Dietro il dibattito sullo Ius soli: una critica al nazionalismo

, di Giulio Saputo

Dietro il dibattito sullo Ius soli: una critica al nazionalismo

La discussione sullo Ius soli in Italia sta prendendo delle vie a dir poco grottesche.

Cerchiamo di chiarire alcuni termini del dibattito pubblico, perché l’impressione è di essere tornati ad un linguaggio dei primi anni ’20 del Secolo Breve.

Cominciamo dal fatto che gli italiani non esistono. Sono un’invenzione. Anche se è difficile da accettare, è così.

Come chiarirlo? Partiamo dalla distinzione storica tra il concetto di “Stato” e quello di “nazione”.

Lo Stato è un’organizzazione sociale di epoca moderna che si basa sul monopolio della forza su un determinato territorio che si esercita attraverso un sistema coercitivo e burocratico (idealtipo weberiano). Serve però un’idea che faccia da collante per questa comunità molto grande, che non è paragonabile ad un piccolo villaggio caratterizzato da rapporti faccia a faccia tra i suoi abitanti. Nel passato questa idea era espressa da un re-divino, per cui il potere politico e quello religioso si intrecciavano per proporre un riferimento assoluto e condiviso da tutti. Esempi storici ne abbiamo a non finire, dalla Francia di Luigi XIV all’Egitto dei faraoni. Per buona parte dei secoli scorsi, dunque, al concetto di nazione corrispondeva soltanto il luogo fisico di nascita di una persona (da latino nascor), mentre si viveva tranquillamente in Stati multinazionali perché il collante sociale era garantito dalla fedeltà destinata dai sudditi alla dinastia regnante per “grazia di Dio”.

Molti storici (per esempio Chabod) ci dicono che solo dopo la Rivoluzione Francese, con la fusione dell’idea di comunità politica di Rousseau (che rovescia la piramide della legittimità politica, per cui la giustificazione del potere passa da Dio al popolo) con la comunità etnica di Herder (il popolo definito ha una propria soggettività nella storia) si crearono le basi della giustificazione ideologica del primo Stato nazionale.

La verità è che la Francia era una nazione in divenire se ancora molti autori parlavano della Rivoluzione come di una guerra tra “franchi” e “galli” (Guizot, 1820). Eppure con la levee en masse e le guerre napoleoniche, qualcosa di nuovo era nato nella storia dell’umanità. Da quel momento i nazionalismi iniziarono a creare le nazioni come strumento di competizione per la lotta egemonica sul continente europeo. Il meccanismo adottato è piuttosto semplice, si basa sullo stesso concetto di identità relazionale, per cui “il noi si fonda sul non essere l’altro”, appellandosi a origini vere o presunte. Come ci dice bene Bauman, parafrasando Anna Karenina, “Tutte le società producono stranieri: ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili”.

Negli anni, si sono commessi i peggiori meccanismi di rimozione storica, sono state inventate tradizioni di sana pianta a fondamento della propria presunta nazionalità (Hobsbawm). Basti pensare che il primo inno nazionale è stato quello inglese (1742) o che moltissime bandiere si basano sostanzialmente su una variazione del tricolore francese (1790-1794). Come è possibile, dunque, dare alla nazione il valore di immutabilità che spesso sentiamo ancora proclamare da determinati politici alla televisione se i suoi stessi simboli sono così recenti? L’idea di nazione contemporanea, così come lo Stato nazionale, sono cose umane e come tutte le cose umane sono destinate ad avere una fine. Intanto, però, dimenticando di approfondire le origini delle cose, ragioniamo molto pericolosamente trasformando il tradizionale in naturale, cosicché il passo verso l’immutabile è diventato molto breve. Dobbiamo comprendere invece che le identità nazionali sono destinate ad un processo storico in continuo divenire e si basano sulla manipolazione del passato. Come sentenziò Renan, “L’oblio, e dirò persino l’errore storico costituiscono un fattore essenziale nella creazione di una nazione (…). Ora l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune, ma anche nel fatto che tutti abbiano dimenticato molte altre cose. Nessun cittadino francese sa se è Burgundo, Alano, Visigoto; ogni cittadino francese deve aver dimenticato la notte di San Bartolomeo, i massacri del XIII secolo nel Sud”.

Alla luce di questo ragionamento è una finzione quella che trasforma la nascita di un individuo in appartenente ad una nazione, poiché si cade nella fallacia reazionaria di de Maistre, che affermava “Io conosco dei francesi, degli inglesi, dei tedeschi, non conosco uomini”. Sono proprio gli immigrati che mettono in evidenza il feticcio originario su cui si basa la sovranità moderna di natività/nazionalità.

Eppure con l’evidente crisi della sovranità territoriale e del concetto di identità ad essa associata, noi ci ostiniamo ad assumere un “comportamento nazionale” (Albertini) e ci mostriamo incapaci di uscire dagli schemi di ragionamento del “nazionalismo metodologico” (Beck). Ma già alla fine degli anni ’50 a livello accademico era chiara la critica dei surrogati del nazionalismo, come il razzismo o l’idea di ”nazione come organismo vivente”. Entrambi si basano sull’idea assurda esposta da Meinecke per cui una nazione debba possedere “un intimo nocciolo naturale nato dalla consanguineità”. Nel 2017 e in Italia, sul fatto che non esistano gruppi umani col sangue “puro”, spero saremo tutti d’accordo. Se accettiamo il fattore rimanente, cioè che la nazione è solo un meccanismo ideologico di unità, che caratterizza il “plebiscito quotidiano” (sempre Renan) della nostra comunità, ad esso vediamo come corrisponda storicamente una inversione delle scale di valori tradizionali e la subordinazione di questi ultimi al valore nazionale. Prendiamo la “via nazionale al socialismo”, oggi molto in voga anche nella sinistra euroscettica; se si ammette che si realizzi solo nel quadro nazionale la battaglia per il sociale difendendo i lavoratori occidentali privilegiati rispetto a centinaia di milioni di persone che vivono sotto la soglia della povertà, avremo posto il valore nazionale al di sopra di quello sociale. Allo stesso modo, se il liberale fedele alla nazione sacrifica in favore della sicurezza di essa le libertà economiche o individuali, o il cristiano vede prima uno “straniero” che un essere umano, quest’ultimi saranno nazionalisti prima che liberali o cristiani.

Finché eravamo nell’800 questo sistema di ragionamento poteva reggere, ma in un mondo globalizzato e interdipendente non possiamo più permetterci di pensare con categorie di due secoli fa. È pericoloso perché non saremo in grado né di comprendere e né di governare il nostro futuro come umanità, lasciando la porta aperta alla degenerazione dei nazionalismi. In questo senso, come europei dovremmo rivedere persino il concetto di etnia perché abbiamo appurato che è impossibile categorizzare un gruppo umano sulla base del mito statico dell’origine (Aime). L’antropologia non ha dato risposte certe sull’identificazione dei gruppi tribali, ma ha almeno spostato l’attenzione sull’essenza politica dell’appartenenza etnica. Per dirla con Cuisenier, la via d’uscita potrebbe essere il riprendere l’esempio degli antichi greci, i quali, “insegnano che l’etnicità di un popolo, ciò che gli consente di avere un’identità di popolo, non risiede né nella lingua né nel territorio né nella religione né in questa o quella peculiarità, ma nel progetto e nelle attività che conferiscono un senso alla lingua, al possesso di un territorio, alla pratica di usanze e riti religiosi”. È ciò che facciamo che determina ciò che siamo, è la scelta di essere una comunità di destino che ci permette di agire come tale.

1. Articolo pubblicato originariamente su La Nuova Europa.

2. Fonte immagine Wikipedia

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