DIALOGHI SULL’EUROPA ALLA SAPIENZA

Una sintesi di due incontri

, di Angelo Ariemma

DIALOGHI SULL'EUROPA ALLA SAPIENZA

Nei giorni 1-5 aprile 2019 presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università Sapienza di Roma si è svolta la 3. edizione dei Dialoghi sull’Europa: abbiamo assistito a due incontri, dei quali daremo qui una breve sintesi commentata; [i nostri commenti saranno evidenziati tra parentesi quadre].

Il futuro dell’Europa, con Vivien Ann Schmidt (Jean Monnet professor of European Integration; Professor of International Relations and Political Science; visiting professor presso la LUISS)

Nell’ultimo decennio varie crisi hanno attraversato e minato il processo d’integrazione europea; [per noi il primo vulnus è stato causato dal rigetto della Costituzione elaborata dalla Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing, da cui è nato il Trattato di Lisbona del 2007, impostato sul modello intergovernativo, dimostratosi già obsoleto ad affrontare la crisi finanziaria del 2008].

Infatti, quella crisi ha portato alla crisi dell’Euro e al rischio della sua disintegrazione, superata solamente attraverso politiche di austerità, fondate sull’equivoco, tutto neoliberista, che la crisi dipendesse dal debito pubblico, quando invece è stata causata dal debito privato. Così gli Stati si sono dovuti adattare alle regole di stabilità e altre draconiane misure per non uscire dall’Euro, mentre misure più solidali, tipo eurobonds, non sono state prese in considerazione. Anche se dal 2013 la politica monetaria europea gode di maggiore flessibilità, ciò però viene taciuto, favorendo così il populismo sia nei paesi che si percepiscono vessati dall’UE, sia nei paesi che ritengono di pagare gli altrui debiti.

Una via più equa sarebbe quella di costituire una maggior integrazione della politica economica europea con un Ministro del Tesoro dell’UE, e lasciare agli Stati, attraverso politiche di concertazione governo-confindustria-sindacati, lo sviluppo e la crescita economica. [Qui ci permettiamo di dissentire, facendo nostra la proposizione di Tommaso Padoa-Schioppa di lasciare agli Stati l’austerità e demandare all’UE la crescita; anche perché ci sembra che gli Stati stiano fallendo nelle loro politiche di crescita; soprattutto in Italia la dialettica destra/sinistra negli ultimi 30 anni si è ribaltata: i governi di centro-destra hanno aumentato il debito, che poi i governi di centro-sinistra hanno dovuto risanare con politiche di austerità, le quali conseguentemente hanno eroso il loro bacino elettorale]. Invece la crisi della sicurezza andrebbe affrontata con una maggiore integrazione, creando veramente una forza militare europea che si integri con quella della NATO. Lo stesso si può dire della crisi migratoria, da gestire con fondi ad hoc da erogare verso gli Stati che più si sono fatti e si faranno carico di accogliere i rifugiati politici ed economici. [Purtroppo bisogna ribadire che il tema è stato fortemente politicizzato dai partiti populisti, che lo cavalcano ai loro fini elettorali, seguiti dai media vecchi e nuovi, e non si ha il coraggio di dire che il fenomeno si è ridotto al 5% rispetto al 2015].

La crisi della Brexit è quella più attuale e più urgente, anche in vista delle prossime elezioni del Parlamento europeo: in Gran Bretagna si voterà? I loro deputati dopo pochi mesi dovranno abbandonare il Parlamento? Questa crisi sta mettendo in evidenza come nei paesi anglosassoni (GB e USA), forse per il loro sistema elettorale, il populismo si manifesta all’interno degli stessi partiti più forti (vedi anche l’elezione di Trump); in questo caso però il rischio non sembra più tanto quello della disintegrazione dell’UE, quanto quello della disintegrazione della Gran Bretagna.

La vera crisi epocale è però quella della legittimità della politica e dei governanti, una crisi che ha ragioni profonde nel contesto sociale e tecnologico nel quale siamo immersi, dove la possibilità di comunicazione di ognuno e l’illusione che il sistema così divenga più democratico, hanno minato la fiducia nelle élite politico-culturali, e nel concetto di autorità e di qualsiasi figura (genitori, insegnanti, intellettuali, ecc…) che incarni quel limite che l’autorità necessariamente pone. Per quanto riguarda l’Europa, la visione di una performance negativa delle misure adottate [ma si dimentica e nessuno si preoccupa di far notare che quelle misure vengono prese dai governi degli Stati nazionali riuniti nel Consiglio, e sono frutto di compromessi minimi] illude sulla possibilità di tornare a una politica prettamente nazionale e nazionalista. La lontananza dei luoghi di decisione e la mancanza di una corretta informazione su quanto l’UE faccia e su quanto le sia permesso di fare dai governi nazionali, fa leva su un sentimento di non appartenenza e di richiesta di maggior trasparenza, inclusività e apertura verso i cittadini. Inoltre il governo dell’Europa è sembrato non essere abbastanza responsivo verso le richieste dei popoli. [Ma qui dobbiamo sottolineare ancora il nostro dissenso: ciò che manca a questa nostra epoca storica sono proprio leader che non si limitino a essere responsivi verso le istanze che vengono dal basso per i loro puri fini elettorali; e invece si prendano la responsabilità di avere un progetto di lungo termine e di convincere e convogliare i popoli verso quella meta, come hanno fatto Schumann, Adenauer, De Gasperi, Monnet, nell’immaginare e far nascere l’integrazione europea; come hanno fatto Spinelli e gli altri federalisti, pur di volta in volta sconfitti, mai domi però nel tenere acceso il faro dell’Unità dei popoli d’Europa]. Vivien Ann Schmidt propone sì una migliore governance che si affidi maggiormente alla codecisione e al voto a maggioranza; tuttavia in una sorta di differenziazione integrata, dove a un “nocciolo morbido” di paesi dell’Euro si affianchino altri paesi che vogliano partecipare ad altri progetti di integrazione: per alcuni Schengen, per altri la PESCO, per tutti il mercato unico, e così via, fino a far sedere al tavolo della discussione, a seconda dei casi, anche paesi non appartenenti, e che forse mai apparterranno, all’UE. [Tuttavia nel discorso della Schmidt è mancato il termine di crisi istituzionale, e di una vera riforma dell’UE che dia più spazio agli organi rappresentativi, Parlamento e Commissione, limitando il metodo intergovernativo, che si è dimostrato inefficiente e inefficace].

Le sfide attuali per l’Unione europea, con Mario Patrono (Professore Emerito nell’Università Sapienza di Roma: Diritto Pubblico Comparato ed Europeo)

Già nel 1953 era pronta una costituzione, rimasta però nei cassetti, perché, e il fallimento della CED (Comunità Europea di Difesa) lo dimostra, i governanti, e i popoli, non erano maturi per costruire lo Stato europeo. Si passò così alla strategia dei piccoli passi, partendo dall’integrazione economica del mercato e dei commerci; e creando 2 istituzioni sovranazionali che spingessero verso una sempre maggiore integrazione. La Commissione aveva il compito di stimolare le politiche integrative.

La Corte di Giustizia doveva controllare che le normative comunitarie fossero applicate e rispettate nei singoli Stati. E proprio la Corte ha dato il maggior contributo all’integrazione, dando grande rilievo ai Preamboli dei Trattati, nei quali si richiamava sempre il principio a una integrazione sempre più stretta – come già aveva teorizzato nel 1942 Hans Kelsen con il suo libro La pace attraverso il diritto. Questo meccanismo ha funzionato fino al 1992, creando benessere in tutti gli Stati, secondo il principio di produrre ricchezza a livello europeo, con il mercato unico, e redistribuirla a livello degli Stati.

Con la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’URSS, si manifesta però la crisi per cui questo meccanismo va in tilt. La Germania Ovest chiede di unirsi alla Germania Est: questo comporta un raddoppiamento della sua popolazione e quindi del suo potere all’interno della Comunità; tanto più inaccettabile in quanto il Marco era la moneta più forte. Allora la Germania, pur di unirsi, e ricevere gli aiuti necessari a questa unione, accetta la creazione della moneta unica (l’euro), che risulta però prematura, poiché divide la politica monetaria, appannaggio dell’Unione con la creazione della BCE (Banca Centrale Europea), dalla politica fiscale e di bilancio, che restano appannaggio dei singoli Stati [in realtà il Trattato di Maastricht prevedeva nei Tre pilastri – unione monetaria (UEM), mercato comune (MEC), politica estera e di difesa (PESCO) - un cammino che doveva progressivamente portare all’integrazione politica, demandando all’Unione l’intera politica economica e la politica di difesa; purtroppo, a nostro parere, le classi politiche succedutesi si sono dimostrate deficitarie e carenti di una visione prospettica delle necessità del futuro, non riuscendo a guardare al di là della prossima elezione che li avrebbe confermati oppure no al governo dei loro Stati, progressivamente sempre più insignificanti a livello globale]. Questa situazione diventa ingestibile e fa sorgere nelle popolazioni diffidenza verso l’Unione quando, prima con la grande migrazione dai paesi dell’Est europeo, e poi, dal 2008, con la crisi economica e i fenomeni migratori provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente, rendono facile il ritorno a sentimenti nazionalisti. Patrono preconizza tre scenari possibili per il futuro: non fare nulla, con il rischio che la prossima crisi economica determinerebbe il crollo dell’Unione; tornare indietro alla divisione in Stati nazionali, inadatti a sedersi al tavolo degli accordi internazionali, dove sarebbero sistematicamente «mangiati» dalle altre potenze continentali (USA, Russia, Cina), che infatti premono affinché l’Unione europea si spezzi e i nostri territori tornino a essere scenari di guerra [dove consumare le tante armi che vengono prodotte e i cui produttori influenzano le campagne elettorali]; andare avanti verso una sempre maggiore integrazione politica, che faccia salvi i popoli, i principi, la cultura, europei: comune politica economica; comune politica dell’immigrazione; comune politica estera e di difesa; comune politica industriale per il mantenimento dello sviluppo e del welfare europei.

Concludiamo con un accenno al sogno che Patrono pone in appendice al suo recente libro (Europa: il tempo delle scelte, 2018); un sogno dove si prospetta un possibile, lontano, futuro per l’Europa: un federalismo morbido, dove siano ben distinte le competenze fra gli Stati e l’Unione, dove però nei campi dell’Unione la sua legislazione sia prevalente, e le controversie siano risolte dalla Corte di Giustizia. Fondamentale competenza dell’Unione sarà la difesa e la politica estera, con un proprio esercito e risparmio delle spese militari. Modello Presidenziale, direttamente eletto dal popolo europeo contestualmente al Parlamento; con Commissione limitata agli ambiti più tecnici, quali mercato comune, politica agricola e doganale, politica dei trasporti e della concorrenza. [Per quanto ci riguarda auguriamo all’Europa scelte più decise in tempi brevi; scelte che portino maggiore integrazione politica, scelte che salvaguardino il modello socio-economico-culturale dell’Europa].

Fonte immagine: Wikimedia.

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