali di articolazione.

Vien da se che le elezioni europee sarà la principale arena di confronto elettorale. Ciascun Partito potrebbe proporre una propria visione per l’Europa e un proprio candidato alla sua Presidenza, come gia avvenuto nel 2014 con la designazione da parte delle principali famiglie politiche europee del proprio “Spitzenkandidat” e che ha portato alla elezione della Commissione Junker.

Ma con la Brexit si apre una ulteriore opportunità per le prossime elezioni europee. Infatti si potrebbero utilizzare i 73 seggi del Parlamento europeo che non verranno assegnati al Regno Unito a causa della sua uscita dalla UE, non per distribuirli su base nazionale tra gli altri paesi membri, ma per creare un collegio unico europeo dove delle liste transnazionali, affiancate a quelle tradizionali, si possano confrontare tra loro, rilanciando una proposta presentata inizialmente proprio da un deputato britannico, Andrew Duff. Così a venti anni esatti dalla introduzione nel calcio, anche la politica continentale farebbe un passo essenziale verso l’introduzione della Champions League della Politica, dove i candidati delle liste transnazionali dovrebbe proporre ricette convincenti per i cittadini di tutta Europa, e attribuendo la facoltà ai singoli elettori di scegliere il miglior candidato a priori della propria nazionalità. Questi sono solo dei strumenti tecnici che tentano di dare una risposta a quel fenomeno di allontanamento dalla politica da parte soprattutto delle nuove generazioni. Infatti può risultare insufficiente richiamare l’esperienza individuale Erasmus fatta dalla generazione precedente per convincere i cosiddetti Millennials a interessarsi del proprio futuro collettivo. Le nuove generazioni sono le più digitalizzate di sempre e abituate a muoversi in una rete globale che mette insieme aspettative, esigenze e visioni basate su stimoli individuali da ogni dove. A queste nuove generazione bisogna dare un nuovo campo di confronto/azione della politica consono al loro mondo e all’altezza dei tempi moderni. Non si può pretendere che l’interesse venga suscitato da campioni nazionali, percepiti spesso distanti, ma bisogna farli protagonisti nelle scelte globali che determinano il loro presente, prima ancora del nostro futuro.

Fonte immagine Wikimedia commons

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